L’invisibile

L’invisibile

Il silenzio è un cumulo di stoffa disteso davanti un portone qualunque in Piazza Bellini.
Che sia quella del decumano o l’angolo di una qualsiasi altra piazza del centro storico, del resto della città o il bordo di un qualunque marciapiede che tutti i giorni calpestiamo coi nostri rumorosi ed affannati tacchi, c’è sempre a farne da contorno quello stesso ciuffo di colori.
La prima volta che l’ho visto prender vita era un giorno di ordinaria frenesia. Una mano spuntava dalle coperte ad afferrare un pezzo di stoffa scappato altrove, un tesoro racchiuso in un cappello o forse, semplicemente, a cercare riparo dai rumori molesti di una città troppo chiassosa per accorgersi del suo silenzio.
Accanto a lui, custodita come fosse un tesoro, una busta.
Rimasi per qualche istante impietrita, era curiosità o forse peggio – che dio me ne salvi – pietà verso quel cespuglio di colori sporchi che per anni aveva abbellito sempre lo stesso portone senza mai destare la mia attenzione.
Iniziai a fantasticare su cosa potesse contenere di tanto prezioso, al punto che quel pezzo di plastica abile a raccogliere le sue scarpe grosse e malandate, quelle poche cose raccattate qua e là nei cassonetti o dalle mani della carità, mi svelarono un mondo. Persa, ossessionata. Quasi a diventarne gelosa.
Io sono ancora lì a pensare a cosa avrei di tanto importante da mettere se avessi un’unica – e bucata – busta di plastica prima di partire, mentre dall’altra parte il cespuglio ha tirato fuori dall’ultimo cartone anche la faccia barbuta.
Resta immobile e si fa guardare. La gente passa e lo guarda con uno sguardo che nega ogni possibilità di esistere, di far rumore. Lui si fa guardare, ma non lo vogliono vedere. Non chiede nulla. Nessuna elemosina, nessuna imprecazione, nulla viene fuori dalla sua bocca serrata, muta. Forse perché essere un “barbone” è l’accettazione e la speranza di non essere riconosciuti, di passare inosservati, di mimetizzarsi tra le mille maschere della gente. Non fa rumore, anche quando vorrebbe urlare.
Eppure, il suo sguardo è più incisivo della musica, la sua bocca più eloquente di una poesia. La parola è incarnata in lui, nella sua pelle rugosa, nel lembo della sua coperta. La parola diventa cosa tra le cose, traccia concreta del suo pensiero. E’ musica. Musica mesta ma fiera.
Incalza la pioggia, intanto, come a battere il tamburo di quella musica che ora suona ancora più forte. La riconosco, è familiare. Suona bene come il canto di una follia d’amore che ti spinge a sfidare qualsiasi esercito. E mentre i Puritani s’affannano intorno a cercarne il silenzio, in piazza risuona quella musica maestosa che in tanti non hanno mai ascoltato e che in Elvira ridestò la ragione.
Poco importa se i due eserciti circondarono gli innamorati, l’unica condanna che sentii pronunciare è quella di sedermi accanto al mio Arturo per cantare.  

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