Reticoli Amorfi

Un timido fascio di sole bagna il porticato, immerso nell’oro pallido della primavera in sboccio. Il silenzio, melodioso, scende lentamente, cadenzato, su ogni angolo, ogni anfratto, ogni pietra. La casa è ammantata da un velo trasparente, solcato da arabeschi iridescenti, cuciti dal tonfo delle parole non dette, quelle che scivolano via dagli occhi, rotolando tra le lacrime e il sudore.

Un irreale bagliore di dolcezza.

Avanzando a passi lenti la porta si spalanca e il mondo resta fuori.

Uno squarcio irrompe nelle orecchie e rompe, strappa, scuce la pace: il ticchettio di un orologio.

Il tempo fa capolino nella mente, la sconquassa, la distrugge, la mette a soqquadro. Stravolge le prospettive, i connotati degli oggetti e delle persone. Il tempo rompe le righe dell’ordinarietà, induce alla follia.

Il tempo si imprime sul viso di chi lo vive, disegna le sue rughe e i suoi pensieri, i suoi gesti e i suoi dolori.

Lo sa bene, forse, lo specchio appeso alla parete, che se ne sta placidamente disteso contro il suo punto d’appoggio, ignaro di ciò che accade, o forse semplicemente troppo vile per poterlo replicare.

Ma se entrassimo, per un solo fugace istante, nei meandri più oscuri di quel reticolo cristallino, spezzandone i solidi legami, ricomponendoli a seconda di come erano disposti in un determinato istante, di un preciso mese, di un anno dato, come se fosse un puzzle, un rompicapo dal volto umano? Forse lo specchio ha visto, forse lo specchio sa e custodisce gelosamente, tra una molecola e l’altra, i sogni che ha visto riflessi negli occhi di chi, anche se solo per pochi secondi, si è specchiato.

Forse lo specchio sa.

Di certo ha impresso nella sua memoria ogni linea, ogni curva, ogni angolo di quella stanza, di certo conosce a menadito ogni espressione dipinta sul volto di chi guarda l’obiettivo, in quella foto incorniciata, anni prima, che fa bella mostra di sé sulla mensola esattamente all’altezza di quell’enorme occhio di vetro.

Lo specchio ha visto quei volti cambiare, sa quali effetti il tempo possa avere sulle persone, conosce ogni singola ruga sul volto di quell’uomo, perché le ha viste comparire una ad una, potrebbe aver visto Chronos stesso, con in mano un bisturi, incidere la pelle liscia e perfetta. Eppure per lui il tempo non esiste, bloccato in quel limbo eterno in cui marciscono gli oggetti, la sua anima è ingabbiata in una fragile prigione amorfa.

Lo specchio ha visto, ma non può e non vuole raccontare. Ha visto i libri, che ora riposano placidamente distesi sulla libreria con le loro copertine colorate rivolte nella sua direzione, attraversare la stanza . Li ha visti indugiare sul comò, li ha visti capovolti, doloranti, con le pagine schiacciate contro il pavimento e il dorso a tenere unite, incollate, prima e quarta di copertina, con un’apertura alare degna di un’aquila. Lo specchio ha anche visto quei libri volare attraverso quella stanza, ha visto “L’Idiota” illividire la pelle diafana di quella ragazza sorridente, in primo piano, che scatta la foto. Gli è sembrato, in un certo qual modo, di percepire dolore, empatia, partecipazione da parte del principe Myskin, come se fosse balzato fuori da quelle pagine di carta e avesse preso corpo, e le sue vene si fossero riempite di sangue inchiostrato.

Ma forse, nel preciso istante in cui aveva visto quegli occhi liquidi annebbiati riflessi dentro i suoi, era stata sua quell’empatia e, timoroso della potenza devastante che fiammeggiava in quelle iridi che custodivano in profondità un’anima da ninfa acerba, sempre sul punto di maturare ma mai pienamente fiorita, aveva seppellito quello sguardo sotto cumuli di menzogne, conscio del fatto che un oggetto non prova empatia. Eppure le persone si legano agli oggetti, lo specchio lo sa bene, ha visto migliaia di volte quel carillon dischiudersi piano e il silenzio spezzarsi morbidamente al suono di quella musica, che emergeva acuta dalle profondità di quella scatolina.

