La storia della piccola tartaruga amaranto.

Era una fresca serata di Maggio, mi trovavo, nella mia confusionaria stanza, piena zeppa di oggetti che per molti sarebbero privi di valore ma che, per me, rappresentano qualcosa d’inestimabile. Era venuta l’ora di sistemare un po’, ed io, a malincuore, mi trovai a dover scegliere cosa tenere e cosa invece dare via. Anche se chi tiene agli oggetti non butterebbe via mai niente.

La scelta è sempre davvero complicata, quella T-Shirt che avevi in seconda media e ti ricorda di quand’eri un ragazzino e il tempo non era ancora scandito dagli impegni ma dal divertimento oppure quelle vecchie cuffie e quel Compact-Disc che ormai rappresentano la “Preistoria”. Continuavo a scavare e faticare tra le mie scelte, quando, tra la moltitudine di oggetti uno spicca più degli altri: una tartaruga marina, di colore amaranto, di quelle che spesso troviamo in molte case come oggetto di mobilio. E’ lì, ferma, impolverata, non ricordo nemmeno per quale motivo sia lì. La guardo, la afferro, ed è come se in quel preciso istante, semplicemente toccandola e tenendola tra le mie mani, che mi ritorna alla memoria, quasi come una capriola all’indietro, tutta la storia di quell’oggetto.

Quella tartaruga impolverata era stata il regalo di un ragazzino innamorato che in un’assolata giornata d’estate era stato nella sua stupenda quanto contraddittoria città. Era andato a prendere la sua fidanzatina, ed insieme su quel vecchio motorino, con l’aria tra i capelli, cercava di capire cosa potesse regalarle. Era indeciso, meditativo, pensava troppo, anche la mamma lo diceva sempre. Erano sul lungomare, era una giornata stupenda, erano soli e tutto il resto non aveva importanza. Anche se lui continuava a pensare a cosa regalarle. A quell’età è semplice decidere: anelli, rose e cose del genere ma lui voleva davvero regalarle qualcosa di speciale.

Ed ecco d’un tratto passare un venditore ambulante d’origine africana. Quando il destino si pone sul proprio cammino, tra i vari oggetti della sua mercanzia, proprio quella tartaruga. Il giovane ricorda di aver letto una fiaba Giapponese, nella quale un uomo salva una tartaruga e viene ricompensato dal Dio del mare, che gli offre la mano di sua figlia. Per questo motivo, quell’oggetto era diventato un simbolo dell’amore sincero e indissolubile. Per lui il sentimento verso quella ragazzina era qualcosa di speciale, di non comune. Lei rappresentava tutto il suo Universo e sperava che con quel regalo la ragazza potesse davvero capirlo. Quando porge la tartaruga, come dono, alla ragazza, lei resta un attimo ferma, interdetta, ma non appena le spiega il motivo di quel dono lei, con gli occhi pieni di lacrime, lo bacia e lo ringrazia.

Non resteranno tutta la vita insieme ma la ragazza continuerà per tanto tempo a possedere quell’oggetto ricordando di una giovinezza passata.

Ma quella tartaruga non si era trovata per caso sulla bancarella di quel povero venditore: quella tartaruga proveniva da un paese lontano, dal suo paese, da quell’Africa che sembra dopo un uscita autostradale ma che invece è molto lontana dai nostri occhi.

Era stato il regalo, più unico che raro, per il decimo compleanno, di un padre a un figlio, in quella Nigeria, infestata da guerre e mille difficoltà. Quel padre e quel piccolo decidono di partire, perché la disperazione è tale da non dare altra possibilità. Partiti nella notte, l’unica cosa che il bambino decide di portare con sé è la tartaruga. Il viaggio è lunghissimo ed estenuante per i limiti umani. Una volta raggiunta la possibilità di salire su uno di quei traghetti infernali, dopo aver pagato l’obolo a quei moderni Caronte, inizia un viaggio nel viaggio, dove l’unica cosa che non può svanire è la speranza.

Il destino beffardo vuole che ad un battito d’ali da Lampedusa, il barcone si rovesci: urla e disperazione, il padre e il figlio si dividono, non si riescono a trovare con gli occhi. Dopo ore in mare arrivano i soccorsi, e riescono a recuperare moltissime anime, che come quelle del Purgatorio Dantesco sperano di raggiungere il Paradiso, cosi quelle , che orami con flebile speranza, di raggiungere il “Paradiso” Italia.

Il figlio, avvolto nella coperta termica, stringe forte quella tartaruga tra le mani, cosi come la speranza è stretta forte al suo cuore quasi da farlo fermare; il padre non è con lui, non è stato recuperato ancora. Passano ore e la speranza di ritrovarlo diventa sempre più vana ma il figlio non la perde mai.

Poi però vede arrivare una nave che trasporta le povere anime che non ce l’hanno fatta, il figlio si accinge a guardare con il terrore di scoprire quello che nella sua testa era uno scenario impossibile. Ed è in quel momento che il figlio diventa adulto. Il ragazzo stringe a sé, come non aveva fatto prima, quell’esile tartaruga, l’unica cosa che gli è rimasta del padre. La speranza di una vita migliore diventa il principio della disperazione.

Ma quel figlio, graziato dal mare, diventato adulto troppo presto, cresce e trascorre una vita più che dignitosa, si sposa con una donna conosciuta a Napoli. Impara a conoscerla bene, Napoli, andando di qua’ e di là in cerca di clienti, si senta figlio di questa Terra. E’ affascinato da una canzone che sente spesso, la canticchia quando sotto il sole si sposta da una zona all’altra, “Siamo figli del Vesuvio, forse un giorno esploderà”. Si sente anche lui un figlio di quel vulcano, sente come se fosse stato generato, lui nero come il carbone, da quel Gigante e da Partenope che ormai gli fa da madre.  Porta sempre con sé quella tartaruga, non la lascia mai, la vita gli sta andando abbastanza bene e pensa che sia anche per quell’oggetto che lo trattiene in quell’Universo strano in cui si trova a vivere.

Poi, un giorno, le strade della città incontra quei due ragazzini e gli ritornano in mente i suoi genitori che si erano conosciuti in giovane età ma, a colpirlo, soprattutto lui, il ragazzo sensibile che voleva a tutti i costi comprare quella tartaruga: gli ricorda il padre. Chiede al ragazzo perché voglia, a tutti i costi, proprio quella tartaruga. Commosso dal racconto del ragazzo decide di regalargliela: anche lui conosce bene la forza dirompente dell’amore, l’amore per quella donna con cui condivide la vita e l’amore per il padre che gli ha dato la possibilità di una vita migliore. Il ricordo del padre è impresso a fuoco nel suo cuore e quella tartaruga può avere nuova vita e rappresentare per un’altra persona qualcosa d’inestimabile. Decide quindi di raccontare la sua storia ai giovani ragazzi. Dopo il suo racconto, i ragazzi salutano il venditore, il loro animo è intriso di gioia e tristezza allo stesso tempo. Il ragazzo sa di aver regalato quello che cercava, un oggetto che non rappresenta la bellezza classica bensì una bellezza che va al di là dell’estetica, un oggetto che ha vissuto intensamente e che per quel venditore ha avuto un significato di rara unicità. Da così lontano quella tartaruga aveva percorso migliaia di chilometri e aveva avuto tanto valore per diverse persone, ora è finita, non si sa bene come, nella mia confusionaria stanza. Come quelle bottiglie lanciate in mare con un messaggio al loro interno, io gelosamente custodirò quest’oggetto, ricordando sempre tutte le vite che ha incontrato.

Jacopo Girasole

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