Storia di una vita condannata  di Maddalena Dobellini

Questa è una storia sbagliata. La storia di una vita recisa.  

Rompe i contorni di  una  foto sbiadita il suono di  passi  violati da  una condanna. Una condanna che strappa, invade, distrugge lo spirito di volti silenti. Coscienze in rivolta, mani congiunte, sguardi sospesi: si riversa lungo le strade di  Torpignattara un corteo funebre.  Un  adunanza  di  spettatori  rabbiosi,  ma  impotenti. Uomini,  donne,  bambini smarriti che si lasciano cullare dall’oblio squilibrato del vivere a metà. Stretti fra una terra  inospitale  e  un  cielo  inaccessibile,  cercano  riparo  tra  le  crepe  di  un  muro bagnato: c’è chi nasconde lo sguardo umido tra le frasi di un breviario appassito, chi insegue  le  curvature  di  una  pianta  rampicante.  Nessuno  vorrebbe  guardare,  eppure, uomini, donne e bambini avvertono  l’inganno della  giustizia come  una coltellata  che trafora lo stomaco. Ognuno di loro deve voltarsi alla dolenza.  

Questa è la storia di una vita condannata, logorata, consunta e, purtroppo, esistita. Un ragazzo è lì, il suo corpo è reale, ma vuoto. Stefano non può più presenziare.  

La  parola  morte  dovrebbe  indicare  una  fine.  Ma  cos’è  una  fine?  Il dolore  è  senza tempo.  Fermo,  immobile  eppure  dinamico.  Dinamico  per  ricordare  le  trame di  una vita sfiorita, distrutta, eppure, viva

Gli  occhi  di  Stefano  incrociavano  spesso  sguardi  ostili  e  movimenti tristi.  Restava incompreso  e  infelice  ma,  comunque,  sempre  incline  all’incontro.  Stefano  detestava gli  scontri.  Viveva  da  ultimo  e  amava  ascoltare.  Ascoltare,  pensava,  è  una  forma  d’espressione  e  lui  preferiva  esprimersi  così.  Ascoltava  il  pavimento  freddo  con  la superfice dei suoi piedi  nudi. Percepiva  le  parole a cuore aperto e,  molto più spesso, si  faceva  raggiungere  dai  silenzi  inospitali,  quelli  che  bucavano,  veloci  e  distratti,  i confini di suoi pensieri irregolari. L’incomprensione altrui, bruciante e sovente, finiva spesso   per   violentargli    l’animo,   il   dolore   era   diventato    una   questione   di sopravvivenza. Era l’unico modo per sentirsi attraversare dalla vita. 

Ma  infliggerlo al  prossimo  non  gli  sembrava  giusto.  Farsi  del  male  gli  parve  l’unica soluzione possibile. Presto, una passione promettente si fece largo tra la nebbia della sua  vita, squilibrata e confusa:  la  boxe. Stefano cedeva alla boxe con  la  forza  di  una fede.  Le  aveva  consegnato  ogni  suo  peccato,  rimpianto,  pentimento.  Le  aveva affidato goccia dopo goccia tutto il suo sangue amaro. A furia di prendere a pugni un sacco  inanimato  sperava  che  un  giorno  avrebbe  potuto  liberarsi,  sprigionando  la bellezza  e  allontanandosi  dal  male.  E  poi  quelle  crisi  epilettiche  che,  forse,  causate dall’impossibilità e dal  desiderio  di  delineare  candidamente  la  propria  identità,  si presentarono  a  scuotergli  il  cervello. All’epilessia  si  aggiungevano  con  violenza rabbia,  gioia,  passione,  inadeguatezza.  L’umanità  senza  censure  aveva  raggiunto anche   lui.  Contribuiva  a   renderlo  confuso,   ma   non  più  del  disprezzo  e  dell’indifferenza  che  gli  altri  mostravano  nei  suoi  riguardi.  Dentro  quel  pugile dall’andamento   sbilenco   si   nascondeva   l’anima   di   Stefano.   Una   stanza   morbida, accogliente,  spaziosa.  Stefano  aveva  spazio  per  tutti,  ma  nessuno  sapeva  restare. I passi  violenti  dell’addio  echeggiavano  nel  mare  senza  fondo  né  superficie  della  sua anima con la potenza di un fuoco appiccato con la benzina su una sterpaglia.  Solo e smarrito Stefano trovò riparo in Lei

Lei con il suo viso da bugiarda, Lei che era lì ad attenderlo, paziente, sul ciglio della disperazione.  Quella  di  cui  conosceva  il  nome  e  non  gli  effetti,  il  prezzo  ma  non  il costo. Era lì ammaliante, suadente.  