Ha visto mille e mille volte quegli stessi occhi argentei brillare di una luce vivida, una luce della stessa intensità di quella di una Nana Bianca, una luce di fronte alla quale “Sirio” sarebbe impallidita. Ma ha anche visto quello stesso carillon frantumarsi in tanti pezzi quante erano state le volte in cui aveva allietato quegli occhi. Ha visto schegge colpire i muri, brandelli di legno e di cuore sparsi per la stanza, un mucchietto di resti di infanzia e di fiducia rannicchiati in un cantuccio, ai piedi di una donna, che ha dentro ancora l’eco dell’infanzia che riecheggia senza sosta.

Lo specchio, in realtà, ha letteralmente sotterrato un’immagine che, ogni tanto, riemerge dal fondo di quella coltre. Quando risale su, per prendere una boccata d’aria, come un sommozzatore in perenne esplorazione che abbia bisogno di una tregua, è un pugno nello stomaco. Un pugno di quelli che lasciano attoniti e incapaci.

Lo specchio ha visto, letteralmente piantati nei suoi, due dardi infuocati, gli occhi folli di paura e di terrore, gli occhi spezzati e lacerati dalle lacrime, gli occhi che invocavano e gridavano, affamati di sogni e di vita. E in quel momento li ha visti urlare qualcos’altro, nel silenzio sordo e incessante gli è sembrato di ascoltare una voce rotta, frantumata, che con tutto il fiato possibile ha tirato fuori tutti i suoi dolori, con un unico, penetrante, doloroso, sanguinante sguardo. Lo specchio ha letto, o forse ha davvero sentito, il grido di un dolore che non ha pace in quel silenzio che ammanta la casa, il grido di risposta ad insulti trattenuti tra le ciglia imperlate di lacrime, il grido di oggetti scaraventati all’aria, gli stessi che hanno scandito gli attimi di una vita. Il grido di risposta ad un amore che ha il nome deformato dal dolore.

Forse avrebbe voluto parlare, o forse no. Ma, in ogni caso e qualunque fosse la sua volontà, è stato facile nascondersi dietro la sua totale inabilità a farlo, dietro la sua consistenza reticolare, dietro la sua materia perfettamente distribuita ad occupare la sua porzione di mondo. Un piccolo insignificante spazio atemporale, in cui rifugiarsi sfuggendo ad altri sguardi che si inchiodano nel suo, cristallino e penetrante. Sguardi che rivelano e che si rivelano attraverso quella fragilissima, liquida, corporeità. Occhi che scrutano in sé stessi, tuffandosi e scavando in profondità,

sempre più giù,

scendendo nel gelido inverno di un’incomunicabilità primordiale, precipitando in un baratro oscuro di parole gridate a pieni polmoni ma mai completamente capite, sentite. Parole strappate dalle corde vocali con una forza disumana, la forza della rabbia incandescente e priva di risorse, una rabbia cieca e buia. Parole rubate ad un vuoto instabile, in cui le sostanze in gioco sono sempre pronte a reagire, producendo precipitati di salsedine emotiva.

Placidamente disteso contro il suo solido punto d’appoggio, lo specchio non ha proferito alcuna parola, fingendo un’immobilità precaria, la stessa di quei legami instabili, così facili alla rottura e restii a ricucirsi, perché entrambi i lembi di quella sottile seta lucente, logorati dagli strappi verbali, fisici, emotivi, rifuggono allo sforzo immane di protrarsi verso l’altro, necessitando di rotoli e rotoli di pazienza e comprensione.

Una comprensione soffocata, inghiottita dall’impossibilità di comunicare.

E neanche lo specchio, nelle sue fugaci immedesimazioni negli occhi di chi si guarda, è riuscito a vivificare la sua presenza fissa, a comunicare che era lì.

Non è riuscito a perpetuare quella foto in eterno, ma soltanto ad accarezzare, con la sua liscia inconsistenza ogni linea, curva, spezzata, continua; ogni colore, vivido, spento, luminoso, ogni espressione marchiata indelebilmente sul sottile e frangibile supporto del ricordo.

Ma quel viso sorridente stampato su quella foto, dopo essersi voltato a guardarsi un’ultima volta, proprio quella in cui la superficie cristallina dello specchio era stata marchiata brutalmente, non abitava più quei luoghi, ormai deserti, in cui solo l’eco delle voci che vi erano state riecheggiavano. Aveva chiuso la porta dietro di sé, lontana da quel manto silenzioso, che aveva lacerato con la forza del suo allontanarsi. Da quella casa, da quel tempo che, inconsapevolmente, anche lo specchio abitava.

Marianna Lucia di Lucia

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