Giallo limone

È una caldissima giornata di giugno. Giulia arriva a Palermo da sola, non voleva che ci fosse qualcuno con lei, a corroborare i suoi primi respiri in quella città. Ha messo da parte i soldi per il trasferimento per circa tre anni ed era decisa a iniziare l’università ad ogni costo, anche se aveva incontrato, sulla sua strada, solo chi non faceva altro che sfiduciarla, cercando invano di convincerla che per lei fosse troppo tardi. Giulia è testarda, non le interessa quello che pensano gli altri, lo sa benissimo che ha 28 anni e alla sua età dovrebbe trovarsi un lavoro “serio”, non certo dedicarsi ancora a questa fissa per la geologia. Prima non aveva potuto però, non se lo poteva permettere di trasferirsi in quella terra che amava tanto, visitata da bambina, piena di rocce carbonatiche e di piccole insenature disseminate sul Monte Pellegrino.

È una caldissima giornata di giugno e Giulia sta cercando casa.  In realtà le basterebbe una stanza in cui trascorrere i prossimi anni di studio.  Aveva salutato i suoi amici, annunciando che una stanza sarebbe stata solo il punto di partenza e, se avessero accettato la sua candidatura a quel quiz di Rai 1, quello che piace tanto a sua nonna, lei avrebbe sicuramente vinto, potendosi permettere di comprare subito una casa a Palermo. I suoi amici, ogni volta che Giulia esordiva con qualche teoria sul futuro, pensavano semplicemente che fosse folle e scuotevano la testa. Tranne Pietro, il proprietario del locale per cui ha fatto da cameriera da quando aveva 15 anni: si godeva la scena dei suoi discorsi pieni di futuro soddisfatto da dietro al bancone. Lui la conosceva bene, sapeva che Giulia ci credeva davvero in quello che diceva, e se realmente lo avesse voluto, lo avrebbe fatto, non lasciava mai le cose a metà. Certo, vivere con delle matricole a quasi 30 anni secondo lui sarebbe stato frustrante, ma lei era positiva: alla fine che sarà mai? Alcol, festini e ragazzi in mutande per casa non la spaventavano, anzi.

Quando entra nell’appartamento che affaccia su Fontana Pretoria, l’avvolge un profumo di zenzero e limone fortissimo. A guidarla è la padrona di casa, una signora con degli occhi grandi, neri come la pece, ma che sapevano di anima buona. La signora le preannuncia prima di entrare: “La stanza secondo me è bellissima, non perché è casa mia, si intende, però è tutta gialla, e non me la sono sentita di ridipingerla. La ragazza che era qui la teneva come una bomboniera, e diceva che le dava una sensazione di benessere questo colore. In realtà chiunque entra qui dentro, è pervaso da tutta questa luce.” Giulia entra e non se la sente di fare domande. La stanza è realmente come la descrive la signora: tutte e quattro le pareti sono gialle, un grande letto matrimoniale è posto lungo il perimetro della prima parete sulla destra, di fronte al quale c’è la scrivania. Su quest’ultima ci sono delle candele gialle che profumano di zenzero e limone (possibile che provenisse da quelle candele il profumo?) e dei quaderni, ancora gialli, vicino a un portapenne con evidenziatori di tre gradazioni di giallo. Giulia inizia a pensare che la ragazza che avrebbe sostituito, aveva una sorta di mania, ma continua a tacere, pensando che in fondo realmente si sentiva bene tra quelle cose e che probabilmente le sarebbero state utili. Probabilmente il suo viso tradiva un misto di stupore e dubbio, la signora aggiunge: “Puoi pensarci se vuoi, e fare quattro chiacchiere con le ragazze di là per avere qualche informazione per la gestione della casa.” Giulia annuisce e inizia a girare tra le stanze di quella che già immaginava, sarebbe diventata casa sua.

In cucina, incontra Teresa e Rosalia davanti a una ceneriera piena e due caffè. La squadrano da testa a piedi e finalmente le sorridono. Teresa è minuta, bionda, con lo sguardo duro che si scioglie quando sorride, Rosalia ha il corpo di una donna e il viso di una bambina. Dopo una serie di convenevoli, di semplici presentazioni e di dinamiche di casa, Giulia si riserva di pensare ancora un po’ a cosa fare.

Quando arriva in albergo, si chiede chi fosse la ragazza che abitava lì, perché è tutto intatto e perché tutto questo giallo. Inizia a fantasticare su chissà quale storia, poi pensa che la deve smettere di farsi sempre così tanti film. Probabilmente si sarà semplicemente trasferita, sarà stata una stanza di passaggio come per tanti, la più banale delle considerazioni insomma, ma non se la sentiva di chiedere oltre, eppure qualcosa le diceva che non era una vicenda così semplice come appariva. Avvia Spotify e si addormenta. Il giorno successivo, decide di tornare in Piazza della Vergogna e di prendere la stanza. Seduta sul letto, decide di sistemare un po’ delle cose che aveva portato con sé, togliere un po’ di polvere. Intanto fantasticava su quello che avrebbe fatto in quella stanza, sulle mattonelle del bagno che avrebbe cambiato quando l’avrebbe comprata, se fosse il caso di lasciare tutto quel giallo. In un angolo della scrivania nota una mattonella del pavimento sollevata, a cui ieri non aveva fatto caso. Prima di reclamare con la proprietaria, pensa si tratti di un dettaglio, non si nota così tanto. Poi la alza. Trova un diario, ovviamente giallo. La deontologia le dice di non aprirlo, ma la curiosità è troppo forte.

«Hi guys, qui è Caterina che vi scrive, che a 24 anni ha ancora rigurgiti adolescenziali come l’uso del diario. Caterina è felice, perché oggi 20 aprile 2014 ha sconfitto il suo tumore e stravolgerà casa della signora Albano dipingendo tutto di giallo. Sono pronta a tutto! Anche a sentire Teresa lamentarsi di tutto il casino che farò per casa, mentre Rosalia mi preparerà caffè per sostegno morale. Ragazzi la vita è un ossimoro gigante: meraviglia e tragedia. I casi umani di cui ho fatto collezione fino ad ora, qualcosa me l’hanno insegnata. È inutile dare spiegazioni o cercarne, quando l’altro non è pronto a mettersi in discussione, ma soprattutto, come ho letto da qualche parte, “le querce non fanno limoni” (evidenziato con le tre gradazioni di giallo evidenziatore che ieri Giulia aveva visto sulla scrivania) la natura delle persone si rivela sempre, sebbene tentiamo di migliorarci, cambiarci, ci sforziamo, forziamo la mano, non facciamo altro che diventare bombe ad orologeria pronte a scoppiare da un momento all’altro, e mostrare al mondo la tragedia che abbiamo dentro. Ok ci sono le eccezioni, ma io adoro generalizzare e adesso esisto solo io e il mio Dio e quindi mi sia concesso di giudicarci tutti dall’alto del mio piedistallo di errori. Ora devo andare a comprare un po’ di cancelleria e la pittura, però la cosa non finisce mica qui eh!»

Giulia è senza parole. Posa tutto, non riesce ad andare oltre. Si siede sul letto e fissa il vuoto inebetita. La risveglia dal torpore, qualcuno che bussa alla porta: Teresa. “Ei, hai bisogno di qualcosa? Se ti va ci prendiamo un caffè e ti spiego un po’ tutto questo giallo.” “No grazie vorrei rimanere un attimo da sola, dopo casomai!”. La porta si richiude, Giulia si chiede dove cavolo sia finita la ragazza. Esce bruscamente, torna in albergo e si richiude in camera, si sente più tranquilla in quelle mura di passaggio, che hanno visto tanti, ma nessuno fermarsi quel tanto in più, da lasciare una traccia così forte. I suoi amici, che avevano studiato in giro per l’Italia, le avevano trovate sempre vuote le stanze, proprio a lei doveva capitare una cosa del genere?

Squilla il telefono della camera, è la reception. “Salve è arrivata una busta per lei.” “Scendo subito, chi l’ha lasciata?” “Una ragazza, ma non le saprei dire di più, aveva un foulard in testa.” Giulia legge una “C.” evidenziata di giallo sul retro della busta e risale in camera, dopo aver ordinato un doppio Campari al bar dell’albergo.

Annachiara Di Brino

Gli insetti

“Aaaah! Che diavolo! Ma cosa mi hai infilato nella maglia? Quanto mi irriti!” – Luca prese ad urlare al bambino.
E quello, l’ometto col moccio che colava sul labbro superiore teso in una smorfia irriverente, ripeteva con aria canzonatoria la sua cantilena preferita – “Ti ho fatto uno scherzo, ti ho fatto uno scherzo!” – la lingua all’insù già in agguato per catturare quel residuo gelatinoso di raffreddore.