Era lì, bellissima, La Sostanza.  

Quella  che  una  volta  assunta  era  riuscita  a  cacciargli  le  parole  ingombranti  fuori  dai denti,  e  la  rabbia  sopita,  anestetizzata  dal  buon  senso,  quella che  aveva  scatenato  la ribellione  di  Stefano  verso  una  Terra  che  non  gli  aveva  consentito  di  essere  ciò  che era.   Quella   che   l’aveva   apparentemente   salvato   da   una   solitudine   violenta   e insopportabile. La droga era la risposta a ogni sua domanda, la sua unica amica. Un’instancabile  confidente.  Stefano  pareva  non  avere  più  bisogno  di  nessuno.  La Sostanza  era  tutto.  E  perciò  finì  per  dimenticare  quel  calore  umano  che  tanto  aveva ricercato. Non vedeva più suo padre e la sua impotente disperazione, non vedeva sua madre chiusa in un silenzio che faticava a trovare le parole adeguate, non vedeva più sua  sorella  e  quel  dolore  negli  occhi  che  si  era  trasmutato,  presto,  in  una  rabbia sconfinata.  

Tanto  clamore,  agitazione,  disperati  tentativi  di  comunicazione.  Ma cosa  avrebbero potuto  dirgli?  Stefano  aveva  amato  la  vita  più  di  ognuno  di  loro.  Non  c’era  stato giorno  che  non  avesse  rivolto  il  suo  sguardo  verso  il  cielo,  per  mirarne  l’azzurro carezzevole.  Non  c’era  stato  giorno  che  non  avesse  provato  a  lenire  le  anime  delle persone  incontrate.  Non  c’era  stato  giorno  in  cui  Stefano  non  s’era  fermato  per fotografare  con  i  suoi  occhi  lividi  la  bellezza  dell’alba  e  del  tramonto.  Non  un  solo giorno  in  cui  non  aveva  ammirato  il  dileguarsi  delle  nuvole  che  corrono  veloci  per cedere  il  posto  alle  prodezze  del  sole.  No.  Nessuno  l’aveva  compreso,  tutti  gli avevano voltato le spalle, come fosse la vergogna del suo quartiere, Torpignattara.   

Tutti  sì.  Tranne  la  droga.  Per  questo,  alla  fine,  aveva  ceduto.  In  lei  credeva  di  aver trovato cura, accoglienza, riparo. Colmo di Lei si sentiva forte. Sicuro.  

Ma  la  droga  è  beffarda,  prima  indurisce  le  pareti  del  cuore  e  poi  le  distrugge.  E  una volta distrutte, poi, bisogna fare i conti con il sangue che ne fuoriesce, con gli impulsi scomodi e  inaspettati, con  la  lacerazione  di ogni organo, perché la droga si  nutre del sangue  umano  come  un  predatore  fa  con  la  sua  preda.  E  non  ti  lascia,  no,  non  ti lascia, almeno fino a quando non sei tu a lasciarla o è la  morte a farti abbandonare l’ago. 

