La scatola della memoria

Il mio sogno di bambina era quello di fuggire via, lontano. E su di un treno. A sei anni, svuotata la valigetta dei colori di plastica blu, vi misi dentro una mela e un maglione e, aggirandomi furtivamente per la casa seguendo la pista di monetine cadute dalle tasche dei miei genitori, mi allenavo ai doveri della vita adulta: «devo prendere il treno! Devo prendere il treno!».

A ventinove anni è ancora il mezzo di trasporto che preferisco. Impermeabile ai soliti discorsi su sulla sicurezza dell’aereo, sul tempo risparmiato, sul comfort, amo dei treno proprio l’ aspetto vissuto, un po’ decadente, la struttura cigolante che al primo sguardo scoraggia i più, con quell’ alone di malinconia che si trascina dietro. Per me, invece, rassicurante nella sua andatura ritmicamente cadenzata tadàtadà tadàtadà tadàtadà. Il tempo, prima di tutto.

Ormai tutti preferiscono l’aereo perché in un’ora e un quarto puoi arrivare in qualsiasi capitale europea o cose simili. Ma è proprio questo il bello del treno, che per arrivare in un posto, te lo devi sudare! Sperando prima di tutto in un ritardo non troppo ampio, poiché i treni sono sempre in ritardo, a volte puntuali e mai in anticipo; poi che non si rompa improvvisamente la motrice o che mentre sei in bagno non ti rubino il bagaglio, o peggio ancora, che al tuo ritorno il tuo posto occupato non sia occupato da qualche strano figuro cui rinunci di chiedere di alzarsi per non innescare reazioni a catena imprevedibili e catastrofiche, preferendo per le rimanenti dieci ore di viaggio fare su e giù per il corridoio-trincea ostruito da  valigie più grosse di te. L’avventura di andare da Napoli a Parigi in treno con ventotto ore di viaggio è tra le poche ancora reali. Come al cinema, più lungo è il viaggio meglio è! Per deformazione professionale scruto uno ad uno i personaggi presenti nel vagone. Da studiosa di arte osservo prima il quadro nel suo insieme, poi centimetro per centimetro analizzo la fisionomia dei volti così da assimilarla nel caso volessi riprodurla e infine mi soffermo sulla luce che si rifrange su un volto, su quello che traspare dalla pelle, dalle rughe, dalle palpebre, dalle iridi trasparenti nella luce del primo pomeriggio. Impossibile fermare quegli istanti in un quadro, su una pellicola o peggio ancora trasformarlo in milioni di pixel per condividerlo con le stesse persone che considerano terribile viaggiare in treno. Contemplando in treno, io immagazzino nell’archivio più grande e meglio organizzato che esista ogni singolo istante, la matericità delle cose e immaterialità delle epifanie. 

La memoria è la scatola di velluto dove conservare il nostro più grande tesoro, il tempo: il tempo dedicato agli altri e a noi stessi. Possiamo aprirla quando desideriamo trovando inalterato tutto il carico di emozioni, pensieri, sensazioni che ci impressionò tanto da far entrare quell’episodio tra le gioie preziose di quello scrigno. L’unico possesso inalienabile dell’esistenza umana. «Se sai da dove vieni, sai dove vai», dice un proverbio ebraico. Il treno è il mezzo di trasporto più efficace delle scatole di velluto.

Serena Calò

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