“Devi proprio smetterla, Ciro. È proprio ora che tu la faccia finita. Mi devi lasciare in pace. Lo hanno detto anche i dottori, non hai sentito? Ho bisogno di riposare, io.” Più che altro, era un dialogo con sé stesso. Quel lagnoso lì, comunque, non gli avrebbe più dato fastidio e quella vocina acuta, tagliente, aguzza avrebbe smesso di assillare le sue giornate. Assecondando i suoi pensieri, fa per scrollarsi di dosso l’animaletto che gli passeggiava sul petto preso da una crescente furia, agita le gambe come affetto da tarantolismo e con ritmo scandito da scatti rapidi e alternati scaglia calci nel vuoto come a liberarsi da un formicolio. Una sensazione raccapricciante di zampette che ti sfiorano in ogni dove. Intanto con la mano destra prende un lembo della sua polo blu cobalto e la tiene tesa come se volesse evitare che collida sulla sua pelle e le si incolli irrimediabilmente, con l’altra mano intanto comincia a grattarsi ovunque inseguendo quello zampettìo.

“È sicuramente uno di quei tuoi stupidi insetti. Sono così arrabbiato, giuro che ti farò fuori!” – dalle labbra tremanti erompeva nel silenzio della sua stanza una voce profonda e catatonica.

“Luca, ma dài, non è niente! Non è successo niente. Perché non provi ad ignorarlo? Ormai lo conosci, dovresti sapere com’è fatto.” – la donna che si era precipitata nella sua stanza gli porse un bicchiere d’acqua, lo invitò ad accomodarsi sul suo letto e a riprendere lentamente il controllo della situazione promettendo che sarebbe tornata presto.

La porta si chiuse con un suono sordo e Luca fu finalmente solo, ad occhi chiusi sentì il suo respiro diventare leggero e controllato, come la schiuma del mare che si infrange sul bagnasciuga, all’alba, dopo una tempesta notturna. Così Luca si sentiva: brezza di mare, dopo un uragano. E come soffio d’aria i suoi pensieri si soffermavano sulla camera che lo accoglieva, ripercorreva le quattro parenti e le ridipingeva di bianco, ne ricordava le macchie di umido, i pochi quadri quasi dimenticati ai chiodi.

La stanza era enorme, così grande che avrebbe potuto installarci una sala da ballo con vista Vesuvio e con uno dei tramonti più belli a cui era possibile assistere in quella piccola cittadina, punto nevralgico della più grigia zona grigia della provincia. Un immenso agglomerato di case e palazzi e costruzioni e fabbriche dismesse che colmavano chilometri e chilometri di porzione di terra, a perdita d’occhio. E la più consueta delle alzate di spalle: “in fondo non ci possiamo lamentare”. Così Luca non si era lamentato mai in quei cinque anni, nemmeno per gli spifferi di aria gelida che d’inverno si intrufolavano da chissà dove. Orizzonte fisso dalla grande finestra della sua sala da ballo erano i tramonti che scandivano i giorni. Sempre luminosi e malinconici, sempre con pennellate di rosa o di rosso. Sapeva esattamente se il cielo la sera avrebbe indossato il suo trucco migliore o se sciatto e malandato si sarebbe rifugiato dietro

coltri di nubi e grigio velo di nulla. Avrebbe potuto lucrarne, chissà: “Un tramonto e un desiderio, prego fatevi avanti!”. Avrebbe indossato la divisa rossa da circense, il cappellino tondo, la scatola rettangolare legata al collo con snack e dolciumi a costo rincarato come in quel film che aveva visto e rivisto centinaia di volte. Insomma un vero e proprio business. Ne sorrideva persino lui, quando si ritrovava a fantasticarci su. Ma sarebbe stato l’affare dei sogni per Luca, parliamoci chiaro. In provincia si va matti per queste cose qua, abituati come si è alla mestizia e al grigiore. Insomma un pubblico perfetto. Peccato non aver mai avuto doti imprenditoriali e manageriali e pure un certo rifiuto per il rischio.

La dottoressa Nilde, con quel suo fare controllato e fermo, aprì la porta e rientrò nella stanza. “Allora Luca, vogliamo provare a capire cosa sia accaduto ieri sera? Cosa ha fatto stavolta il tuo fratellino?”

“Gli insetti dottoressa, si diverte a ficcarmi degli insettini lungo la schiena. Ma io ne ho paura, ne ho…”. Si accorse quanto il suo tono fosse petulante ed ebbe come una sensazione viva e pungente, non uno dei suoi tanti deliri insomma, che la dottoressa Nilde non ci credesse nemmeno un po’ alla sua guarigione e che nemmeno lui stesso ci sperava. Via! Strappò via il velo dell’immaginazione da tutto quanto, osservò quanto le sue quattro pareti fossero grigie, le tele scolorite e i tramonti variopinti in realtà mera vanità del cielo.

La sua stanza era solo la numero 469, 4° piano, scala A. Gli era stata assegnata cinque anni prima, quando la madre non era stata più in grado di gestire le crisi di un adolescente un po’ troppo cresciuto e quando un nuovo bambino stava per dare finalmente

gioia alla sua vita. Ma la mamma sarebbe tornata a riprenderselo. Intanto lui doveva starsene lì, buono, buono.
E questa era l’ultima bugia che quella mattina Luca sentì di non doversi più raccontare.

Maria Ferraioli

Oltre

Oltre

Di lui non conoscevo neanche il nome. Sapevo solo che aveva in affitto la stanza accanto alla mia, in un antico palazzone in via Duomo. Ogni tanto lo vedevo che mi precedeva sulla via che portava all’università, nascosto dal suo berretto nero, con uno strano slogan con scritto “I serial killer non suonano la chitarra” e lo zaino sulle spalle. Lui andava a ingegneria, io mi fermavo a Porta di Massa, alla facoltà di Lettere, mentre lui invece proseguiva verso Piazza Borsa. Napoli, per me diventava sempre più misteriosa e ambigua, ogni volta che vedevo questo mio strano dirimpettaio lasciare la sua stanza per entrare nel mondo sociale. In realtà mi inquietava anche l’immagine del suo “covo”. Non ero mai riuscita a dare una sbirciatina all’interno della sua stanza.  Le poche volte in cui c’eravamo incrociati sul pianerottolo del vecchio palazzo in cui avevamo fittato entrambi una stanza , lui badava bene a chiudere la porta senza che io potessi neanche dare un’occhiata. Per quanto ne sapevo, lì dentro poteva esserci anche la stanza proibita di Barbablù . Era un tipo strano lui , sempre attento al suo zainetto e alle cose che c’erano al suo interno. Fino a quando un giorno, mentre scendevamo insieme dalle scale , lasciò cadere per sbaglio o volutamente , un oggetto alquanto bizzarro. Si trattava di un omino nero , con gli occhi rossi spalancati, fuori dalle orbite, con una specie di motosega in mano e con un sorriso inquietante. Col passare dei giorni, iniziavo sempre di più a preoccuparmi, arrivai a pensare addirittura che questo tipo volesse uccidermi,  poiché mi guardava assiduamente, mi seguiva, si nascondeva dietro gli alberi, per osservare ogni mio spostamento , sembrava quasi uno stalker. In seguito, iniziai anche io ad osservarlo attentamente. Mi incuriosiva quel suo strano modo di mangiare il panino su una panchina a piazzetta del Gesù , mentre leggeva un libro contenente strane formule algebriche, da me completamente sconosciute.  Ricordo la sera del 9 giugno , sentì un suono di chitarra provenire dal pianerottolo, non potevo credere che fosse proprio lui, ma d’altronde c’eravamo solo noi sul pianerottolo . Mossa dalla curiosità, aprì la porta e caso strano lui aveva la porta socchiusa e si era messo in modo da farsi vedere e lì mi accorsi che mentre accordava la chitarra mi lanciava qualche occhiatina.  Era solito passare giornate intere a suonare la chitarra, chiuso nella sua stanza. Ogni volta che cercavo di capire come potesse essere la sua stanza, immaginavo una stanza tetra in cui lui custodiva tutti i suoi beni e nascondeva le sue “vittime”. Per me quel tizio poteva essere un vero e proprio assassino. Questi pensieri negativi erano assidui, erano diventati un tormento per me,  tanto che in quei giorni non riuscivo neppure a mangiare. Volevo scappare, ma allo stesso tempo volevo capire cosa stava succedendo. Ero combattuta non sapevo cosa fare, mi sentivo impotente di fronte a questo tizio che mi trasmetteva angoscia, paura,  tristezza. Nonostante tutto, portavo sempre con me, nella mia borsa, l’oggetto inquietante che il ragazzo aveva lasciato cadere dal suo zaino. Più lo osservavo e più mi convincevo che non c’era nulla di buono in lui. La mia impressione era negativa , non riuscivo proprio a capire quale fosse il significato di quell’omino orribile e per quale motivo il ragazzo l’avesse lasciato cadere. Passavano i giorni e questo ragazzo continuava a fissarmi mentre percorrevamo la strada che porta all’ Università . Fin quando un giorno trovai un bigliettino sulle scale, in cui c’era scritto “ Vai oltre le apparenze, oltre ciò che vedi, vivimi senza paura ” . Ero alquanto lusingata dalle sue attenzioni, dal suo modo di corteggiarmi. Capii che qualcosa in me era sicuramente cambiato, il timore che lui potesse farmi del male era scomparso completamente. Nonostante il suo essere così stravagante, riservato, mi accorsi che c’era qualcosa di bello e unico in lui, a cui non sapevo ancora dare un nome, ma ero sicura che quel “qualcosa” mi piacesse. A volte non riuscivo ad inquadrarlo poiché aveva difficoltà ad approcciarsi a me , ma il suo essere così misterioso e tenebroso mi intrigava , ogni giorno di più . In cuor mio sapevo che dietro questa sua apparente “oscurità” si nascondesse un animo puro, dolce . E poi una sera, improvvisamente caddero tutti i miei dubbi : uscendo da casa mia, decisi di restituirgli il macabro oggetto, ma lo trovai con le braccia incrociate dinanzi alla sua porta di casa, spalancata, da far vedere tutto. Lui mi sorrise , si inchinò prese l’oggetto dalle mie mani e lo buttò giù dal suo balcone dicendo : “ Ha fatto il suo dovere, ora non serve più” .

