Cigolio di barche, palpito lieve del mondo. Lettera di una madre a sua nuora.

Era Luglio.
Un’estate pre-scelta, ma senza troppe pretese.
Il cielo stellato, il mare limpido.
Il paesino di sempre. La vecchia marina.
Quello è stato il posto dove ci siamo incontrati per la prima volta da soli.
Dove l’ho abbracciato, o meglio dove lui ha abbracciato me. Dove lui mi ha scelta, io l’ho aspettato. E dal basso del suo gozzetto bianco e blu mi ha insegnato ad accorgermi che è estate dalla posizione delle stelle nel cielo: -“Ci sono tre stelle che caratterizzano il cielo estivo e sono disposte a formare un triangolo – mi spiegò una sera mentre eravamo lì, sulla nostra terrazza galleggiante – Deneb, la stella più brillante della costellazione del Cigno, Vega nella Lyra e Altair nell’Aquila”. Sono nata e cresciuta in un posto dove la terra un giorno baciò il cielo e quel cielo per l’emozione si sciolse in mille riflessi, generando il più bello dei mari, Monte di Procida. Un promontorio di poco più di 10mila abitanti, uomini e donne che di campi da arare e di reti ne hanno fatto la fonte della loro ricchezza. Dove la tradizione marinaresca si fonde tutt’uno con l’agricoltura, dove la primavera inaugura feste e sagre, aprendo le danze alle notti dei lunghi falò in spiaggia, i balli intorno al fuoco, e giochi e canti fino al risveglio del sole. E non avrei mai pensato a quanto potesse essere bella la stagione estiva prima di incrociare i suoi occhi e a quanto potessero esser belle anche tutte le altre stagioni con le sue mani fra i capelli finché, dopo avermi vista danzare su di un lungo tappeto blu nella piazza del paese, mi strinse tra le sue braccia sussurrandomi: -“Mentre danzavi e le tue dita si muovevano veloci, mentre facevi quasi l’amore con quella palla, mentre l’amavi… Ho pensato che avresti potuto amare anche me…”. Lui aveva visto oltre un’anonima coreografia. Mi aveva vista vestita solo di emozioni. Aveva raggiunto la mia anima. La porta era oramai aperta. L’amavo. E lui amava me. Studiavo danza ritmica e sognavo di diventare una famosa ballerina. Lui invece aveva preferito seguire le orme di suo padre, pescatore prima e Capitano di Lungo Corso poi. Io non amavo il mare aperto, le onde, l’odore di salsedine, i ciottoli e la sabbia cocente sotto i piedi. Non ricordo d’aver mai trascorso giornate intere al porticciolo prima di amarlo. Mi recavo spesso, però, giù al chiosco antistante la darsena e la maggior parte del mio tempo la trascorrevo ascoltando canzoni scelte al jukebox, tra birre, patatine e tante risate con amici. Il jukebox era democratico, dovevi aspettare il tuo turno per gettar la monetina in quella fessura e scegliere la tua canzone. E se prima di te qualcuno vi inseriva un sacco di monetine, bisognava attendere con pazienza anche dieci minuti di fila. Fu proprio mentre aspettavo il mio turno che quel ragazzo bruno, alto e dagli occhi verdi mi si avvicinò chiedendomi di fare due passi insieme, alla luce della volta stellata. Non ricordo cosa avvenne esattamente quella sera e quelle dopo ancora. Entrò nella mia vita senza bussare ed io glielo concessi. Era con me, passo dopo passo avanzavamo insieme, io con lui, lui con me. Fu subito amore, un amore impetuoso, travolgente. Il mondo, d’un tratto, divenne poesia. Quella piccola insenatura su cui si ergevano tetti e case divenne il luogo incantato delle nostre giornate di vita vissuta. E quel mare, fra il sussurro lento dell’acqua che succhia la rena e le onde che andavano, venivano, spumeggiavano e s’infrangevano tra la banchina e la scogliera, la colonna sonora della nostra storia d’amore. Era lì che trascorrevamo gran parte del nostro tempo, accoccolati, nascosti tra pescherecci e gozzetti. Le stelle, silenziose a tenerci compagnia, a far da spettatrici a due anime inquiete che sul far della sera, terminati gli affanni quotidiani, solo l’una tra le braccia dell’altra trovavano un porto sicuro. E in quel silenzio, a portare il tempo, il cigolio delle barche in attesa del domani. Mi sembra ancora di sentirla quella voce, mentre mi regalava una delle immagini più sorprendenti che quotidianamente il nostro piccolo “Eden” ci serviva su di un piatto d’argento:

– “Fissa attentamente queste barche, cosa provi?”.

– “Nulla” – risposi – eccetto un senso di nausea e quasi di smarrimento nel vederle tutte in riga muoversi di qua e di là”.

