Il vento nella grotta

Il vento nella grotta

Provava un senso di tristezza e di frustrazione, mentre l’ultimo raggio di sole venne sopraffatto dal tiepido crepuscolo. La tempesta si era placata. Il vento le strusciava il viso, come quella carezza che non avrebbe avuto mai più. Si dice che la morte ha un profumo particolare e intenso, come l’odore agrodolce dei limoni o quello sottile dei ciliegi in fiore. Per Elisa, fu simile al vento. Galleggiava sulla superficie di smeraldo, leggera come la foglia che si lascia cadere nostalgicamente dal suo albero. Quel corpo, quella foglia, non erano mai stati così liberi. Gli occhi di Elisa si fecero brillanti, vitrei, coperti da un nebbia trasparente. Socchiuse con fatica le palpebre, sospirando, abituandosi alla corrente che fischiava nella spelonca, teneri sussurri di quiete. La grotta le stava parlando, rassicurandola. Abbandonò il capo all’indietro, immergendosi nelle acque plumbee.

Era un pomeriggio di maggio…, iniziò un soffio che si levò da un antro, facendo eco nell’intera caverna fin dentro al suo orecchio galleggiante. Elisa sorrise; udì la brezza che sfregava i granelli di sabbia, come le cicale mentre si abbandonano agli amorosi canti. In lontananza, un vecchio treno barcollava sui binari arrugginiti, scomparendo nella montagna spaccata. Elisa aveva scoperto la grotta in una giornata di solitudine: la spiaggia, le pagine di un libro colpite dal vento, la malinconia oltre l’orizzonte…mentre un sibilo la chiamava dalla montagna, potente come una calamita. L’ululato impercettibile del vento contro gli scogli penetrava nel suo cervello, sotto forma di parole ben distinte. La grotta aveva le sembianze di una bocca socchiusa, che sorrideva beffarda dietro gli arbusti, come se conoscesse l’arcano. Elisa si tuffò e in poche bracciate raggiunse la cavità nella montagna. Tastando le pareti rocciose e umide, si fece strada nell’aria rarefatta della grotta. Improvvisamente, una folata di vento la avvolse. Fu un abbraccio appassionato, il più tenero della sua vita. Procedeva a passi lenti, spostando la sabbia bagnata con i piedi, mentre il tintinnio delle sue dita sulle labbra della grotta si perdeva nel vuoto. Il fruscio dell’acqua si fece più energico contro le sue ginocchia ed Elisa capì di doversi fermare: al centro della grotta una conca d’acqua profonda rifletteva la flora del soffitto. Uno sbuffo più leggero le accarezzò la fronte; sei a casa, disse. La vera casa è dove l’uomo si sente come è veramente. Una capanna, una strada, una grotta. Il vento fu per lei una epifania dell’esistenza: per la prima volta Elisa percepì il colore della luce nell’acqua, quello del mare e del cielo sopra di esso; le ombre allungarsi alla fine del giorno e il sole diventare di fuoco e morire nelle acque. Il vento nella grotta le aveva restituito ciò che non ebbe mai: la libertà di vedere senza occhi. Fino a quel momento Elisa aveva disegnato nella sua mente un mondo incompleto. Non aveva

conosciuto ciò che vive al di là della melodia di un pianoforte dentro una stanza vuota: il picchiettare delle dita sulla tastiera fondersi con il battito del cuore e il respiro irregolare di una emozione. La primavera non era che il cinguettare insistente degli uccelli sui rami; Elisa, invece, aveva scoperto che ogni fiore che sboccia regala all’universo un vagito. La pioggia l’aveva sempre riconosciuta dall’odore acre del terreno, dalle gocce che grattano i vetri freddi durante una tempesta; ora la pioggia mormorava come le cascate disperse nelle montagne più alte.

Una volta la grotta, fischiando in una serata tempestosa, le suggerì di immergere la testa nel mare. Il vento zufolava mentre la burrasca agitava le nuvole come violini irrequieti. Le onde si scontravano incessantemente, soffocando gli scrosci della pioggia torrenziale. Elisa si immerse lentamente, lasciandosi sopraffare dai flutti imponenti. Pian piano il suo corpo scomparve nella spuma annerita dal cielo. Il concerto della tormenta si placò alle sue spalle. Sott’acqua era tutta un’altra musica! Il mare agitava i granelli di sabbia sul suo volto come maracas; le sembrò quasi di toccare la polvere scintillante. Una prateria di posidonia danzava sinuosa, uno stormire frivolo, morbido, che le ricordò la nenia di sua madre. Forse la vide sorridere tra quei ciuffi azzurrini e le parve finalmente felice. Riconobbe i capelli dorati allungarsi come una mano tesa verso di lei. Le bolle di acqua sbuffavano mentre Elisa cercava invano di afferrare quei fili inesistenti. Le sue gambe si fecero pesanti, ogni passo rimbombava come i tuoni della tempesta sopra la sua testa. La seguì e scomparve tra i coralli, che diventarono più alti, più bui. L’aria cominciò a mancarle improvvisamente. Agitò le braccia, poi il respiro si fece regolare, cheto, un alito di vento.

Si dice che la morte è quel tragico profumo che conosci solo alla fine. Elisa batté le palpebre come fanno i gabbiani mentre lottano contro il vento che li trascina. Poi spalancò gli occhi, con il sorriso beffardo della grotta all’angolo della bocca. L’acqua della conca si gelò. La grotta la rese libera dall’indifferenza, dalle barriere sociali, dalla cecità. Elisa si alzò, guardò il corpo inerme e fischiettando raggiunse il mare.

Giovannina Molaro

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