Nome : Sara

Cognome : Sabatino

Proche d’elle

“(…)  Ci sei – perciò devi passare.  
Passerai – e in ciò sta la bellezza.  

Cercheremo un’armonia,  
sorridenti, fra le braccia,  
anche se siamo diversi  
come due gocce d’acqua.“
-Wislawa Szymborska

Odore di fumo e pesante vociare tra le stradine che portano da Violette. Quando mi chiama, so già cosa vuole dirmi: la raggiungo nell’appartamento di un palazzo che si trova in via F. ed ogni volta, aperta la porta, ad accogliermi è un disastro di tulle, nastri e scarpette di danza.  
Si scusa per la confusione, mi invita ad entrare.
Il suo appartamento è zeppo di cose, in penombra, umido. C’è una piccola finestra, unica, che affaccia su un muro grigio. Tutto estremamente triste se non fosse per lei; profuma d’arancio e menta ed ha una bellezza eterea, quasi non umana. Le guardo il viso puro ed intoccabile, pulito, le sfioro i boccoli biondi come il miele.
Sensazione strana, terribile: la meravigliosa vista si specchia già in nostalgia e mancanza.
Violette non vuole appartenere a nessuno, non lascia mai né promesse né tutta la sua intera anima a qualcuno. Eppure c’è qualcosa, qualcosa che mi fa dire che con me è diverso: tra noi c’è una sorta di affinità d’anima, un legame empatico fatto di emozioni. E’ riuscita a diventare protezione lì dove prima c’erano soltanto rovine, consentendomi così di scoprire ed  amare una parte di me che non posso far altro che associare a lei. Sembra percepire i miei brividi alla schiena quando temo bombardamenti di cui ormai non si sente neanche più l’eco. Stare con lei è un continuo oscillare tra periodi di festa e neve blu. Quando è ispirata sale sul tavolino e, mentre legge versi di poeti russi, o danza o inscena lotte con i mostri della sua testa. Trattiene addosso un sacco di particolarità e una di queste è proprio danzare e saltellare come una molla con le sue gambe magrissime. Poi cade e cado anch’io, ci abbracciamo forte sul pavimento gelido. Nel suo appartamento la notte è più lunga e fredda. Quando le dita sono gelate giochiamo a fare finta siano ghiaccioli e poi accendiamo piccoli fiammiferi come fossero camini enormi. Parliamo quindi a modo nostro, come piace intendersi a due persone che non hanno bisogno del parlato comune; impossibile descrivere la consistenza insostituibile di questi dialoghi, sembra che la poesia sia entrata dalla finestra che dà sul muro anonimo. Nonostante il mio amare a vuoto, nonostante le nostre distanze abissali.  Io e lei abbiamo una sola cosa in comune: siamo intrappolati nel tempo.  
Il giorno dopo aprire quella porta e andar via da lei è tremendo, come sentirsi amputati. E’ come se lasciassi ogni volta un pezzo di me.  
So bene di doverlo fare. Ogni volta, di dover andar via. Ogni volta, per quelle strade annebbiate e fumose stringo nella mente, come stringessi nelle mani, una sua scarpetta, di quelle piccole e delicate che hanno la sua stessa natura. Ne ricalco con la mente ogni centimetro, ne ammiro ogni dettaglio, come se ricercassi un pezzo di Violette in ogni traccia della sua cura per le cose da lei amate. La stringo quasi per costringere Violette ad essere ancora vicino a me. Continuo a stringere ma, nonostante il vento, mi costringo ad andare via. Il ricordo, la seta delicata, il profumo di aranci, sono in fondo le uniche cose di lei che io realmente possa possedere.

Carmen Lega

Un orologio. Un segno del tempo.

“L’uccello sceglie la fuga. Noi non la scegliemmo.
La fuga scelse noi. Per questo siamo qui.
Voi che non foste scelti – eppur libertà avete,
aiutateci a portare il peso della fuga.”
Stig Dagerman

Un tonfo. Un orologio che si rompe. Le lancette scappano dal quadrante: è il tempo che fugge. Lo stesso tempo che crea stanze amate, forgia distanze. C’è un tempo che esce dal tempo. Un tempo che distrugge e uno che raccoglie. C’è uno spazio. Uno spazio senza luogo. Uno spazio che mastica e sputa, ruba e poi restituisce. Come i frammenti di vetro ritrovati in una terra arsa.
C’è la caduta dell’orologio. Una caduta che, come l’eternità, non si misura. Una caduta per cui puoi solo subire. O ascoltare. O ferire. Quando subisci diventi passiva, quando ascolti, sei reattiva. Se ferisci, vedi il sangue altrui riflesso su te stessa e soffri. Se ti ferisci scalci, piangi, ti lamenti, ti fai saltare le corde vocali. E ancora ti lamenti, poi piangi, poi scalci. Vuoi ribellarti. Poi crolli. Ti addormenti. E sogni. Sogni la te bambina ammirare la melodia soave del carillon della tua bambola di pezza preferita. E ti svegli sorridente. Sorridente al punto che abbracceresti il mondo intero.
E allora dove è finita la te ribelle e scontrosa? Forse non è finita. Forse ha solo compreso che la migliore ribellione, a volte, è il sorriso. Quel sorriso che è come un fulmine improbabile, uno scatto improvviso. Uno scatto profumato di riscatto.
Un riscatto effettivo.
E quindi sceglie di esistere per quel tempo rotto, sfaldato, malandato eppure tangibile e vivo che, in qualche modo, che non sai, non ti interessa saperlo, è capitato fra le tue mani. Quel tempo che brucia fino a polverizzarti. Ma la tua cenere resta.
E tu resti anche per quella. Esistere come un seme gettato nella terra. Un seme che non sa se diventerà mai fiore o frutto, o si perderà nei meandri del suo stesso buio senza mai farsi luce. Esistere per perdonare. Perdonare la terra e anche un po’ la vita per la posizione di perenne equilibrio in cui ti ha incastrata.
Perdonare e perdere sono due voci verbali che cominciano allo stesso modo.
Forse perché quando si perdona si perde sempre qualcosa o qualcuno. E quando si perde bisogna sempre perdonare qualcuno, qualcosa e forse, cosa più difficile di tutte, perdonare se stessi.
Sei stanca. Ti senti sfidata dalla cattiva sorte. E cosa vuoi che sia allora il perdono? Forse una punta arguta che segna il proprio territorio, che costruisce un percorso al termine del quale, scorticata e bruciacchiata, non trovi nient’altro se non te stessa. Una terra poco battuta, un mare senza spiaggia. In tempesta continua. Vorresti correre senza affanno, ridere senza doverti proteggere dalle tue stesse risate, mangiare liberamente e non sentire il peso di uno stomaco che sembra ballare rovinosamente.
Ma torniamo al perdono. C’è un ricordo che nonostante tutto ti salva. Il ricordo di un abbraccio.  Non un bacio, una carezza o una notte d’amore, ma un abbraccio. Una salvezza costituita dall’abbraccio. Un abbraccio che è un rastrello pronto a trasportare e trasportarti. Dove? In quel luogo e in quel tempo dove cancellare, eliminare, distruggere il superfluo non è mai peccato. Dove lo spazio e il tempo per il superfluo non esistono. Perché l’essenziale è talmente bello, forte, straordinario nella sua ordinarietà che ti accende una luce nel cuore e negli occhi.
Ma perché ci insegnano a cibarci di rapporti che non hanno porti? La verità è che non solo non hanno porti, non hanno nemmeno mare aperto. Il mare nessuno ancora lo conosce. Conoscono solo il pezzo di terra ipocrita e cattivo, terra piena di ftalati, bisfenolo, diossina, eternit, amianto. Priva di purezza.
Ci insegnano tutto questo. E ci insegnano anche che se resti da sola sei una perdente. E allora? Qual è il problema? Voglio avere negli occhi i segni della sconfitta, le occhiaie della sofferenza, l’allegria di chi cade sotto la pioggia e si ciba del rumore dei tuoni. Voglio essere sola. Sola. Sola per ascoltare una folata di vento che porta da mangiare agli uccellini. Sola per ammirare l’ombra del mio riflesso fra gli alberi. Sola per ascoltare l’eco delle onde del mare che si infrangono contro gli scogli. Sola per vedere la luce dentro ogni singola ferita, la pienezza dentro ogni vuoto. E chi merita la mia solitudine meriterà anche la mia compagnia, la mia amicizia, il mio amore. Il mio sangue se servirà, perfino il mio midollo. Ma ora lasciatemi in pace. Lasciatemi vivere nel ricordo di quell’abbraccio che è durato qualche secondo. Vedete il tempo quanto è bugiardo? Dovrei fidarmi di un orologio che dice che un abbraccio dura qualche secondo? Non voglio farlo. Ma poi non devo nemmeno. Mi si è rotto l’orologio, ve l’ho detto, no? Ecco. Io vivo in quell’abbraccio eterno e senza tempo. Vivo in quel rastrello. Sono quel rastrello. Voglio essere quel rastrello che allontana il superfluo. E voglio essere anche un fiore. Voglio provarci almeno. Voglio provare a essere un fiore non trattato, privo di sostanze chimiche e pieno di personalità. Forse potrei essere di quelle erbe cattive e urticanti. E anche se lo fossi, lasciatemelo essere. Voi non lo sapete, ma in quel prurito potrebbe nascondersi un solletico un po’ più forte. Potrei perfino farvi ridere. Potrei essere un fiorellino ai bordi delle strade o degli stagni. Minuscolo, schivo, quasi nascosto e perciò non ammirato, non visto, non raccolto. Forse, così, potrei avere vita più lunga. Forse potrei essere una pianta con radici profonde, abbracciate sotto la terra. Forse, in questo modo, potrei vivere più a lungo.
C’è questa pseudo-regola che proprio non capisco. Si regalano fiori. Qualcuno, arbitrariamente, decide che dei fiori possono essere tagliati, recisi, insomma uccisi. Perché non regalare una pianta? E’ vero, anche chi ha radici profonde può morire. Una pianta può appassire, morire e cadere nell’oblio della dimenticanza.
Ma morire insieme alle proprie radici non è meglio che morire in solitudine?
Potrei essere una quercia, ma sarei troppo grande e mi sento troppo piccola, non sarei all’altezza. Certe responsabilità vanno date a chi sa portarle sulle spalle.
Dunque, non sono cosa sono, né so cosa non sono. So che se fossi rosa, margherita, orchidea, ginestra, quercia, palma o erbaccia mi lascerei comunque accarezzare, abbracciare, baciare da ogni insetto, senza distinzione alcuna.
So che berrei tutta l’acqua disponibile anche se fossa sporca, putrida e fangosa. So che saprei distinguere l’essenziale dal non essenziale. So che imparerei a dire grazie e ad essere grata.
Ma sono solo una ragazza. Non più adolescente. Non ancora donna. E faccio quello che posso. E dico quello che mi sembra più adeguato. Ogni tanto infrango tutti gli schemi, ma dico grazie lo stesso.
Perché la vita, per quanto difficile, complicata, talvolta orribile e senza tempo, rimane l’unico dono che, se non avessi ricevuto, avrei disperatamente chiesto, l’unico paradiso di cui mi sarei cibata nell’inferno della morte.
E direi grazie lo stesso.
Dico grazie lo stesso con l’aiuto e la delicatezza sussurrante del vento e del mare.
Perché pianta o fiore, insetto o persona la gratitudine è e sarà, sempre, ancora e ancora, la base felicemente imperfetta della mia esistenza.
Un tentativo invano di lasciare un segno del tempo e nel tempo.

