A Hua Hin

di Jessica Ottobre

24 Agosto 2015

Sono le 6.30. Antonio è già uscito, non senza prima rivolgermi il solito sorriso di chi si raccomanda e al contempo ha fretta di andare. 

È diretto al Camp per l’allenamento quotidiano di Muay Thai.   

È il quarto giorno qui a Hua Hin, cittadina a sud-est della Thailandia, purtroppo scovata da quell’indiscreto Occidente che con gusto ha iniziato a sgranocchiarne qualche pezzo. Le baracche sul ciglio della strada, addobbate dai panni consunti e dimenticati ad asciugare, contemplano gli edifici in costruzione sul versante opposto. Sembra che il passato si misuri, faccia a faccia, col futuro.

Indosso le ciabatte che ho rigorosamente lasciato fuori la porta della stanza, e percorro il corridoio della palafitta in cui stiamo pernottando. Mi dirigo al tavolino rivolto verso il mare e sorseggio il Nescafè per sopperire alla nostalgia della moka. Il sole è piuttosto pigro qui. I cupi nuvoloni si specchiano nell’acqua bassa, mentre i miei occhi vanno in cerca dell’orizzonte. A sinistra si sviluppa, ortogonalmente, la piattaforma della palafitta adiacente: è vuota, salvo due gracili gambine che sbucano, penzolanti, dalla staccionata, mentre una pantofola si aggrappa al piedino che noncurante continua ad oscillare. Due minuscole mani reggono con delicatezza e protezione qualche cosa, a custodia di un bene quanto mai prezioso, lasciando poi che ruoti lentamente. Mi alzo perché la staccionata mi impedisce di capire. È una pallina a spicchi rossi e blu, nient’altro che una pallina.

25 Agosto

Un nuovo giorno è spuntato e io ho già preso posto. È strano come oggi mi senta…sospesa. Sospesa tra la liquidità del mare e la rarefazione del cielo, tra la purezza dell’aria mattutina e gli odori provenienti dal mercato retrostante, tra il silenzio e la melodia dei flutti a cui si sovrappongono striduli cinguettii. Non sono sola: lì, a casa sua, il piccolo è di buonumore. Gioca, sospeso anche lui, tra il poco che la realtà gli offre e il tutto che riesce ad immaginare. Non so cosa stia inscenando, ma la sua figura e le strane movenze si amalgamano perfettamente a questo scenario, quasi stia danzando nel rispetto del mondo. Poco più distante, a terra, la sua pallina. Credo di essere al posto giusto. Sono forse lo spettatore ideale. 

Prima di rincasare sono passata al Seven Eleven e ho scelto accuratamente i dolciumi da mangiare a colazione.  Ho fatto per avviarmi alla cassa e nello scaffale più basso di un ripiano ho notato un mucchio di giochini misti a fermagli e braccialetti di plastica. Mi sono accovacciata e senza sapere perché ho freneticamente cercato una pallina.

26 Agosto

Stamattina il re sole ha deciso di sostare sul nostro capo. Se ne sta lì, circondato dai paggi barbuti che reggono i lembi del suo chilometrico mantello dorato. Il piccolo socchiude gli occhi feriti dalla luce e fa scudo con la mano, guardando nella mia direzione. Mi alzo e accenno un saluto, lui mi fissa e storce la bocca. Gli mostro il mio nuovo acquisto che faccio ripetutamente saltellare sul palmo della mano. Spalanca la bocca e mi osserva incantato, poi inizia ad imitarmi, tra rimbalzi e risa. 

27 Agosto

È l’ultimo giorno qui a Hua Hin. Stamattina siamo usciti di buonora per visitare il Parco Nazionale prima di riprendere il viaggio. Di ritorno, mi sono fiondata in camera per recuperare tutto quanto non avessi ancora messo in valigia. Corro a prendere i pantaloncini di Antonio che ho lasciato fuori ad asciugare. È già buio. Mi fermo a godere l’ultima volta di quella bellezza e finisco per osservare la palafitta, vuota e completamente immersa nel silenzio. Chiudo gli occhi per un istante – il tempo che basta a figurarmi l’immagine del bambino. Ma c’è qualcosa che galleggia, che l’alta marea sospinge verso il mio balconcino. La pallina a spicchi. 

Dono anche la mia alle onde, perché possano consegnare un saluto da uguali distanze.

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