E Stefano l’aveva capito. Non voleva lasciare la sua vita, lui voleva solo l’opportunità di  viverla  dignitosamente.  Per  questo  si  era  trascinato  in  un  SERT.  Lì,  almeno, avrebbero spalancato le porte vedendolo arrivare, pensava, «lì mi potranno ascoltare». E  invece  no. Dosi di  metadone strisciavano  nel suo sangue, subdole e sfacciate.  La vita  era  restata  fuori  anche  da  quella  porta.  Non  un  grammo  di  umanità  che  potesse colmare   il   vuoto   che   gli   dilacerava   il   cuore. Stefano,   come   sempre,   cercava compagnia  nei  suoi  tormenti  infiniti. «Io  sono  un  uomo,  non  sono  la  droga  che assumo», pensava confuso. Resisteva Stefano: voleva tornare a guardare l’alba senza che  i  suoi occhi  ne  distorcessero  i  confini,  senza  che  la  sua  bocca  bramasse  acqua  e droga, senza che il suo cuore lo minacciasse continuamente di fuoriuscirgli dal petto. Ma  non  ce  l’ha  fatta.  No.  Stefano  non  ce  l’ha  fatta.    È  crollato.  Come  crolla  un castello di sabbia o un palazzo durante un terremoto.  Stefano  abbandona  la  cura.  Ad  attenderlo  solo  la  boxe,  la  sua Sostanza  e  una  morte delegata ad altre mani.  

Lo abbiamo detto. Questa è la storia di una vita condannata, sì. Ma non dalla droga.

 Ottobre. In  una  notte  privata  di  stelle  il  corpo  di  Stefano  deve  fare  i  conti  con  la disumanità  degli  esseri  umani.  Il  suono  di  sirene  spiegate  conduce  quel  pugile sbilenco  alle  porte  della  vita.  Ad  attenderlo tre  uomini  in divisa  arsi  dal  desiderio  di imporsi  e  di  imporre  il  loro  potere,  la  loro  negligenza.  Stefano è  un  fragile  tossico, questo basta per pestare a sangue i passi dei suoi trent’anni di vita.  

Potere della divisa.  

Nessuno  scatto  a  sancire  il  suo  arresto,  nessuna  verità  per  restituire  a  Stefano  la dignità violata. Solo un perforante silenzio potrà risvegliare uomini, donne e bambini. Un volto tumefatto è scomodo da mostrare, la verità va nascosta fin quando si può, è la legge dei codardi, è la legge dei presuntuosi, è la legge dei senza cuore, quella dell’omertà. Stefano è stato picchiato, massacrato, imprigionato, abbandonato. Stefano ha patito  molti  mali  prima  di  morire,  accompagnato  dalla  solitudine  in  ospedale,  sei giorni dopo l’arresto, ma l’indifferenza è stata il peggiore assassino. 

In  una  società  in  cui  ci  hanno  insegnato  che  dubitare  è reato,  Stefano  ha  compreso invece  che  dubitare  è  l’unica  vera  possibilità  di  svolta.  Ha  vissuto  gli  ultimi  suoi giorni tra violenze e agonia ma è stato finalmente felice. Perché ha avvertito il calore di  una carezza  invisibile  pur  essendo solo.  Perché ha compreso  il  valore. Il  valore di uno schiaffo e quello di una carezza, il valore dell’acqua e quello della sete, il valore del pane e quello della fame. Il valore di una sconfitta che talvolta è una vittoria. 

Uomini,  donne  e  bambini,  stretti  in  un  corteo  silente,  finalmente  dubitano,  e  si lasciano  investire  dai  dubbi  di  Stefano,  quel  ragazzo  schivo,  che  non  erano  mai riusciti  a  comprendere  davvero.  Capiscono  ora  che  essere  colpevole  è  diverso  dall’avere una colpa e che errare non vuol dire essere un errore.  

Stefano,  inconsapevolmente,  ha  aiutato  uomini  donne  e  bambini  ad  evacuare  la drasticità  del  pregiudizio.  La  sua  morte  ha  zittito  tante  parole e  stimolato  altrettante riflessioni.  

Quegli  uomini,  quelle  donne  e  quei  bambini  hanno  capito  che  chiedere  aiuto non  è una dimostrazione di debolezza ma l’ultimo rantolo di una forza negata. Quegli  uomini,  quelle  donne e quei bambini  hanno  finalmente capito che per restare umani basta mettersi in ascolto, e considerare valore ogni singola forma di vita.  

Grazie Stefano. 

Maddalena Dobellin

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