MILENA DOBELLINI

Reticoli Amorfi

Un timido fascio di sole bagna il porticato, immerso nell’oro pallido della primavera in sboccio. Il silenzio, melodioso, scende lentamente, cadenzato, su ogni angolo, ogni anfratto, ogni pietra. La casa è ammantata da un velo trasparente, solcato da arabeschi iridescenti, cuciti dal tonfo delle parole non dette, quelle che scivolano via dagli occhi, rotolando tra le lacrime e il sudore.

Un irreale bagliore di dolcezza.

Avanzando a passi lenti la porta si spalanca e il mondo resta fuori.

Uno squarcio irrompe nelle orecchie e rompe, strappa, scuce la pace: il ticchettio di un orologio.

Il tempo fa capolino nella mente, la sconquassa, la distrugge, la mette a soqquadro. Stravolge le prospettive, i connotati degli oggetti e delle persone. Il tempo rompe le righe dell’ordinarietà, induce alla follia.

Il tempo si imprime sul viso di chi lo vive, disegna le sue rughe e i suoi pensieri, i suoi gesti e i suoi dolori.

Lo sa bene, forse, lo specchio appeso alla parete, che se ne sta placidamente disteso contro il suo punto d’appoggio, ignaro di ciò che accade, o forse semplicemente troppo vile per poterlo replicare.

Ma se entrassimo, per un solo fugace istante, nei meandri più oscuri di quel reticolo cristallino, spezzandone i solidi legami, ricomponendoli a seconda di come erano disposti in un determinato istante, di un preciso mese, di un anno dato, come se fosse un puzzle, un rompicapo dal volto umano? Forse lo specchio ha visto, forse lo specchio sa e custodisce gelosamente, tra una molecola e l’altra, i sogni che ha visto riflessi negli occhi di chi, anche se solo per pochi secondi, si è specchiato.

Forse lo specchio sa.

Di certo ha impresso nella sua memoria ogni linea, ogni curva, ogni angolo di quella stanza, di certo conosce a menadito ogni espressione dipinta sul volto di chi guarda l’obiettivo, in quella foto incorniciata, anni prima, che fa bella mostra di sé sulla mensola esattamente all’altezza di quell’enorme occhio di vetro.

Lo specchio ha visto quei volti cambiare, sa quali effetti il tempo possa avere sulle persone, conosce ogni singola ruga sul volto di quell’uomo, perché le ha viste comparire una ad una, potrebbe aver visto Chronos stesso, con in mano un bisturi, incidere la pelle liscia e perfetta. Eppure per lui il tempo non esiste, bloccato in quel limbo eterno in cui marciscono gli oggetti, la sua anima è ingabbiata in una fragile prigione amorfa.

Lo specchio ha visto, ma non può e non vuole raccontare. Ha visto i libri, che ora riposano placidamente distesi sulla libreria con le loro copertine colorate rivolte nella sua direzione, attraversare la stanza . Li ha visti indugiare sul comò, li ha visti capovolti, doloranti, con le pagine schiacciate contro il pavimento e il dorso a tenere unite, incollate, prima e quarta di copertina, con un’apertura alare degna di un’aquila. Lo specchio ha anche visto quei libri volare attraverso quella stanza, ha visto “L’Idiota” illividire la pelle diafana di quella ragazza sorridente, in primo piano, che scatta la foto. Gli è sembrato, in un certo qual modo, di percepire dolore, empatia, partecipazione da parte del principe Myskin, come se fosse balzato fuori da quelle pagine di carta e avesse preso corpo, e le sue vene si fossero riempite di sangue inchiostrato.

Ma forse, nel preciso istante in cui aveva visto quegli occhi liquidi annebbiati riflessi dentro i suoi, era stata sua quell’empatia e, timoroso della potenza devastante che fiammeggiava in quelle iridi che custodivano in profondità un’anima da ninfa acerba, sempre sul punto di maturare ma mai pienamente fiorita, aveva seppellito quello sguardo sotto cumuli di menzogne, conscio del fatto che un oggetto non prova empatia. Eppure le persone si legano agli oggetti, lo specchio lo sa bene, ha visto migliaia di volte quel carillon dischiudersi piano e il silenzio spezzarsi morbidamente al suono di quella musica, che emergeva acuta dalle profondità di quella scatolina.

Ha visto mille e mille volte quegli stessi occhi argentei brillare di una luce vivida, una luce della stessa intensità di quella di una Nana Bianca, una luce di fronte alla quale “Sirio” sarebbe impallidita. Ma ha anche visto quello stesso carillon frantumarsi in tanti pezzi quante erano state le volte in cui aveva allietato quegli occhi. Ha visto schegge colpire i muri, brandelli di legno e di cuore sparsi per la stanza, un mucchietto di resti di infanzia e di fiducia rannicchiati in un cantuccio, ai piedi di una donna, che ha dentro ancora l’eco dell’infanzia che riecheggia senza sosta.

Lo specchio, in realtà, ha letteralmente sotterrato un’immagine che, ogni tanto, riemerge dal fondo di quella coltre. Quando risale su, per prendere una boccata d’aria, come un sommozzatore in perenne esplorazione che abbia bisogno di una tregua, è un pugno nello stomaco. Un pugno di quelli che lasciano attoniti e incapaci.

