La solitudine di Jane  di LIVIA MONTELLA

Jane era una donna sola. Aveva perso suo marito e sua figlia in un incidente stradale. La sua era una famiglia felice. Jane si era sempre occupata di sua figlia Susy, trattandola come una principessa. Ora la sua casa era vuota, ma nonostante ciò Jane trovò la forza di andare avanti, aveva la speranza di una vita che comunque va vissuta perché ha sempre qualcosa da darti. Un giorno Jane trovò davanti alla porta di casa una gattina. Le diede il nome di sua figlia, Susy. Il tempo trascorso con Susy aveva ammorbidito ogni asperità e Jane aveva imparato che anche ad un dolore così assoluto si sopravvive, si deve sopravvivere. Il piccolo principe infatti  dice: ͞Gli uomini coltivano cinquemila rose nello stesso giardino…e non trovano quello che cercano,e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua…ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore͟. Jane ormai non aveva rapporti con nessun familiare, non aveva amici, aveva soltanto Susy, è a lei che aveva donato il suo cuore. Jane viveva in una solitudine che tocca profondamente tutti gli uomini, è ineliminabile, accompagna per tutta la vita e per alcuni, i più fortunati, può diventare la strada della ricerca interiore. Ma a Jane non interessava cercare se stessa, viveva nel ricordo e sperava di ricongiungersi un giorno con la sua famiglia. La solitudine per Jane era una condizione spiacevole, a volte spaventosa, che spesso diventava un nemico da fuggire a qualsiasi costo. E la fuga per Jane era l’amore che provava per la sua gatta. Le faceva dei regali, la viziava e poi scriveva delle lettere di ringraziamento al suo posto, come una figlia che lontana fa con la propria madre : ͞Cara mamma ti ringrazio molto del bellissimo regalo. Per favore scrivimi presto. Con tutto il mio amore, Susy͟. La firma era l’impronta della zampa della gatta. Il dolore provato dalla donna era forte, un dolore dovuto alla perdita e alla separazione. Nel tentativo perenne di placare l’immagine della solitudine che si portava addosso come una seconda pelle, si procurava le sofferenze e le gioie della vita. La solitudine non era solo disperazione ma anche speranza e forza,conquistata nel riconoscimento di una propria individualità. Esisteva quindi una felicità nella solitudine. La mente, in ogni caso, deve saper trovare da sé la propria felicità. Jane non poteva uscire dalla solitudine ma poteva assegnarle un significato. La separazione da qualcosa o da qualcuno poteva essere trasformata nel ricordo, il ricordo di un’esperienza vissuta, esattamente come nel racconto del piccolo principe: ͞Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?͟.͟ È una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami…͟. ͞Creare legami?͟͞Certo͟, disse la volpe. ͞Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo͟. ͞Comincio a capire͟, disse il piccolo principe. ͞C’è un fiore…credo mi abbia addomesticato…͟. Ebbene, Jane era stata addomesticata da Susy. Non poteva fare a meno di lei, della sua amicizia, delle sue fusa, del suo amore incondizionato. Ma un giorno anche Susy avrebbe dovuto affrontare la solitudine, proprio come la sua padrona Jane.Quando Jane morì Susy rimase sola. Lasciò quella casa vagabondando in cerca di cibo e di qualcuno capace di placare la sua solitudine. Jane la aveva amata e accudita come fa una madre coi figli. In fondo Dio aveva creato le madri proprio perché non poteva essere dappertutto.

LIVIA MONTELLA MATRICOLA N60/3895 

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