I PASSI DEL SIG. MATTALIA

Racconto per il Seminario “Scritture in transito tra letteratura e cinema” a.a. 2014-2015

I PASSI DEL SIG. MATTALIA

Ore 19.00 di una tranquilla serata invernale. Finito al lavoro, aspetto paziente mia madre in Piazzetta, riparandomi dalla lieve pioggerella sotto la tenda dell’unico bar aperto. Come sempre in questo periodo dell’anno la Piazzetta è vuota, ed ogni passante è annunciato dal rumore dei tacchi sul basolato consumato.

Mi squilla il telefono, è Paolo: “Si, aspetto mia madre…. Si, dobbiamo fare quel servizio e salgo a casa, te l’avevo detto oggi a pranzo… no, mi sono riparata sotto la tenda del bar… Aspetta, sento dei tacchi, non si vede bene per la pioggia ma sarà lei… ti lascio. Ciao!”.

“Signurì, non è vostra madre!” mi giro di scatto, il sig. Mattalia, seduto ad un tavolino accanto a me, con il suo basco piantato in testa e la mano appoggiata sull’ombrello chiuso a mo’ di bastone. Potrebbe sembrare che stia lì, come me, ad aspettare che smetta di piovere ma non è così. Lui è lì tutte le sere a quell’ora, lo vedo sempre all’uscita da lavoro che osserva il passaggio con la sua aria serena. Sarà per questo che non l’ho nemmeno notato: ai miei occhi, ormai, è come se facesse parte dell’arredo del bar.

“Avete ragione…” rispondo, una volta che la persona si è avvicinata abbastanza da permettermi di riconoscere che non è mia madre, e intanto mi chiedo come sia possibile che un uomo così anziano abbia una vista tanto acuta. Lui, come se mi leggesse nel pensiero, esordisce: “ L’ho riconosciuta dal rumore delle scarpe… quei tacchi che portate voi donne”. Ah, ecco spiegato il mistero!

Aggiunge che lui vive nel palazzo dove abita mia nonna, dove abitava anche mia madre prima di sposarsi, e dopo anni che l’ha sentita uscire e rientrare tutti i giorni, la cadenza dei suoi tacchi sarebbe in grado di riconoscerla ovunque.

“Dovete sapere che ogni persona ha il suo ritmo, un passo cadenzato che può dirti molte cose di lei. Io questa cosa l’ho imparata per necessità, perché mi è servita a salvarmi la vita”. Il sig. Mattalia mi pare abbia circa 80 anni. La sua generazione ha vissuto la seconda guerra mondiale e qualcuno vi ha anche partecipato. Lui, come mi ha poi spiegato, pur non avendovi partecipato direttamente, era all’epoca poco più che un bambino, ricorda bene la fame, la mancanza di cibo, gli espedienti che ciascuno trovava per procacciarsi almeno quel poco che potesse sostenere le famiglie numerose di allora. Capri, rispetto alle città di terraferma, godeva di una situazione particolarmente privilegiata: già all’epoca regina del turismo, era utilizzata per mandarvi i militari in congedo. Ci son passati un po’ tutti, fascisti prima ed americani dopo, come mi hanno insegnato i racconti dei miei nonni. Tutti hanno portato la stessa cosa: il contrabbando. Mi sovviene in particolare il ricordo dei racconti di mia nonna che lavorava come cuoca alla maternità  e che, di tanto in tanto, rubava dalle cucine qualche scatola di latte, o di piselli, e la stringeva tra le ginocchia, sotto la gonna, camminando così per tutto il tragitto fino a casa per darne da mangiare ai propri figli. Il contrabbando aveva quindi salvato parte della mia famiglia, e anche quella del sig. Mattalia che veniva spesso impiegato come palo sull’uscio delle case ove si praticava il mercato nero. Era stato addestrato a riconoscere il passo delle guardie, che se li avessero scoperti, una buona metà della merce era da cedere a loro. Da allora il suo orecchio è naturalmente predisposto a notare il rumore dei passi delle persone, mi spiega. E senza il sussidio di alcun libro di psicologia comportamentale ha imparato a ricavare dal suo ritmo dettagli sulla personalità dei passanti.