Lo specchio ha visto, letteralmente piantati nei suoi, due dardi infuocati, gli occhi folli di paura e di terrore, gli occhi spezzati e lacerati dalle lacrime, gli occhi che invocavano e gridavano, affamati di sogni e di vita. E in quel momento li ha visti urlare qualcos’altro, nel silenzio sordo e incessante gli è sembrato di ascoltare una voce rotta, frantumata, che con tutto il fiato possibile ha tirato fuori tutti i suoi dolori, con un unico, penetrante, doloroso, sanguinante sguardo. Lo specchio ha letto, o forse ha davvero sentito, il grido di un dolore che non ha pace in quel silenzio che ammanta la casa, il grido di risposta ad insulti trattenuti tra le ciglia imperlate di lacrime, il grido di oggetti scaraventati all’aria, gli stessi che hanno scandito gli attimi di una vita. Il grido di risposta ad un amore che ha il nome deformato dal dolore.

Forse avrebbe voluto parlare, o forse no. Ma, in ogni caso e qualunque fosse la sua volontà, è stato facile nascondersi dietro la sua totale inabilità a farlo, dietro la sua consistenza reticolare, dietro la sua materia perfettamente distribuita ad occupare la sua porzione di mondo. Un piccolo insignificante spazio atemporale, in cui rifugiarsi sfuggendo ad altri sguardi che si inchiodano nel suo, cristallino e penetrante. Sguardi che rivelano e che si rivelano attraverso quella fragilissima, liquida, corporeità. Occhi che scrutano in sé stessi, tuffandosi e scavando in profondità,

sempre più giù,

scendendo nel gelido inverno di un’incomunicabilità primordiale, precipitando in un baratro oscuro di parole gridate a pieni polmoni ma mai completamente capite, sentite. Parole strappate dalle corde vocali con una forza disumana, la forza della rabbia incandescente e priva di risorse, una rabbia cieca e buia. Parole rubate ad un vuoto instabile, in cui le sostanze in gioco sono sempre pronte a reagire, producendo precipitati di salsedine emotiva.

Placidamente disteso contro il suo solido punto d’appoggio, lo specchio non ha proferito alcuna parola, fingendo un’immobilità precaria, la stessa di quei legami instabili, così facili alla rottura e restii a ricucirsi, perché entrambi i lembi di quella sottile seta lucente, logorati dagli strappi verbali, fisici, emotivi, rifuggono allo sforzo immane di protrarsi verso l’altro, necessitando di rotoli e rotoli di pazienza e comprensione.

Una comprensione soffocata, inghiottita dall’impossibilità di comunicare.

E neanche lo specchio, nelle sue fugaci immedesimazioni negli occhi di chi si guarda, è riuscito a vivificare la sua presenza fissa, a comunicare che era lì.

Non è riuscito a perpetuare quella foto in eterno, ma soltanto ad accarezzare, con la sua liscia inconsistenza ogni linea, curva, spezzata, continua; ogni colore, vivido, spento, luminoso, ogni espressione marchiata indelebilmente sul sottile e frangibile supporto del ricordo.

Ma quel viso sorridente stampato su quella foto, dopo essersi voltato a guardarsi un’ultima volta, proprio quella in cui la superficie cristallina dello specchio era stata marchiata brutalmente, non abitava più quei luoghi, ormai deserti, in cui solo l’eco delle voci che vi erano state riecheggiavano. Aveva chiuso la porta dietro di sé, lontana da quel manto silenzioso, che aveva lacerato con la forza del suo allontanarsi. Da quella casa, da quel tempo che, inconsapevolmente, anche lo specchio abitava.

Marianna Lucia di Lucia

Tavolozza di amore e abbandono. di Miriam Nacca

«Ti sembra questo il momento opportuno?» sbottò Gabriele Neri rivolgendosi al figlio.  

Ma Daniele, con testarda pazienza, si era già seduto sulla poltrona nei pressi della scrivania. Il padre non tolse lo sguardo dal verbale di una testimonianza che avrebbe dovuto usare il giorno seguente in aula. Daniele sapeva che si trattava di “un caso grosso” e che necessitava di tutta la concentrazione possibile, ma la sua curiosità non poteva più aspettare.  «Dai papà, sono giorni che ti prepari per questo processo, andrà bene, e straccerai la difesa, succede sempre così! Dammi solo cinque minuti. Avevi promesso che mi avresti parlato di tua zia Marion, lo sai che sto dipingendo il suo ritratto da quella foto che mi hai dato; il progetto per l’Accademia è importante e ho bisogno di conoscere meglio la suo storia. La foto è in bianco e nero ma io voglio usare i colori, e i colori devono raccontare la sua storia, le sue emozioni, sì era bellissima, ma se non riesco a trasmettere qualcosa di più profondo con il suo ritratto… beh, allora è tutto inutile!». 

«E va bene!» esclamò Gabriele spazientito. Finalmente alzò gli occhi dal quel fascicolo che aveva tra le mani, lo posò, e si accese una sigaretta. Iniziò, poi, a scrutare il figlio con fare spetto, e così, come se la nuvola di fumo che gli usciva dalla bocca avesse magicamente cancellato i suoi impegni, le sue preoccupazioni e il suo processo, si accorse di essere stato troppo duro e di aver sottovalutato, ancora una volta, l’importanza della formazione artistica del figlio. Dopotutto Daniele aveva scelto una strada così diversa dalla sua che a volte stentava ancora a crederci, ma non si era mai opposto, ricordava bene cosa volesse dire “avere la vocazione all’arte”. In fin dei conti Daniele era un po’ come la zia Marion. 

«Hai ragione figliolo, te l’avevo promesso. Dunque vediamo…la zia Marion…da dove comincio?».  

Daniele abbozzò un sorriso: «Dal tuo primo ricordo di lei?».

 «Quando conobbi zia Marion era Maggio» cominciò Gabriele mentre il fiato delle sue parole diradava la nuvola di fumo tra lui e il figlio. «Ricordo che zio Giacomo la portò alla baita in montagna per farcela conoscere proprio in occasione del compleanno della nonna. Zia Marion era bellissima, come altro potrei descriverla? Dopotutto era una nota attrice di teatro di origine francese, calpestava i palcoscenici di mezza Europa, era sulle locandine pubblicitarie in molte città, compariva sulle riviste più in voga. A proposito! La foto che ti ho dato, è proprio quella con cui promuoveva lo spettacolo che lei preparava quell’anno, così la ricordo, e così vorrei che fosse vista da chi osserverà il tuo dipinto». 

«Ti ricordi per caso cosa indossasse, magari un colore in particolare?» chiese Daniele. «Certo che no, ero un ragazzino di undici anni, è passato un secolo da allora, o almeno così mi sembra. Però quando penso a lei ogni ricordo nella mia mente assume una vaga tonalità di rosso, probabilmente è il colore che meglio la rappresenta e per questo lo associo a lei. Portava sempre un rossetto con sé, le regalavano in continuazione fasci di rose, ogni volta che veniva a trovarci in città l’appartamento di zio Giacomo era tappezzato di rose, sembrava un vivaio, ricordo che prendevo sempre in giro lo zio per questo motivo e lui si infastidiva parecchio…la suscettibilità dev’essere un vizio di famiglia».  Proruppe in una sonora risata e Daniele lasciò che il padre si sfogasse, probabilmente stava ritornando con la mente a quegli anni della prima adolescenza, quelli in cui si era sentito libero, leggero e spensierato, intraprendente e avventuroso, tutto grazie a zia Marion, o almeno così gli aveva raccontato, di sfuggita, qualche volta in passato. Ascoltò la risata affievolirsi a poco a poco. «Beh era un raggio di sole, una forza della natura» continuò Gabriele «nessuno sapeva resistergli. Aveva conosciuto zio Giacomo perché era cliente di un suo amico e un giorno lui la vide arrivare in ufficio per firmare il contratto per la nuova stagione teatrale e in men che non si dica lo zio si ritrovò innamorato pazzo di lei, a tal punto da rinunciare ad un caso importante pur di passare alcuni giorni con lei. Un grande amore davvero, almeno così fu per qualche anno. Zia Marion era continuamente in tournée, ma questo non le impedì di sposare zio Giacomo tre mesi dopo il loro primo incontro. L’aveva letteralmente stregato. Mio zio, come ti ho detto tante volte, era ormai già un uomo maturo e tutti in famiglia pensavamo che non si sarebbe più sposato. Quando però lo vedemmo presentarsi, quella mattina di Maggio, con la donna più affascinante che avessimo mai visto, rimanemmo così stupiti che quasi pensammo che ci stesse prendendo in giro. Un avvocato e un’attrice? Chi l’avrebbe mai detto!». 

Gabriele fissò per un momento lo sguardo fuori dalla finestra e corrugò la fronte. Quante illusioni, quanti sogni, quante speranze portava con sé la gioventù. Quanti progetti però rimanevano incompiuti, quante promesse infrante per semplice codardia o eccessiva rigidità di pensiero. 