– “Sostituisci ora due labbra alle prue che si sfiorano, poi si toccano, si lasciano andare e si riavvicinano, in un continuo andirivieni. E dimmi, hai ancora il mal di mare?!”.

D’un tratto quel cigolio, quasi fastidioso di un minuto prima si trasformò nello schiocco del bacio più dolce dell’etere. E il palpito lieve del mondo si fece più vivo. Sentivo. Amavo. E non ero sola.

– “No – gli confidai quasi imbarazzata per la superficialità con la quale fino ad allora avevo osservato e ascoltato il mondo che girava intorno a noi – ho la sensazione che la voce del mare si serva di tutto ciò che tocca per dire qualcosa. Anche che laggiù, in riva al mare, qualcuno si sta amando, proprio come noi”.

Frattanto la Luna usciva di scena, lasciando il posto alle prime luci dell’alba. E’ la vita: finita la notte, rinasce il giorno, la continuazione di ieri, del giorno prima, del giorno prima ancora.
Arriva come se nulla fosse accaduto, come se nulla fosse cambiato. E invece, a mano a mano, i miei sogni di bambina svanivano e ne subentravano di nuovi, forse più grandi. E anche la danza, un tempo ragione di vita, la riposi in un cassetto, segretamente. All’età di venticinque anni andammo ad abitare dove il mare si affacciava alla finestra, dove il tramonto raccoglieva l’ultimo raggio di sole, dove guardando verso l’infinito potevo immaginare la rotta del mio uomo. Lui che, pur districando le reti con un’abilità disarmante, con quelle mani possenti e forti che scivolavano su di esse come olio, in un pomeriggio di primavera si distese sulla sabbia e guardando verso l’orizzonte capì che il mare avrebbe fatto parte della sua vita. Ma non a quelle condizioni. -“Sono stanco di far l’uomo con l’acqua nelle scarpe – mi disse serioso – stanco di tornare a casa con la lenza senza un sol pesce, stanco di affidare ai voleri del mare il mio pane quotidiano. Voglio navigare”. Fu una carriera lunga e faticosa la sua, ma ricca di soddisfazioni. Solcava i mari, lontano, mentre io gestivo un negozio di antiquariato in centro. Comunicare era difficile e i giorni di assordante silenzio lo erano ancor di più. Vivevo la mia vita in perenne attesa: di un suo ritorno, della sua partenza. Di una lettera nella cassetta della posta, della sua voce dall’altra parte della cornetta. Una primavera dopo l’altra. E così arrivò il mese di giugno, anno 1994. Il mare lo aveva richiamato a sé un po’ prima dello scadere della licenza. -“Vorrà dire che passeremo il Natale insieme”, disse fingendosi entusiasta solo per strapparmi un sorriso. E intanto, nel mio grembo, impercettibile, cresceva finalmente il frutto del nostro amore. Ci salutammo col cuore in gola. Avevamo entrambi la sensazione che qualcosa sarebbe accaduto. Un po’ come i temporali estivi, che vengono a ricordarti che tutto può cambiare in un istante. E che nessun cielo resta sereno per sempre. Di quel che avvenne di lì a pochi giorni dalla sua partenza ne ho soltanto un vago, confuso e doloroso ricordo. So per certo, però, che il mare insegna ai marinai dei sogni che i porti assassinano. Nella notte tra il 6 e il 7 luglio, mio marito e altri sei marinai (di cui tre, suoi compaesani) vennero sgozzati sulla nave Lucina ancorata a Djendjen, un porticciolo in via di costruzione nella regione di Jijel, a est di Algeri. Furono trovati tutti con la gola squarciata. A scoprire l’eccidio era stato, la mattina alle 7, un portuale insospettito per l’assenza di segni di vita sulla nave. In quel 1994 era il quarto viaggio della Lucina e del mio uomo in Algeria. Si parlò di un attacco terroristico, xenofobo, ideologico, politico in vista dell’imminente G7. Si parlò di tante cose. E altrettante se ne dicono oggi. Soltanto questo non poté neppure essere immaginato: la sofferenza e il tormento di una moglie, di un genitore o di un figlio a cui viene strappato un pezzo del proprio cuore. Lo stesso che, dentro me, riprese a battere più forte, per entrambi, qualche mese innanzi, quando venne alla luce il nostro bambino. Bello, forte, innamorato: della vita, del mare, dell’infinito orizzonte. Proprio come il suo papà.

E non stupirti, mia cara, se oggi sei seduta qui, su questo scoglio, ad ascoltare la voce del mare, mentre lava le tue lacrime cantandoti la canzone dell’amore lontano. Perché quell’uomo che con gli occhi di suo padre infinite volte hai visto incantarsi ad ascoltare il cigolio delle barche a pel d’acqua nelle sere d’estate, è il mio bambino. Il tuo sposo.

Tornerà, stanne certa. Come ha sempre fatto.

Melania Scotto d’Aniello

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