Mi invita a sedermi accanto a lui. Poi chiude gli occhi, attende pochi secondi e: “Tic….tac….tic…. tac…”.“Senti? sta arrivando un uomo. Deve essere di mezza età per portare delle scarpe di suola, utilizzate da voi giovani d’oggi solo per occasioni speciali. Il passo è regolare, lento, pesante: deve essere soddisfatto della sua giornata perché ha il passo stanco e sereno di chi ha lavorato ed è contento della giornata. Poi deve tenere qualcuno che lo aspetta a casa, infatti non si ferma ma cammina spedito.” Mi concentrai sul suono, effettivamente l’impressione che quel ritmo dava era esattamente quello descritto dal curioso vecchietto.

Poco dopo passò una ragazza “tic.tac.tic.tac,t..tic…tttac..tac..”. “Senti…questo è il passo e’ na guaglioncella. Adda essere una delle prime volte che esce con i tacchi, secondo me, perché fa passi piccoli e inciampa pure nei basoli. Poi insiste a camminare svelto pure se non lo sa fare…non deve vedere l’ora di arrivare!”

Mia madre continuava a tardare, e quello strano gioco in cui mi aveva ingaggiato il sig. Mattalia mi aiutava a occupare il tempo e dimenticare la stanchezza che cominciava a farsi sentire. Chiusi gli occhi e tentai io: “Ttic….ttac….ttic…ttac”. “L’unica cosa che mi trasmette questo ritmo è che sia di una persona triste…e sola probabilmente, per la lentezza di chi sa che non c’è nessuno ad aspettarlo…o anche che cerca di attardarsi il più possibile per fuggire una situazione spiacevole”. Il sig. Mattalia mi sorrise con soddisfazione, approvando la mia interpretazione.

“ Tic…tac…tic…tac..”. Giunse al mio orecchio un altro suono, questa volta mi sembrava estremamente familiare. “Mia madre” mi venne da dire sorridendo, senza aprire gli occhi.

“Veloce ma allo stesso tempo decisa.. più tranquilla di quella della ragazza di prima ma forte come di una persona molto attiva. E’ una donna, non più tanto giovane ormai…una madre di famiglia perché ha il passo pesante e regolare di chi tiene i figli e vuole essere per loro una guida presente sempre… si è tua madre!”.

Fu in quell’attimo, mentre il signor Mattalia, un estraneo, descriveva con una tale precisione il passo di mia madre, che capii tante cose, di mia madre e di me. E mi venne in mente di quando ero bambina e di quanto quel rumore di tacchi materni mi suonava rassicurante. Di quanto preferivo di gran lunga uscire con mia madre proprio per poter giocare a regolarizzare il mio passo sul suo, fingendo di essere io a produrre quel ritmo serrato e deciso, che rappresentava musicalmente una corrispondenza perfetta con il portamento elegante e composto di lei. E, mentre mi risuonava nella memoria, al suono del passo di allora si accavallava il ritmo del passo di oggi… dal cui confronto riuscivo persino a sentire una vena leggermente più stanca e impacciata, come di chi ne ha passate tante e, pur senza darlo a vedere, ne porta il peso nel corpo…

Mia madre si avvicinò e, salutato gentilmente il sig. Mattalia, ci incamminammo insieme nella piazza deserta. Un ultimo sguardo, e vidi che il mio compagno d’attesa mi rivolgeva un invito quanto mai eloquente indicando con il dito l’orecchio e poi i miei piedi…“Ascolta!”. Il passo mio e di mia madre procedevano all’unisono…. e ho notato poi, col tempo, che succede spesso quando camminiamo assieme, non più per un gioco di bambina, ma per naturale propensione di compagnia..

Non so se sia il mio ad adeguarsi al suo, rallentato dagli anni, o il suo a recuperare l’antico vigore trainato dalla mia giovinezza.. aspetterò di reincontrare ancora il sig. Mattalia per chiederglielo, ma nel frattempo mi illudo di aver ereditato da mia madre molto più che la cadenza del passo ma la decisione e sicurezza con cui affronta ogni giorno la vita.

Tatiana Federico

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