Daniele vide il padre accigliarsi e con un colpo di tosse accuratamente programmato richiamò la sua attenzione. «Sì, scusami» riprese l’uomo «mi ero perso tra i miei pensieri. Beh, forse ti starai chiedendo anche tu, come facevamo noi al tempo, come mai zia Marion, fresca, radiosa e instancabile, si fosse innamorata di un noioso avvocato quale era lo zio Giacomo (e che probabilmente sto diventando anch’io con gli anni). La risposta la offrì a noi la stessa Marion: si era innamorata del suo sorriso. Una vera e propria risposta “ad arte” che a lei piaceva ripetere e che, sono convinto, si basava sulla verità. Zio Giacomo non era la persona più comica e ilare del mondo, ma aveva un certo humor, il sarcasmo pungente tipico delle persone argute, e puntualmente, quando faceva qualche battuta delle sue, tirava fuori quel sorrisetto furbo che aveva catturato la zia Marion. Tutti noi la vedevamo arrossire ogni qual volta si perdeva a guardare la curva delle guance di suo marito, la sentivamo ridere a crepapelle, anche per l’affermazione più banale. Lui le dava sicurezza, così mi diceva sempre facendomi l’occhiolino e affermando solennemente che un giorno avrei capito. Si muoveva nella sua vita come su di un palcoscenico, irradiava gioia, bellezza, desiderio di esserle complice, tutti cedemmo al suo fascino. Era molto giovane, non ricordo esattamente quanti anni avesse, ma credo che si fosse sposata intorno ai vent’anni. A voi giovani d’oggi sembra assurdo, ma allora era normale».

 «Sento che è in arrivo la parte triste della storia!» affermò Daniele con un sorriso amaro, l’aveva già ascoltata una volta. 

«Esattamente» sentenziò Gabriele. «Il loro matrimonio durò appena un paio d’anni, e li ricordo come i più belli della mia fanciullezza, perché la presenza di quella zia girovaga e sorridente aveva dato un tocco di brio e di elettricità a tutta la nostra famiglia. Quando lei tornava dalla tournée era sempre una festa. Poi un giorno di Dicembre, loricordo come se fosse ieri, la famiglia era tutta riunita a casa della nonna in attesa del giorno di Natale, ed io sentii un rumore assordante di ceramiche rotte provenire dal salotto in cui poco prima avevo lasciato zia Marion e zio Giacomo. Lo zio aveva distrutto un antico vaso, era in preda alla furia e continuava ad inveire contro Marion. Le sue urla rimbombarono in ogni polveroso angolo della casa. Lei era in lacrime, non riusciva nemmeno a rispondere con una frase ben articolata. Lui le gridava che ormai era finita, che non avrebbe atteso un’altra stagione teatrale, non le avrebbe permesso ancora di girare per il mondo come se non fosse una donna sposata. Lui voleva dei figli, erano ormai due anni che Marion rimandava. Che famiglia potevano mai essere senza figli? Lui ormai aveva superato da un po’ i trenta e non aveva più intenzione di rimanere ad aspettarla mentre lei viveva la sua carriera da vagabonda. La zia piangendo cercava di rispondergli, gli diceva che lui l’aveva sempre saputo che avrebbe dovuto aspettare per dei figli. Lei voleva davvero avere dei bambini, ma era ancora presto, era lei stessa quasi ancora una bambina, e poi aveva il lavoro, il contratto con la compagnia teatrale… Per nulla al mondo avrebbe voluto perdere suo marito, ma se lui l’avesse amata avrebbe aspettato che lei fosse abbastanza matura per mettere al mondo dei figli. Lo zio, per tutta risposta, le disse che così non andava, che non erano una famiglia “vera”, che lei l’aveva ingannato pensando che potesse trattarlo come un personaggio fittizio di una qualsiasi commedia teatrale da quattro soldi. La zia allora pronunciò quelle parole che ricordo ancora adesso, in tono grave e disperato disse allo zio che la verità è ciò che si costruisce con il tempo, che solo alla fine di un percorso si vede cosa è stato vero e cosa non lo è stato. Lui non la degnò di riposta e si limitò ad uscire dalla stanza. Quel Natale non lo trascorsero con noi, partirono il giorno dopo e tornarono nell’appartamento a Parigi, ma qualcosa ormai si era rotto tra di loro, la struttura del loro amore aveva vacillato in maniera troppo violenta per non rimanere incrinata. Dopo qualche mese venimmo a sapere che si erano separati, zio Giacomo l’aveva mandata via. Solo anni dopo confessò alla nonna che quello era stato l’errore più grande della sua vita, perdendo Marion aveva perso il suo sole. Dopo qualche anno si risposò, ma anche questo matrimonio naufragò in breve tempo, nessun’altra riusciva a prendere nel suo cuore il posto che era stato di Marion. Gli anni passarono e così lo zio rimase solo, smise di cercare, e continuò a vivere nel ricordo di lei, pentendosi di averla mandata via ma senza mai avere il coraggio di tornare sui suoi passi. Tutta la famiglia fu addolorata per la fine di questo amore… ognuno di noi aveva perso qualcosa. Dopo tutto questo tempo ancora mi commuovo al pensiero di come le cose importanti possano finire così…». 

«Ma perché lo zio non tornò da lei? Avrebbe potuto farle cambiare idea, avrebbe potuto scusarsi, tutti commettiamo degli errori, se la zia era l’unica donna della sua vita, come ha potuto trascorrere il resto dei suoi giorni lontano da lei sapendo che lui stesso l’aveva allontanata?». 

Gabriele rifletté un momento sulle parole del figlio: era ancora un ragazzo, aveva il cuore puro e gli occhi di chi sogna, il bagliore di chi vuole vivere rischiando. «Vedi Daniele…» rispose «tu sei ancora molto giovane, forse non sei ancora mai stato innamorato, ma a tempo debito ti renderai conto. Più si va avanti nel corso della vita più le scelte sono difficili, le decisioni portano irreversibili conseguenze, gli adulti sono orgogliosi e rendono l’amore complicato». 

Con un sorriso malinconico Daniele si alzò dalla poltrona, si avvicinò alla scrivania e posando una mano sulla spalla destra del padre disse: «Penso che non mi basterà un’intera tavolozza di colori per dipingere il suo ritratto. Forse, in fin dei conti, il bianco e il nero di quella foto rendono meglio l’idea di come la sua vita sia stata piena della luce dell’amore e dell’ombra dell’abbandono». 

«Mi aspetta questo quindi?» continuò dopo una piccola pausa. «È così brutto innamorarsi?» chiese con il fare di chi nutre in maniera malcelata la speranza di essere contraddetto.

 «No figliolo» disse immediatamente il padre «innamorarsi è sempre una cosa bella». 

Miriam Nacca (N60004602) 

Storia di una vita condannata  di Maddalena Dobellini

Questa è una storia sbagliata. La storia di una vita recisa.  

Rompe i contorni di  una  foto sbiadita il suono di  passi  violati da  una condanna. Una condanna che strappa, invade, distrugge lo spirito di volti silenti. Coscienze in rivolta, mani congiunte, sguardi sospesi: si riversa lungo le strade di  Torpignattara un corteo funebre.  Un  adunanza  di  spettatori  rabbiosi,  ma  impotenti. Uomini,  donne,  bambini smarriti che si lasciano cullare dall’oblio squilibrato del vivere a metà. Stretti fra una terra  inospitale  e  un  cielo  inaccessibile,  cercano  riparo  tra  le  crepe  di  un  muro bagnato: c’è chi nasconde lo sguardo umido tra le frasi di un breviario appassito, chi insegue  le  curvature  di  una  pianta  rampicante.  Nessuno  vorrebbe  guardare,  eppure, uomini, donne e bambini avvertono  l’inganno della  giustizia come  una coltellata  che trafora lo stomaco. Ognuno di loro deve voltarsi alla dolenza.  

Questa è la storia di una vita condannata, logorata, consunta e, purtroppo, esistita. Un ragazzo è lì, il suo corpo è reale, ma vuoto. Stefano non può più presenziare.  

La  parola  morte  dovrebbe  indicare  una  fine.  Ma  cos’è  una  fine?  Il dolore  è  senza tempo.  Fermo,  immobile  eppure  dinamico.  Dinamico  per  ricordare  le  trame di  una vita sfiorita, distrutta, eppure, viva

Gli  occhi  di  Stefano  incrociavano  spesso  sguardi  ostili  e  movimenti tristi.  Restava incompreso  e  infelice  ma,  comunque,  sempre  incline  all’incontro.  Stefano  detestava gli  scontri.  Viveva  da  ultimo  e  amava  ascoltare.  Ascoltare,  pensava,  è  una  forma  d’espressione  e  lui  preferiva  esprimersi  così.  Ascoltava  il  pavimento  freddo  con  la superfice dei suoi piedi  nudi. Percepiva  le  parole a cuore aperto e,  molto più spesso, si  faceva  raggiungere  dai  silenzi  inospitali,  quelli  che  bucavano,  veloci  e  distratti,  i confini di suoi pensieri irregolari. L’incomprensione altrui, bruciante e sovente, finiva spesso   per   violentargli    l’animo,   il   dolore   era   diventato    una   questione   di sopravvivenza. Era l’unico modo per sentirsi attraversare dalla vita. 

