Inchiostro

di Vittoria Sibilia

Abitava un pazzo nel nostro condominio, un pazzo che collezionava penne.
Sapevo che era stato un bidello per tutta la sua vita, prima di andare in pensione; che non aveva né moglie né figli. Sapevo questo non perché qualcuno si fosse preoccupato di chiarirmi le idee, ma perché avevo sentito mia madre spiegarlo alla nuova vicina.
A volte mi fermavo a osservarlo perché a me sembrava un tipo piuttosto normale. Aveva qualche tic, quello sì, ma anche il mio amico Giovanni ne aveva e non era matto. Ogni volta lo guardavo pronto a scorgere un segno evidente della sua pazzia, con la curiosità cauta che può avere un bambino di sette anni. Guardavo, guardavo, ma non succedeva nulla. Così, un giorno, tutta la mia prudenza venne meno.

«Tu sei pazzo», lo informai, come se non lo sapesse, quasi a rimproverarlo, quasi a dirgli “comportati da tale”. Lui si voltò e gli occhi che scrutavano il vuoto si riempirono di me. Inclinò leggermente la testa e aprì la bocca per dire qualcosa. Poi la richiuse e tornò a contemplare il nulla.
«Come ti chiami?», chiesi, ma ormai mi ignorava, non mi guardava, allora iniziai a tempestarlo di domande. Prima o poi avrebbe dovuto rispondermi.

«Perché collezioni penne?»
La sua espressione mutò, risentito si girò di scatto e finalmente sentii la sua voce. «Non “colleziono” penne. Sono penne a sfera senza tappo e le raccolgo, non le colleziono! Non è un hobby, non -» si interruppe nel momento in cui feci istintivamente un passo indietro e ritornò a quella normalità che fino a poco prima mi aveva infastidito, ma che adesso mi rassicurava. «Scusa, piccolo, è solo che… Quanti anni hai?»
«S-sette», mi sentii dire, un po’ incerto.
«Sai cosa succede quando una penna rimane senza tappo per molto tempo?»
«Non scrive più.»
«Esatto, esatto, non scrive più… L’inchiostro si secca e la penna non serve più a nulla. Sai cos’è l’inchiostro per la penna?»
Quella domanda mi spiazzò. L’inchiostro è inchiostro.
«Ehm, è quella cosa che ha dentro e può essere blu, nero, rosso…» azzardai.
«No, no», scosse la testa e la sua mano sinistra mimò quel movimento. «Non ti sto chiedendo cos’è, ma cos’è per la penna.»
Non riuscivo a capire cosa intendesse. Sorrise tristemente e chiuse gli occhi. Poi, come aveva fatto all’inizio del nostro incontro, inclinò leggermente la testa e aprì la bocca per parlare. Ma questa volta parlò davvero.
«Quando la penna deve scrivere, il tappo viene rimosso, la punta poggiata sul foglio e la sfera inizia a ruotare, ruotare, ruotare, lasciando tracce di inchiostro precise, volute. Preziose. Ma se il tappo… se il tappo si perde? Se la punta rimane scoperta? Ogni cosa che tocca la sfera si macchia d’inchiostro, cose che non dovevano essere segnate; gocce di colore smarrite, perdute, sprecate». Fece una pausa e prese fiato. «Ma se niente tocca la penna?» Mi guardò fisso negli occhi, lucido e stanco. Sul punto di piangere. «L’inchiostro si secca… E puoi provare a riscaldare la punta, a fare cerchi sui fogli, ma non è detto – non è detto! – che la penna torni a scrivere. Che torni ad essere penna. E questo perché nessuno si è preoccupato di rimettere il tappo al suo posto, e lei è rimasta lì, senza alcuna copertura, vulnerabile. Con niente a proteggere la sua parte più importante». Si fermò nuovamente, più a lungo stavolta, come per riordinare le parole, per ritrovare il senso. Non ero certo di capire dove volesse arrivare, ma ero ben determinato ad ascoltare tutto ciò che aveva da dirmi. Quando ricominciò a parlare, la sua voce era

ormai stremata. «Ho tante penne a casa mia. Provo a coprirle come meglio posso. E non importa la forma, la marca, il materiale, il colore: io le salvo dall’essere buttate. E non importa se non scrivono più, per me hanno valore proprio perché per gli altri l’hanno perso. L’inchiostro c’è ancora là dentro. Anche se è secco.»

Detto ciò si voltò e iniziò a camminare. Volevo urlargli che non poteva andarsene così, che non mi aveva detto niente, ma mentre lo guardavo allontanarsi con la testa bassa finalmente capii.
«L’anima!», gli urlai, invece. Si fermò. «L’inchiostro, per la penna, è l’anima». Non disse nulla, non un cenno del capo, non uno sguardo, non un sorriso. Vidi solo le sue spalle salire e scendere: un respiro profondo, e mi bastò come conferma. Poi ricominciò a camminare.

Quella fu l’unica volta in cui parlammo. Lui tornò alle sue penne, io ai miei giochi da ragazzino.

Qualche settimana dopo, all’uscita dalla scuola, mi accorsi di aver dimenticato il quaderno di matematica, così tornai indietro a riprenderlo. Di fretta lo recuperai dal sottobanco e mi avviai verso la porta dell’aula. All’uscio, d’un tratto mi bloccai. Avevo visto qualcosa che mi costringeva a voltarmi. Sulla cattedra giacevano, separati da una trentina di centimetri, una bic nera e il suo tappo. Li fissai per qualche secondo, indeciso sul da farsi, ma prima ancora di rendermene conto mi ritrovai vicino all’enorme banco. Presi il tappo e lo riposi delicatamente sulla penna. Poi li lasciai lì, signora e cappello, e mentre l’aula si faceva sempre più piccola alle mie spalle, un pensiero mi balenò in mente. Che pazzia. E non potei fare a meno di sorridere.

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