Ho sentito un suono, il suono di un violino.

A Napoli, la mattina presto, c’è sempre un po’ di nebbia, un  po’ di fumo, tante auto, tanta gente pronta a bere litri di caffè per cominciare la giornata e tanto freddo e, ancora tanta gente che corre, corre, corre. Corre veloce per raggiungere la loro sede di lavoro.

A volte, se corri insieme a loro, e provi a guardare a terra, vedi solo piedi veloci che rassomigliano a qualche quadro futurista ; mi vengono in mente le zampette del cane dipinte  in “ dinamismo di un cane al guinzaglio” di Giacomo Balla.

E, invece, dovremmo imparare a correre come quando si è sulla spiaggia; correre e trovare il tempo di guardarsi indietro per ammirare meglio la scia di orme che abbiamo lasciato.

A Napoli, spesso, l’unica scia che vedo è quella di una massa informe che lascia indietro solo rifiuti.

Come tutte le mattine prendo il treno per arrivare a Napoli, spesso anche molto presto per seguire i corsi universitari, proseguo a piedi per raggiungere la metropolitana “Garibaldi” e scendo le scale per prendere la metro, anch’io un po’ di corsa.

Ogni giorno la stessa strada e sempre un po’ di corsa su quelle scale…finché un giorno, alzando gli occhi da quegli scalini di cemento,  noto una PERSONA. Una di quelle persone che siamo solite chiamare: clochard alla francese o  homeless all’inglese o nell’ormai trapassato “senza tetto” o “barbone”.  

Eh si!  Perché sembra che cambiare il nome alle cose e alle persone sia una caratteristica comune nell’uomo. Il quale assegnandole un bel nome sembra aver risolto il problema, lo rende più bello (o  meno crudo da toccare il cuore) .

La gente passava e lo guardava con uno sguardo che nega ogni possibilità di esistere. Guardai anch’io l’uomo a terra, ma non da vicino, da lontano mentre scendevo le scale perché quando arrivi a guardare da vicino la realtà delle cose, d’istinto, per vergogna o per codardia, si distoglie lo sguardo… ed io lo feci.

La prima volta che ci si imbatte in qualcuno di questi clochard si pensa sempre che siano lì per impietosire la gente che passa, per convincerle a fargli cacciare qualche spicciolo, ma che in realtà “stann meglij e nuij”… questo si dice.

Il giorno seguente m’imbattei di nuovo nel clochard, proprio nello stesso punto in cui l’avevo trovato il giorno precedente. Aveva un cappello scuro, rigido per via del freddo, ma lui non era affatto irrigidito, era seduto lì su quel cartone di pochi centimetri come se fosse seduto su un tappeto comodissimo e guardava la gente che scendeva le scale sorridendogli. Anche stavolta passai avanti, ero già in ritardo di venti minuti per seguire la mia “importantissima” lezione.

Il terzo giorno passa alla stessa maniera, io che scendo le scale e lui lì che guarda le persone correre verso le loro ambite mete. Noto che aveva un cappotto consumato, un paio di scarpe rotte, una di esse praticamente aperta sul davanti tanto da lasciar intravedere il piede.  

Era senza calzini… e senza guanti.

In quel momento, forse più degli altri giorni, mi resi conto di quanto quella persona avesse bisogno di un po’ d’aiuto ed io, nel mio piccolo, mi riprometto di dare, il giorno seguente, il resto del mio biglietto per Napoli a lui.

Arriva il giorno seguente. Sono lì con le mie monetine pronta a fare un piccolo gesto.

Arriva una chiamata sul mio cellulare, rispondo.

Termina la telefonata.

Mi fermo.

Cavolo,  l’ho appena superato!

Ho avuto giusto il tempo di notare che aveva posto accanto a lui un bicchierino di carta per chi avesse voluto donargli una monetina… troppo tardi.

Il giorno seguente arriva. È il 13 marzo.