Ma  infliggerlo al  prossimo  non  gli  sembrava  giusto.  Farsi  del  male  gli  parve  l’unica soluzione possibile. Presto, una passione promettente si fece largo tra la nebbia della sua  vita, squilibrata e confusa:  la  boxe. Stefano cedeva alla boxe con  la  forza  di  una fede.  Le  aveva  consegnato  ogni  suo  peccato,  rimpianto,  pentimento.  Le  aveva affidato goccia dopo goccia tutto il suo sangue amaro. A furia di prendere a pugni un sacco  inanimato  sperava  che  un  giorno  avrebbe  potuto  liberarsi,  sprigionando  la bellezza  e  allontanandosi  dal  male.  E  poi  quelle  crisi  epilettiche  che,  forse,  causate dall’impossibilità e dal  desiderio  di  delineare  candidamente  la  propria  identità,  si presentarono  a  scuotergli  il  cervello. All’epilessia  si  aggiungevano  con  violenza rabbia,  gioia,  passione,  inadeguatezza.  L’umanità  senza  censure  aveva  raggiunto anche   lui.  Contribuiva  a   renderlo  confuso,   ma   non  più  del  disprezzo  e  dell’indifferenza  che  gli  altri  mostravano  nei  suoi  riguardi.  Dentro  quel  pugile dall’andamento   sbilenco   si   nascondeva   l’anima   di   Stefano.   Una   stanza   morbida, accogliente,  spaziosa.  Stefano  aveva  spazio  per  tutti,  ma  nessuno  sapeva  restare. I passi  violenti  dell’addio  echeggiavano  nel  mare  senza  fondo  né  superficie  della  sua anima con la potenza di un fuoco appiccato con la benzina su una sterpaglia.  Solo e smarrito Stefano trovò riparo in Lei

Lei con il suo viso da bugiarda, Lei che era lì ad attenderlo, paziente, sul ciglio della disperazione.  Quella  di  cui  conosceva  il  nome  e  non  gli  effetti,  il  prezzo  ma  non  il costo. Era lì ammaliante, suadente.  

Era lì, bellissima, La Sostanza.  

Quella  che  una  volta  assunta  era  riuscita  a  cacciargli  le  parole  ingombranti  fuori  dai denti,  e  la  rabbia  sopita,  anestetizzata  dal  buon  senso,  quella che  aveva  scatenato  la ribellione  di  Stefano  verso  una  Terra  che  non  gli  aveva  consentito  di  essere  ciò  che era.   Quella   che   l’aveva   apparentemente   salvato   da   una   solitudine   violenta   e insopportabile. La droga era la risposta a ogni sua domanda, la sua unica amica. Un’instancabile  confidente.  Stefano  pareva  non  avere  più  bisogno  di  nessuno.  La Sostanza  era  tutto.  E  perciò  finì  per  dimenticare  quel  calore  umano  che  tanto  aveva ricercato. Non vedeva più suo padre e la sua impotente disperazione, non vedeva sua madre chiusa in un silenzio che faticava a trovare le parole adeguate, non vedeva più sua  sorella  e  quel  dolore  negli  occhi  che  si  era  trasmutato,  presto,  in  una  rabbia sconfinata.  

Tanto  clamore,  agitazione,  disperati  tentativi  di  comunicazione.  Ma cosa  avrebbero potuto  dirgli?  Stefano  aveva  amato  la  vita  più  di  ognuno  di  loro.  Non  c’era  stato giorno  che  non  avesse  rivolto  il  suo  sguardo  verso  il  cielo,  per  mirarne  l’azzurro carezzevole.  Non  c’era  stato  giorno  che  non  avesse  provato  a  lenire  le  anime  delle persone  incontrate.  Non  c’era  stato  giorno  in  cui  Stefano  non  s’era  fermato  per fotografare  con  i  suoi  occhi  lividi  la  bellezza  dell’alba  e  del  tramonto.  Non  un  solo giorno  in  cui  non  aveva  ammirato  il  dileguarsi  delle  nuvole  che  corrono  veloci  per cedere  il  posto  alle  prodezze  del  sole.  No.  Nessuno  l’aveva  compreso,  tutti  gli avevano voltato le spalle, come fosse la vergogna del suo quartiere, Torpignattara.   

Tutti  sì.  Tranne  la  droga.  Per  questo,  alla  fine,  aveva  ceduto.  In  lei  credeva  di  aver trovato cura, accoglienza, riparo. Colmo di Lei si sentiva forte. Sicuro.  

Ma  la  droga  è  beffarda,  prima  indurisce  le  pareti  del  cuore  e  poi  le  distrugge.  E  una volta distrutte, poi, bisogna fare i conti con il sangue che ne fuoriesce, con gli impulsi scomodi e  inaspettati, con  la  lacerazione  di ogni organo, perché la droga si  nutre del sangue  umano  come  un  predatore  fa  con  la  sua  preda.  E  non  ti  lascia,  no,  non  ti lascia, almeno fino a quando non sei tu a lasciarla o è la  morte a farti abbandonare l’ago. 

E Stefano l’aveva capito. Non voleva lasciare la sua vita, lui voleva solo l’opportunità di  viverla  dignitosamente.  Per  questo  si  era  trascinato  in  un  SERT.  Lì,  almeno, avrebbero spalancato le porte vedendolo arrivare, pensava, «lì mi potranno ascoltare». E  invece  no. Dosi di  metadone strisciavano  nel suo sangue, subdole e sfacciate.  La vita  era  restata  fuori  anche  da  quella  porta.  Non  un  grammo  di  umanità  che  potesse colmare   il   vuoto   che   gli   dilacerava   il   cuore. Stefano,   come   sempre,   cercava compagnia  nei  suoi  tormenti  infiniti. «Io  sono  un  uomo,  non  sono  la  droga  che assumo», pensava confuso. Resisteva Stefano: voleva tornare a guardare l’alba senza che  i  suoi occhi  ne  distorcessero  i  confini,  senza  che  la  sua  bocca  bramasse  acqua  e droga, senza che il suo cuore lo minacciasse continuamente di fuoriuscirgli dal petto. Ma  non  ce  l’ha  fatta.  No.  Stefano  non  ce  l’ha  fatta.    È  crollato.  Come  crolla  un castello di sabbia o un palazzo durante un terremoto.  Stefano  abbandona  la  cura.  Ad  attenderlo  solo  la  boxe,  la  sua Sostanza  e  una  morte delegata ad altre mani.  

Lo abbiamo detto. Questa è la storia di una vita condannata, sì. Ma non dalla droga.

 Ottobre. In  una  notte  privata  di  stelle  il  corpo  di  Stefano  deve  fare  i  conti  con  la disumanità  degli  esseri  umani.  Il  suono  di  sirene  spiegate  conduce  quel  pugile sbilenco  alle  porte  della  vita.  Ad  attenderlo tre  uomini  in divisa  arsi  dal  desiderio  di imporsi  e  di  imporre  il  loro  potere,  la  loro  negligenza.  Stefano è  un  fragile  tossico, questo basta per pestare a sangue i passi dei suoi trent’anni di vita.  

Potere della divisa.  

Nessuno  scatto  a  sancire  il  suo  arresto,  nessuna  verità  per  restituire  a  Stefano  la dignità violata. Solo un perforante silenzio potrà risvegliare uomini, donne e bambini. Un volto tumefatto è scomodo da mostrare, la verità va nascosta fin quando si può, è la legge dei codardi, è la legge dei presuntuosi, è la legge dei senza cuore, quella dell’omertà. Stefano è stato picchiato, massacrato, imprigionato, abbandonato. Stefano ha patito  molti  mali  prima  di  morire,  accompagnato  dalla  solitudine  in  ospedale,  sei giorni dopo l’arresto, ma l’indifferenza è stata il peggiore assassino. 

In  una  società  in  cui  ci  hanno  insegnato  che  dubitare  è reato,  Stefano  ha  compreso invece  che  dubitare  è  l’unica  vera  possibilità  di  svolta.  Ha  vissuto  gli  ultimi  suoi giorni tra violenze e agonia ma è stato finalmente felice. Perché ha avvertito il calore di  una carezza  invisibile  pur  essendo solo.  Perché ha compreso  il  valore. Il  valore di uno schiaffo e quello di una carezza, il valore dell’acqua e quello della sete, il valore del pane e quello della fame. Il valore di una sconfitta che talvolta è una vittoria. 

Uomini,  donne  e  bambini,  stretti  in  un  corteo  silente,  finalmente  dubitano,  e  si lasciano  investire  dai  dubbi  di  Stefano,  quel  ragazzo  schivo,  che  non  erano  mai riusciti  a  comprendere  davvero.  Capiscono  ora  che  essere  colpevole  è  diverso  dall’avere una colpa e che errare non vuol dire essere un errore.  

Stefano,  inconsapevolmente,  ha  aiutato  uomini  donne  e  bambini  ad  evacuare  la drasticità  del  pregiudizio.  La  sua  morte  ha  zittito  tante  parole e  stimolato  altrettante riflessioni.  

Quegli  uomini,  quelle  donne  e  quei  bambini  hanno  capito  che  chiedere  aiuto non  è una dimostrazione di debolezza ma l’ultimo rantolo di una forza negata. Quegli  uomini,  quelle  donne e quei bambini  hanno  finalmente capito che per restare umani basta mettersi in ascolto, e considerare valore ogni singola forma di vita.  

