Ingranaggi

Ingranaggi

Il silenzio viene interrotto da un rumore metallico, senz’anima, rude, crudele. L’autobus si mette in moto, ma resta fermo quel tanto che basta per guardarti un’ultima volta, anche tu ferma, sulla banchina, a ricambiare il mio sguardo, nel nostro saluto muto. Quante parole racchiuse in un solo intrecciarsi d’occhi, quante cose non dette e, allo stesso tempo, capite! E’ un addio breve, ma lo stesso è grave e, come sempre, accompagnato da quel motore troppo grande, come se la sua accensione avesse sostituito le grandi trombe delle navi che salpano a segnare uno strappo. La frequenza cambia, si fa più alta, poi più bassa e tu scivoli via dal finestrino, fino alla tendina di tessuto sudicio raccolta nel montante.
Il rumore ora è regolare, costante, in un fluire unico unito al fruscio del vento contro la carrozzeria. Incredibile come un rumore che per tanti anni si è ritenuto familiare da quel primo momento quando, poco più che un bimbo, spaesato e spaurito, ti accompagnava a casa dopo un giorno di scuola, per accompagnarti poi fino all’università, dove il suo suono ti rassicura del fatto che un’altra giornata è finita, che puoi finalmente tornare a casa, possa rivelarsi un traditore, cancellando di fatto tutte quelle sensazioni positive che ha creato fino a quel momento. Dopo tanti anni che ti ha condotto al sicuro, che ti ha cullato quando eri stremato dopo una lunga giornata fuori casa ora ti porta via dall’unico posto in cui sai che vorresti rimanere. In fin dei conti non è nemmeno colpa sua, i suoi ingranaggi girano contro la mia volontà, in una sfida impari tra macchina e spirito. Girano perfettamente, incrociandosi, come le nostre mani, perfettamente incastrate, danzando tra di loro in ampi cerchi per poi giungere di nuovo al punto di partenza, esattamente come noi, che abbiamo danzato un po’ dappertutto, dalle camere buie alle feste, dalle strade ai musei, danzato sulle note della strada, tra macchine, treni, pullman e aerei, in quest’enorme grande cerchio che compiamo, sempre uniti. Abbiamo fatto anche noi la nostra quota di chilometri roteando su noi stessi, per poi tornare a quell’unico punto di partenza da cui vale la pena partire: i tuoi occhi.
Il suo borbottio costante è un monito, pesante, grave, che mi ricorda che la mia volontà ha perso ancora contro il freddo metallo. Siamo ormai arrivati in autostrada, luogo della mia sconfitta definitiva, ancora una volta nessuno dei quegli ingranaggi si è bloccato, fermando così la corsa del veicolo. Con l’asfalto liscio e il motore a regimi regolari non c’è più nessun rumore, tutto l’abitacolo è in silenzio. Un gigante silenzioso, come il tuo sorriso, gigante nel peso che può avere su un corpo, quel sorriso silenzioso che dà energia ai nostri ingranaggi che non grippano mai nemmeno loro, lavorando sempre al massimo della precisione, scivolando l’uno nell’altro nel nostro silenzioso ballo che gridiamo al mondo, lottando contro le opposizioni di macchine ben più fredde e con ingranaggi molto più sporchi di quelli che ci stanno temporaneamente allontanando. Il viaggio di ritorno dura sempre meno; prima che me ne accorga il rumore si spegne del tutto, tutto piomba per un secondo in un silenzio totale, prima che le voci dei passeggeri e le telefonate comincino ad affollare l’abitacolo; è finita, siamo nel punto più lontano possibile e nel punto più vicino possibile.
Il viaggio è finito, ma è iniziato, anch’esso nel silenzio, il mio conto alla rovescia.


Marco Fusco

Gruppo “Di Virgilio”

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