racconti: Zero zero zero zero.

Zero zero zero zero.

Sono le sei. Il capotreno fischia. Tutti in carrozza. Prima corsa della giornata.

Ho riposato poco e con la bella stagione che, come una bella donna, tarda ad arrivare, le prime fredde ore del mattino rendono faticoso il risveglio.

A quest’ora però la gente è poca. E’ quieta. E’ particolarmente piacevole osservarla.

Si crea una tacita complicità tra i passeggeri del mattino. Come tra condannati costretti a sopportare lo stesso fardello  o tra i seguaci di una fede: pochi  fortunati eletti alla conoscenza di una verità. Si condivide il peso di una sveglia così precoce e si gode insieme di quelle prime ore d’oro pallido.  Un “ciao” sarebbe troppo ma con lievi movimenti del capo e sorrisi accennati  ci si riconosce e ci si abbraccia.

Ci sono le facce di sempre, quelle fedeli… Oh! Anche Giulia oggi s’è alzata in tempo! Buongiorno Giulia! Ci sono i volti occasionali, poco a loro agio, attenti all’elenco delle fermate per non perdere la propria. E poi ci sono le facce di chi non c’è, di chi d’improvviso non percorre più con te quel pezzetto di strada. Alessio  si sarà laureato, Carlo avrà ottenuto quel trasferimento… e la vecchietta appassionata d’enigmistica! Spero sia soltanto accompagnata in auto verso uno dei suoi incontri di preghiera.

Essere un treno non è semplice. E’ emotivamente impegnativo. E’ come per i medici: farsi coinvolgere può renderti la vita difficile.   Per quanto mi riguarda non ho scampo… e mi ritrovo a riposare poco se vedo Marco accogliere in silenzio l’ennesimo rifiuto per poi telefonare alla moglie e rassicurarla ché  sicuramente nei prossimi giorni lo chiameranno per quel lavoro! 

“scarsa propensione all’indifferenza” scrivono…

Ma è perché sono un treno ficcanaso che Marta e Claudio si sono incontrati! Così simili e così soli. Mi è costato una faticosissima duplice soppressione.  Quando basterebbe parlarsi. 

Sono le nove.

Francesca è preoccupata. Ha un esame. Solo in questi casi abbandona le sue cuffiette isolanti per sfogliare un libro.  Accanto a lei l’uomo silenzioso dal gran cappello grigio. Niente smartphone, mp3  od altre diavolerie simili per lui. Pura solitudine. Di quella che ti permette ancora di ascoltare un mondo che non ti ascolta più. Tra i soli e i folli la differenza è una:  i secondi  hanno smesso di ascoltare. Pazzia, dunque, o  legittima difesa?  Tutti i giovedì  viaggia verso il mare per rientrare al tramonto, l’uomo dal gran cappello grigio.

Un gruppo di ragazzetti va nella stessa direzione.  Sono eccitati, complici e pieni d’aspettative…avranno saltato la scuola. Quanta gioia può esserci in un cambio di programma!

Ed eccoli accalcarsi. Passeggeri più nudi e vivaci, quelli delle 13. Telefonano, canticchiano, ridono, spingono: il sole li ha risvegliati, la fame li infervora. Anche chi è solo, a quest’ora è meno solo. Raramente si sceglie d’essere tristi nelle ore calde del giorno.

Ma Francesca è già di ritorno. Non sembra troppo soddisfatta : l’esame non deve essere andato come avrebbe voluto. Rallenterò lungo la costa per consolarla. La bellezza  solleva lo spirito permettendogli di tendere all’infinito. 

Oh! Ci penserà  Cioràn prima di me! Arriva coi suoi occhietti di caffè vivo e il suo organetto, diffusore d’allegria immediata. Con lui anche i viaggiatori più pensierosi  sorridono.  Solo pochi (sempre meno pochi) non si lasciano sfiorare dalla musica:  a volte la vita e le certezze pietrificano gli sguardi.

Come le note, corro. Corro insieme al giorno e mi stanco. 

Sono in stazione.  Ho sempre sognato di riposare lungo il mare… ma rieccomi in stazione.

L’orologio segna le 23:59. L’ora più stanca del giorno. Quella più piena e densa, ricca di cifre come di ricordi. Quella in cui le mie carrozze sono pesanti di incontri, di scontri,  di baci e lacrime, di risate e sofferenze, di delusioni e soddisfazioni.  La stazione è deserta.  Riecheggiano nell’assordante silenzio milioni di suoni, di odori, di pensieri e di colori . Ma finalmente la lancetta conclude il suo girotondo. 

Sono le 00.00.  Non mezzanotte. Né le ventiquattro.  No.  Zero zero zero zero.  L’unico momento in cui gli orologi sono belli : smettono di ricordare quanto tempo è passato per raccontare che del nuovo “oggi” ancora nemmeno un minuto è trascorso. E’ l’ora della speranza.  A quest’ora, oggi, nulla è cominciato e tutto, proprio tutto, potrebbe accadere.

Consiglia Alise

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