Odisse

Odisse

«Odi – mi dicono – tu odi il frinire delle cicale, il rigurgito della belletta al tuffo delle rane, il tumulto dei motori e gli stantuffi dei tubi, l’irruvidirsi dell’asfalto e il rombo dei cumulonembi, lo scrosciare della pioggerellina e il ruggito del mare». Sono stato costretto ad odiare un mondo che ha per i miei sensi il felpato passo di un felino, percepibile ma non udibile. Scorgo invece l’approssimarsi della tempesta, che avverto per l’ombra che divora la silente musica del sole, la cui luce, soltanto, mi rammenta l’avanzare del tempo, in assenza dell’oscillare, lento, del pendolo, o del gallo che per me non ha mai cantato. Ho iniziato presto ad odiare ogni suono che non fosse scritto, ogni parola sillabata da incapaci ventriloqui muti. Solo in quell’orizzonte candido della pagina bianca, solcato da irregolari onde d’inchiostro, potevo finalmente fingermi, negli orecchi della mente, l’idea di un tocco, di una nota, di una sonorità della parola che gli altri definiscono onomatopeica, ma il cui significato posso a malapena intuire. Ogni lettura rappresenta un viaggio dei miei sensi, un imbarcarsi della fantasia non solo verso mondi nuovi ma anche alla ricerca di suoni perduti o, per meglio dire, mai conosciuti.  L’accostarsi delle lettere, dei lemmi, il loro incatenarsi in fiumane leggere di testo mi danno l’illusione di poter ancora captarne la musica, col tono che l’unica voce che io abbia mai udito, rannicchiata timida nell’alcova della mia mente, prova a compitare, immaginando che qualcuno mi stia parlando e che io riesca a sentirlo. Allora quella stessa mia voce s’impelaga su piccole madeleines di carta, a ritroso verso una memoria sonora che non è mai realmente esistita e che ho invece creato da solo. Perché se trattengo nei ricordi l’illusione che un insieme di parole possa intonare una particolare melodia, e m’impegno per farla riaffiorare quando mi trovo a discorrere in soliloquio coi libri in cui ritrovo più o meno i medesimi termini, allora creo un mio, personale passato che ha il suo specifico suono e non mi sento poi più così solo, insonorizzato in me stesso. È una sorta di Odissea dei sensi quella che attraversa le esperienze solitarie delle mie letture, come se ogni riga fosse la corda di una lira che, puntellata dolcemente dal mio compitare, componesse la letteraria sinfonia d’un sordo. Ma è un’illusione che dura il tempo di chiudere la pagina e voltarmi di colpo, guardandomi intorno, per vedere se qualcuno mi si è avvicinato, o gesticola per chiamarmi a modo suo, o se la luce intermittente del telefono picchietta in modo quasi sinestetico i miei occhi. Un po’ alla stregua dell’incanto dell’ariostesco castello di Atlante che s’infrange come quello che dicono essere il rumore del cristallo che cade in pezzi. E per quanto mi sforzi, allora, proprio non riesco a non odiare quel silenzio che al di fuori dei libri mi aggredisce con tutto il suo fragore, e che pare quasi insultarmi nell’andirivieni fagocitante del traffico, nel brulicare insensato della città che continua a muoversi con un ritmo che sembra quasi vomitarmi sugli orecchi tutto il suo trambusto, come se sprezzante non si curasse affatto di me e mi schernisse. Perché, se io non lo sento, non importa: il mondo esiste lo stesso.

Ma nell’angusta aria che mi soffoca i timpani s’addensano anche potenti, nuovi suoni, inafferrabili come sparuti granuli di neve che, danzando leggeri in tango col vento, si poggiano poi sulla pelle e riaffermano la loro presenza anche senza bisogno della voce. Lei è per me proprio come il nevischio del primo inverno, leggiadro e imprevisto eco d’armonia, il fonema con cui la mia vita cerca di esprimersi oltre le pagine dei romanzi o dei poemi. È lei, dal nome di musica, sia affabile sia austera, ad avermi preso per le orecchie e avermi istruito ad un diverso modo di sentire, con le sue mani che, nel linguaggio dei gesti, disegnano sillabe, le sue labbra che inumidiscono parole, i suoi sorrisi che modellano frasi e i suoi occhi che sussurrano infine, delicatamente, il tono amorevole col quale le pronuncia. Così quel silenzio che tanto m’insordiva d’un tratto non mi piaga più, e poco m’interessa il tambureggiare del suo e del mio cuore quando m’abbraccia, perché sono suoni che, ormai noti, appartengono a tutti. Mi perdo invece ad ascoltare la voce di quelle sue iridi di pace declamanti parole e nenie che solo io posso comprendere. E con lei, tuffandomi nel muggito delle strade, nel pelago del baccano, con lei smetto di disprezzare i borbottii, gli strepitii, i clamori, le gazzarre, il vociare senza senso, le espressioni di grida sui visi dei passanti e i loro sguardi spenti mentre tentano, con le cuffie sugli orecchi, di estraniarsi da quei rumori di fondo che avrei voluto far miei. Ecco che il mio viaggio nei suoni trova il suo approdo ultimo in lei, sirena di un Ulisse senza udito, nei suoi modi di parlarmi e di farmi comprendere ancora come le parole siano in grado di celare diversi, migliori significati. Il medesimo termine possiede così un alternativo valore semantico, che cambia a seconda di chi lo pronuncia o di chi lo recepisce. E proprio dopo averla sentita parlarmi non ho davvero avuto più bisogno di odiare alcunché, ma solo di ascoltarlo.

«Odi – mi dice – tu odi il frinire delle cicale, il rigurgito della belletta al tuffo delle rane, il tumulto dei motori e gli stantuffi dei tubi, l’irruvidirsi dell’asfalto e il rombo dei cumulonembi, lo scrosciare della pioggerellina e il ruggito del mare».

Giuseppe Arace

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