Gli insetti

“Aaaah! Che diavolo! Ma cosa mi hai infilato nella maglia? Quanto mi irriti!” – Luca prese ad urlare al bambino.
E quello, l’ometto col moccio che colava sul labbro superiore teso in una smorfia irriverente, ripeteva con aria canzonatoria la sua cantilena preferita – “Ti ho fatto uno scherzo, ti ho fatto uno scherzo!” – la lingua all’insù già in agguato per catturare quel residuo gelatinoso di raffreddore.

“Devi proprio smetterla, Ciro. È proprio ora che tu la faccia finita. Mi devi lasciare in pace. Lo hanno detto anche i dottori, non hai sentito? Ho bisogno di riposare, io.” Più che altro, era un dialogo con sé stesso. Quel lagnoso lì, comunque, non gli avrebbe più dato fastidio e quella vocina acuta, tagliente, aguzza avrebbe smesso di assillare le sue giornate. Assecondando i suoi pensieri, fa per scrollarsi di dosso l’animaletto che gli passeggiava sul petto preso da una crescente furia, agita le gambe come affetto da tarantolismo e con ritmo scandito da scatti rapidi e alternati scaglia calci nel vuoto come a liberarsi da un formicolio. Una sensazione raccapricciante di zampette che ti sfiorano in ogni dove. Intanto con la mano destra prende un lembo della sua polo blu cobalto e la tiene tesa come se volesse evitare che collida sulla sua pelle e le si incolli irrimediabilmente, con l’altra mano intanto comincia a grattarsi ovunque inseguendo quello zampettìo.

“È sicuramente uno di quei tuoi stupidi insetti. Sono così arrabbiato, giuro che ti farò fuori!” – dalle labbra tremanti erompeva nel silenzio della sua stanza una voce profonda e catatonica.

“Luca, ma dài, non è niente! Non è successo niente. Perché non provi ad ignorarlo? Ormai lo conosci, dovresti sapere com’è fatto.” – la donna che si era precipitata nella sua stanza gli porse un bicchiere d’acqua, lo invitò ad accomodarsi sul suo letto e a riprendere lentamente il controllo della situazione promettendo che sarebbe tornata presto.

La porta si chiuse con un suono sordo e Luca fu finalmente solo, ad occhi chiusi sentì il suo respiro diventare leggero e controllato, come la schiuma del mare che si infrange sul bagnasciuga, all’alba, dopo una tempesta notturna. Così Luca si sentiva: brezza di mare, dopo un uragano. E come soffio d’aria i suoi pensieri si soffermavano sulla camera che lo accoglieva, ripercorreva le quattro parenti e le ridipingeva di bianco, ne ricordava le macchie di umido, i pochi quadri quasi dimenticati ai chiodi.

La stanza era enorme, così grande che avrebbe potuto installarci una sala da ballo con vista Vesuvio e con uno dei tramonti più belli a cui era possibile assistere in quella piccola cittadina, punto nevralgico della più grigia zona grigia della provincia. Un immenso agglomerato di case e palazzi e costruzioni e fabbriche dismesse che colmavano chilometri e chilometri di porzione di terra, a perdita d’occhio. E la più consueta delle alzate di spalle: “in fondo non ci possiamo lamentare”. Così Luca non si era lamentato mai in quei cinque anni, nemmeno per gli spifferi di aria gelida che d’inverno si intrufolavano da chissà dove. Orizzonte fisso dalla grande finestra della sua sala da ballo erano i tramonti che scandivano i giorni. Sempre luminosi e malinconici, sempre con pennellate di rosa o di rosso. Sapeva esattamente se il cielo la sera avrebbe indossato il suo trucco migliore o se sciatto e malandato si sarebbe rifugiato dietro

coltri di nubi e grigio velo di nulla. Avrebbe potuto lucrarne, chissà: “Un tramonto e un desiderio, prego fatevi avanti!”. Avrebbe indossato la divisa rossa da circense, il cappellino tondo, la scatola rettangolare legata al collo con snack e dolciumi a costo rincarato come in quel film che aveva visto e rivisto centinaia di volte. Insomma un vero e proprio business. Ne sorrideva persino lui, quando si ritrovava a fantasticarci su. Ma sarebbe stato l’affare dei sogni per Luca, parliamoci chiaro. In provincia si va matti per queste cose qua, abituati come si è alla mestizia e al grigiore. Insomma un pubblico perfetto. Peccato non aver mai avuto doti imprenditoriali e manageriali e pure un certo rifiuto per il rischio.

La dottoressa Nilde, con quel suo fare controllato e fermo, aprì la porta e rientrò nella stanza. “Allora Luca, vogliamo provare a capire cosa sia accaduto ieri sera? Cosa ha fatto stavolta il tuo fratellino?”

“Gli insetti dottoressa, si diverte a ficcarmi degli insettini lungo la schiena. Ma io ne ho paura, ne ho…”. Si accorse quanto il suo tono fosse petulante ed ebbe come una sensazione viva e pungente, non uno dei suoi tanti deliri insomma, che la dottoressa Nilde non ci credesse nemmeno un po’ alla sua guarigione e che nemmeno lui stesso ci sperava. Via! Strappò via il velo dell’immaginazione da tutto quanto, osservò quanto le sue quattro pareti fossero grigie, le tele scolorite e i tramonti variopinti in realtà mera vanità del cielo.

La sua stanza era solo la numero 469, 4° piano, scala A. Gli era stata assegnata cinque anni prima, quando la madre non era stata più in grado di gestire le crisi di un adolescente un po’ troppo cresciuto e quando un nuovo bambino stava per dare finalmente

gioia alla sua vita. Ma la mamma sarebbe tornata a riprenderselo. Intanto lui doveva starsene lì, buono, buono.
E questa era l’ultima bugia che quella mattina Luca sentì di non doversi più raccontare.

Maria Ferraioli

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