Parole e stelle marine

Parole e stelle marine

Stefano non sa disegnare il silenzio. Nemmeno spiegarlo, neppure sentirlo, anche quando  chiude le orecchie con le mani riconosce ronzii provenienti da quello che lo circonda, e altri rumori. Che siano fuori o dentro di lui, non se lo domanda. I bambini stanno al mondo così, non in allerta solo quando dormono.

Il piccolo impegno lo aspetta, e l’unico più semplice dubbio che un bambino possa avere è quello che lui ha: forse non capisce, forse doveva alzare la mano. Capire, riuscire a capire, prima del tempo, prima delle voci, prima degli altri sembra la primordiale missione che aspetta tutti sin dall’inizio; a tratti gara senza traguardo e a tratti privilegio, vive meglio chi ci riesce di più. Lo sa anche lui senza sapere di saperlo, lo sente sulla pelle e come tutti i bambini si sente intrappolato in quella gabbia-armatura che comincia a stargli stretta. La fine dell’infanzia, la possibilità di avere tutto più chiaro ancora troppo, infinitamente, illimitatamente lontano.

Stefano non fa sempre tutti i compiti ma disegnare gli piace, avrebbe passato in rassegna tutti i silenzi che conosceva per arrivare sempre allo stesso punto, il silenzio è finto e basta concentrarsi di più per ascoltare almeno un rumore. A 10 anni non avrebbe saputo dire quale lo intimoriva di più.

Il pomeriggio si stende sul pavimento di fianco, e incolla la guancia a terra. La mattonella fredda aderisce alla sua pelle e gli dà fastidio, con l’orecchio sente rumori. Sono confusi. Voci e voci e voci, tanti fraintesi, tentativi, l’inettitudine di chi capisce che l’inettitudine è al momento la sua scelta migliore. Anche Stefano muto è inetto senza saperlo, ed è la debolezza della sua età che non offre altre strade.

La domenica mattina sulla strada del ritorno c’è sempre un bambino che all’improvviso gli si butta avanti e lo frena con le sue mani, Stefano se le sente imprimere nella pancia e spingono e un po’ fanno male, vorrebbe un gelato. Non saprebbe dire se è sporco o abbronzato o entrambe, odora di piante vive e sembra un delinquente. Ha capelli che si definirebbero normali e a parte quello che vuole, non sa dire altro. Ecco, il suo è a tratti un silenzio, perché non emette suoni, ma Stefano invece sì, che lo guarda venirgli incontro testardamente e si spaventa, e poi il campanile inizia a suonare il più assordante e fastidioso rumore che conosce e stonato non riesce mai a rispondere più di un no, ma riesce ad allontanarlo. Non vorrebbe incontrarlo più.

Alla fine Stefano non ha disegnato niente, non si può disegnare quello che non si è conosciuto.

Ma ha continuato a pensarci, e ripensarci. Una volta ha creduto di aver finalmente trovato un mondo silenzioso, una dimensione per meglio dire, e ne voleva scoprire ogni segreto, sarebbe anche stato facile rappresentarla. Chi non ha mai sentito il modo di dire muto come un pesce?

Una corsa selvaggia con i piedi che scottano, una mano che tiene chiuso il naso e tuffarsi quanto più sotto possibile, Stefano spera ogni volta di risalire più lentamente, di rimanere con le ginocchia vicino al petto ad ascoltare. In quel perfetto silenzio, come un pesciolino rosso da un acquario, scopre l’assenza di rumori e si riconosce invisibile da tutti, ormai è il suo modo di trascorrere l’intera mattina al mare.

Il suo disegno diventa un insieme di conchiglie e stelle marine volte a decorare le lettere di una frase così espressa: “Silenzio è andare via dai propri occhi in modo volontario, ovattarsi le orecchie di acqua salata. Non c’è dimensione al mondo dove sia possibile rinunciare alla realtà, ma la realtà fa sì che ogni giorno gli adulti scelgano di non vedere. La differenza la fa…la tua vocazione”.  

Non gli piace quello che ha scoperto, ma avrebbe capito solo molto tempo dopo che non poter cambiare il mondo non vuol dire non riuscire a cambiare il mondo di qualcuno. Per adesso, ch’è cresciuto, è il più in gamba volontario di un canile.

Il resto…si vedrà.

Anna Alberta Rosa

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