racconto: Montesanto di fantasmi

Montesanto di fantasmi

Oggi sto col culo al ferro ghiacciato del sedile, faccio tutto da seduta, salti immensi, giri, sbuffi, sto strappando vita al tempo.

Spingo un poco quattro storie in mezzo a un libro tutto umano, tragedie ordinarie di un pezzo d’America carveriano, fanno luce dal didentro, vedo bene, come musica, metto a fuoco con l’orecchio.

Mi pare che vedere è un bel verbo. Vediamo di fare, vediamo di dire. Non è come cercare, che è concreto e fa fatica, posso farlo da seduta.

Sta partendo un altro treno. A Montesanto di fantasmi è pieno di monnezza e fa tutto umano. Si aprono le porte a strati, le suole fanno stack sulla plastica semisciolta, mi butto nella calca e ci riversano nella scatola.

Parte. Tuona tutto e poi è stridio frenetico di cinghie impazzite che gridano per fermare i binari.

Aderenze. Sporge dell’ossigeno dal finestrino ed io non avevo idea che si vivesse attaccati, forza di gravità permettendo, ad altro che non fosse il suolo. Stanno tutti in piedi pigiati, chi è seduto sparisce che non è mai esistito.

Col braccio alto come un naufrago in mezzo al mare, sto fra meduse caustiche piene d’indignazione, schiumano se solo le sfioro.

Virginia mi sussurra all’orecchio: «Io non amo il prossimo. Li detesto tutti. Li rasento appena. Lascio che si rompano su di me come gocce di pioggia sporca» – ma per me anche l’aria è come colla e ci sto appiccicata a tutta questa folla senza orme, che non mi conosce, al treno freddo e stridente, al pavimento di gomma che accoglie ogni cosa, come una madre orfana.

Stack stack stack. Sto cercando di tornare a casa.

Martina Salvai

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