Potreste pensare che ci fosse una bella giornata di sole e invece no, faceva freddo.

Scendo le scale per raggiungere la metro e ho già le monetine in tasca;  stavolta lo guardo negli occhi.

Ha gli occhi neri e grandi. I suoi occhi ti guardano e ti raccontano, senza che nessuno dei due apra bocca.

Prendo le monetine dalla tasca e sto per metterle nel bicchierino, in quell’attimo noto che il clochard aveva disegnato, con un pennarello nero, uno smile sul bicchiere.

Ho il tempo di pensare che quell’uomo passasse la sua vita tra le strade, sui marciapiedi… senza chiedere nulla e regalando taciti sorrisi.

Non faccio in tempo a compiere il mio piccolo gesto che al posto del bicchiere si stende la sua mano. Pongo le mie monetine nella sua mano.

Me la stringe.

Lo guardo di nuovo negli occhi e mi sorride ed io a mia volta sorrido.

Ma accade ancora qualcosa prima che lasci la mia mano.

Con un filo di voce, mi dice: “ti ho vista anche gli altri giorni!”.

Io faccio un cenno con viso per annuire, un altro scambio di sorrisi e vado via…

Sono in metro e ripenso a quello che era appena accaduto.

Mi sentivo più serena nel sapere che avevo compiuto un gesto che lo aveva reso felice. Sentivo la mia anima più sollevata, come se mi fossi scrollata un peso dal cuore.

Ma aspetta…

…cosa mi aveva detto quell’uomo?

Che mi aveva già vista?

Si, aveva detto proprio così, che mi aveva già vista, mi aveva già notata .

Questo poteva significare solo una cosa:  che per un’intera settimana aveva visto me ed i miei sguardi. Quei sguardi che ero pronta a distogliere da lui e soprattutto aveva visto che non lo avevo mai aiutato gli altri giorni.

Quale orgoglio?

Quale fierezza?

Quale spensieratezza?

Mi ero comportata come tutti gli altri. Gli “Altri” ero diventata ai suoi occhi anche io.

Ero finita per incappare in una sorta di “carpe diem inverso” … invece di cogliere gli attimi migliori della vita, avevo colto, per un’intera settimana, gli attimi sbagliati.

Perché basta un attimo, ti volti e la tua mente pensa già ad altro.

Quel giorno pensai di aver fatto io un’elemosina a lui donandogli una monetina  mentre era  lui che aveva donato qualcosa a me : il suo sorriso. Non vedevi più la persona “clochard”, vedevi una persona dal grande cuore che sapeva donarti l’unica cosa che aveva, ma anche la più preziosa. Vedevi solo un grande sorriso.

Ed io?  Cosa gli avevo donato gli altri giorni?

Indifferenza.  

Ero rimasta indifferente alla sua voce, non avevo saputo ascoltare la voce dell’inascoltato, quella voce che in silenzio sposta più di un uragano e  sa colpire dritta al cuore.

A volte ci comportiamo come se il mondo fosse solo un museo con tanti oggetti da esposizione. Guardiamo il pezzo che la vita ci pone davanti e poi passiamo al pezzo da esposizione successivo.

Era evidente che quel clochard non aveva mai suonato una sola nota musicale … ma credete a me le conosceva tutte! Quella voce silenziosa si tramutò per me nel suono di un violino – a  volte così acuta, così malinconica, così allegra, eppure così precisa e quando il “musicista” si prepara a prendere in mano l’arco, sai solo che le corde possono vibrare e arrivare dritte all’anima.

La sua era una musica che suona con una corda sola, ma capace di arrivare …solo a chi VUOLE ascoltare.

Grazie alle sue parole e ai suoi silenzi mi sono sentita più viva in quegli attimi che tutti gli altri giorni in mezzo a tutta quella gente.

Eppure, Lui, col suo silenzio, è stato capace di trasmettere il fascino magnetico del suo suono.

Olimpia Boemio

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