La melodia del pendolo

L’estate scorsa sono tornata nella casa vacanze di mia nonna, in Sicilia. Mi era venuta
nostalgia delle giornate estive di quand’ero bambina, trascorse nel suo giardino ricco di mille
colori e profumi di fiori. Le nostre giornate trascorrevano allegre, avevamo sempre tante
cose da fare, sistemare casa, cucinare, cucire…. In realtà, per lo più, io restavo a guardare,
soprattutto quando si sedeva davanti ad un tavolino in giardino e con solo ago e filo
riusciva a creare per me vestiti bellissimi. La osservavo affascinata, desiderando un giorno di
imparare da lei i segreti di quei movimenti così semplici e che, per me, allora, nascondevano
una affascinante magia.

Non mi pesava affatto passare le giornate con lei, invece che con i bambini della mia età.
Adoravo mia nonna e volevo trascorrere più tempo possibile con lei.
Il mio momento preferito della giornata, però, restava in assoluto il pomeriggio. Quando
riposavamo insieme. C’era un oggetto che la nonna teneva gelosamente esposto in salotto e
che aveva colpito la mia attenzione. Era un vecchio orologio a pendolo.

In uno di quei pomeriggi d’estate, in quella stanza illuminata dalla luce del sole che
tramontava, in un silenzio quasi irreale, ero rimasta improvvisamente impressionata dal
suono incessante di quell’orologio. L’andamento ritmico delle lancette mi dava un senso di
tranquillità…di pace.

Ogni pomeriggio, entravo in quella stanza e mi facevo cullare da quella melodia, da quel
suono ipnotico che faceva dondolare i miei pensieri fino a trasformarli in sogni. Era
diventata una vera e propria ninna nanna.
Ritornando dopo tanti anni in quella casa, che conservava tutti i miei ricordi di bambina,
tutto mi è ritornato alla mente. Soprattutto quei momenti, trascorsi in quel salotto, il suono
di quell’orologio. Peccato che non fosse più in quella stanza, ma nel fondo della mia
memoria era come se lo sentissi risuonare ancora, incessante.

Ricordo quanto avessi tormentato mia nonna chiedendole la storia di quell’oggetto, che mi
diceva essere molto antico. Volevo scoprirne il funzionamento, gli ingranaggi. Volevo
sapere da dove proveniva quel ticchettio che mi affascinava così tanto.
Alla fine ero riuscita a strapparle la promessa che un giorno sarebbe stato mio.

Crescendo però, prendendo nuove strade, le mie visite erano diminuite, e con il passare del
tempo quei ricordi si erano affievoliti.
Ma erano sempre lì.
E’ bastato entrare in quella stanza perché la mia memoria si risvegliasse, perché riaffiorasse
il ricordo di quel suono, di quei pomeriggi, e proprio nel momento in cui ne avevo più
bisogno.

Avevo bisogno di quel senso di pace che il ritmo di quell’orologio a pendolo mi
trasmetteva. Desideravo che tornasse ad infondermi la stessa tranquillità, che quel semplice
Tic…Tac… mi cullasse come quando ero bambina, che mi trasportasse come allora nel
mondo dei sogni.

Ed ecco che alla mente ritorna anche il luogo in cui è conservato. Impolverato in soffitta,
dimenticato.
Funzionerà ancora? Decido di scoprirlo subito.
Salgo in soffitta, speranzosa, mi guardo intorno, ed eccolo lì, avvolto in un telo di plastica.
Mi colpisce l’impressione che mi dà, come se mi stesse aspettando. Mi sembra assurdo,
quasi magico, che quell’orologio ancora funzioni, ma è così. Riesco a sentire, anche se quasi
impercettibile, quel ticchettio che tanto mi aveva affascinata.

Lo libero da quell’involucro e come da bambina, seduta ai suoi piedi, mi lascio cullare dalla
sua melodia rasserenante e avvolgere dai teneri ricordi del passato.
Tic…Tac….

Martina Catone

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