Il rumore del “silenzio”

Quand’ero piccola un mio zio era solito portare me, i miei cugini e i miei fratelli a fare tante gite che ai miei occhi di bimba di allora erano eventi straordinari perché si distaccavano dalle abitudini quotidiane ed erano un momento per vedere e scoprire cose nuove. Il piccolo particolare era che le visite avevano molto spesso come oggetto luoghi alquanto “cimiteriali”. In una di queste mi ritrovai in una località vicino Frosinone, dove c’era un monumento commemorativo per i soldati lì morti durante la seconda guerra mondiale. In realtà non sapevo dove mi trovassi ma inconsapevolmente mi colpì la solennità del posto. Iniziai una gara di velocità con i miei cugini e presi la rincorsa salendo tutti quei gradini che componevano l’opera celebrativa alla cui sommità si disponeva un obelisco in marmo e a destra e sinistra di questo si scorgeva una grande distesa di verde. Arrivata per prima sul “podio”, mi ritrovai da sola e affannata e per un istante mi fermai ad ascoltare cosa si sentiva intorno a me. Avvertii il fruscio del vento che faceva risuonare le grate che proteggevano il monumento, ma non era il solito rumore che ero abituata a sentire: era un suono che mi rimbombava nelle orecchie e mi faceva quasi sobbalzare il cuore provocando in me un tremore insensato, involontario. Quando scesi raccontai l’accaduto ai miei zii che mi spiegarono cos’era il posto in cui eravamo e, nonostante un momentaneo infantile timore per quello che mi era successo, ritornai ai miei giochi.

Da grande ho dato un nome a quello che mi era capitato: “suggestione” che la psicologia definisce come forma di comunicazione tramite la quale in un individuo, senza alcun’ imposizione esterna, è indotta una convinzione o una condizione senza che egli possa opporvisi.

Oggi posso dire solo che comunque si chiami quello che ho vissuto, suggestione o altro che sia, il suono di quel falso silenzio ho imparato a comprenderlo, o almeno a capire che ciò che sembra trascurabile o impercettibile acquista valore quando  rimane impresso, non tanto nell’orecchio che fa solo da tramite, ma nel posto che è in noi più nascosto.

                                                                                                     Anna Fabozzi

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