Grazie Stefano. 

Maddalena Dobellin

Anna di Luisa Regina

Anna non avrebbe mai dimenticato la frase che suo padre le ripeteva sempre: «il vento ha voce solo quando incontra un ostacolo».

 Lei, le prime volte, non aveva compreso che cosa potesse significare. Era piccola, era alta poco più di un metro e le ombre degli altri la sovrastavano almeno di una volta e mezza… ma a Anna piaceva restare nell’ombra.  

Davanti agli ostacoli, Anna aveva l’abitudine di fermarsi e di mettersi a piangere, per lei doveva essere un po’ come un rito magico perché appena cominciavano a scendere le prime lacrime suo padre le spuntava alle spalle e l’aiutava a saltare le pozze d’acqua o a trovare una strada meno ardimentosa.  

A quell’epoca le persone non  possedevano molto, era il 1942. 

La madre di Anna nascondeva il caffè nell’imbottitura della poltrona della nonna. Di tanto in tanto qualcuno bussava alla porta, tre rintocchi, e lei già sapeva cosa avrebbe dovuto fare.  

Anna era l’ultima di quattro figli ed amava stare a piedi nudi. Per molti era strana, non parlava ancora a differenza dei suoi conetanei che, invece, sapevano già farlo perfettamente. Ma Anna di parole non sembrava possederne mai.  

Suo padre le aveva regalato una corona di fiori, le bastava tenerla in equilibrio sulla testa per sentirsi contenta, non aveva avuto bisogno di nient’altro. 

Ai bambini basta poco per essere felici, agli adulti,invece, non basta mai nulla. 

Come accadde alla madre di Anna che, infatti, finì per allargare sempre di più il suo commercio nero: presto al caffè si aggiunsero i legumi, e così tanti altri alimenti.  

Le persone, ormai, entravano e uscivano continuamente dalla porta di casa. Ma ad Anna non dispiaceva vedere tante persone.  

Quando non c’erano i bombardamenti, suo padre la lasciava uscire insieme a sua sorella più grande,Sofia, a patto che non si allontanasse troppo dal quartiere e che Sofia non perdesse mai di vista la piccola Anna.  

Ma dopo poche falcate, Sofia, assicurandosi che nessuno la stesse guardando, raggiungeva le sue amiche e, così, presa dagli ultimi pettegolezzi, dalle ultime mode…finiva per dimenticare sua sorella Anna che, poco più dietro di lei, ancora una volta, si divertiva, solitaria, a inseguire le ombre e i rumori del vento.

 Un pomeriggio, però, Anna si allontanò più del solito e sua sorella, voltandosi indietro troppo tardi, non la trovò. E, a dirla tutta, non sarebbe riuscita a ritrovarla mai più. 

Se solo Anna avesse saputo che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno sulla terra avrebbe certamente abbracciato suo padre più forte ed avrebbe concesso un bacio persino aSofia. Sicuramente, si sarebbe trattenuta a raccogliere fiori e ne avrebbe fatto un mazzolino per sua madre. MaAnna non aveva immaginato che la sua vita sarebbe finita quel giorno, in un afoso pomeriggio di fine estate.

Anna aveva sognato di diventare alta, non come suo padre, lui sarebbe stato irraggiungibile da chiunque, ma di raggiungere almeno la sua spalla. Aveva sempre pensato che un giorno avrebbe acquistato una casa più grande di quella dei suoi genitori e che sotto quel tetto avrebbe potuto riunire tutti i suoi familiari. 

Invece no. 

Un bombardamento, quel pomeriggio, portò via Anna, il carico dei suoi sogni e l’ancora inesplorato rumore del vento.  

Di lei non restò più nulla, nemmeno la corona di fiori che così gelosamente aveva trattenuto sulla testa per tutto quel tempo.  

Ma Anna non soffrì. Morì semplicemente com’era vissuta, a piedi nudi, senza sapere dove la strada la stesse portando.  

D’un tratto tutto divenne bianco.  

E in quel bianco dal sapore di ombra Anna finì la sua vita, libera per sempre di seguire il sussurro del vento.
       

       
     

       

   

Il trionfo dell’amore sulla violenza della guerra di Loredana Cimmino

 Il  19  aprile  del  1895  venne  alla  luce,  in  una  sontuosa  e  amena  villa  di  una  delle  più  facoltose famiglie della città di Udine, una splendida bambina alla quale fu dato il nome di Cristina. Era una serena e mite giornata di primavera, illuminata da un sole giocondo che rifletteva i suoi raggi  nella stanza in cui si udirono i primi, teneri vagiti della pargoletta. Sembrava che la natura volesse dare il suo  benvenuto,  tramite  un  segno  premonitore,  a  quella  nuova arrivata,  la  cui  vita  sarebbe  presto divenuta  un  luminoso  esempio  di  carità  verso  il  prossimo  e  una  testimonianza  della  capacità  di preservare nobili e delicati sentimenti, pur vivendo in un periodo di atroce barbarie, dominato dalla violenza e dalla morte, in cui l’uomo sembrava rivelarsi la più crudele e feroce delle creature.  

La bimba aveva un aspetto incantevole: era tranquilla e serena; aveva un viso paffutello, candido e solare,  un  sorriso  dolcissimo  che  riempiva  il  cuore  di  tenerezza;  gli  occhi  color  nocciola  erano grandi e profondi, vispi e pieni di innocenza.  

La nascita di Cristina fu accolta con immensa felicità dai genitori perché dopo un lungo periodo in cui  le  speranze  di  avere  un  bambino  erano  quasi  svanite del  tutto,  era  finalmente  arrivato  il  figlio atteso e desiderato. Per loro fu una gioia indicibile vederla crescere, muovere i primi passi e sentire le  sue prime parole;  ma  i  momenti  che destavano  maggiore commozione e che rimasero  indelebili nella  loro  memoria  erano  quelli  in  cui  la  fanciullina,  con i  suoi  splendidi  occhi,  guardava  con curiosità le persone e il mondo nuovo che pian piano stava imparando a conoscere e ad amare. 

La  madre,  donna  di  forte  fede,  le  aveva  insegnato  fin  da piccola  a  pregare  e  a  rivolgersi  a  Dio; quando  la  bambina  imparò  a  leggere,  le  regalò  un  libro  delle  Sacre  Scritture,  che  Cristina quotidianamente leggeva, desiderosa di conoscere le opere compiute e le parole del Signore..  

Un  giorno,  leggendo  il  Vangelo  di  san  Matteo,  fu  colpita  da  queste  frasi: “Venite,  benedetti  del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi  avete  ospitato,  nudo  e  mi  avete  vestito,  malato  e  mi  avete  visitato,  carcerato  e  siete  venuti a trovarmi.  […]  In  verità  vi  dico,  ogni  volta  che  avete  fatto  queste  cose  a  uno  solo  di  questi  miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Cristina  meditò  a  lungo  su  queste  parole  e  ne  rimase  così profondamente  segnata  da  renderle  un principio-guida a cui ispirare tutta la sua vita. 

Giunto il tempo di cominciare a studiare, fu affidata a un precettore, che ne tesseva continuamente le lodi per la straordinaria intelligenza e per il vivace ingegno. La fanciulla si appassionò molto allo studio e il suo desiderio di conoscere la rese un’instancabile lettrice. 

Divenuta  giovinetta  si  distinse  per  il  nobile  portamento  e l’aspetto  gentile  e  signorile,  per  l’eloquenza  nelle  conversazioni  e  la  sagacia,  per  la  bontà  e  la  dolcezza  che  mostrava  verso  tutti. Aveva un animo semplice e umile e il candore della sua persona risaltava maggiormente quando si abbigliava con semplici ma eleganti abiti bianchi.  

Era caritatevole verso tutti, in particolar modo verso i bisognosi: ai poveri mandava doni e tutto ciò di cui essi avessero bisogno; si recava dagli ammalati e dalle persone sole e con  il suo sorriso e la sua  dolce  parola,  infondeva  gioia  e  conforto  nei  cuori  sfiduciati  e  delusi  dalle  angosce  e  dalle sofferenze  della  vita.  Queste  esperienze  le  avevano  fatto capire  che  vedere  un  sorriso  e  un’espressione di gioia in chi aveva perso la felicità e la speranza poteva donare tanta serenità al cuore. Provava  un  senso  di  gratificazione  e  aveva  capito  che, per  far  sentire  una  persona  amata,  non bisognava  compiere  chissà  quali  grandi  imprese  ma  semplicemente  dedicarle  del  tempo  e  farle sentire  la  propria  presenza.  Inoltre  dalle  afflizioni  degli  altri  aveva  imparato  ad  apprezzare maggiormente le piccole cose e tutto ciò che possedeva.

 Cristina  amava  trascorrere  il  tempo  libero  nell’ampio  e  fiorente  giardino  della  sua  villa:  sentiva  il suo  cuore  riempirsi  di  soavi  emozioni,  quando  vedeva  gli  uccellini  posarsi  sugli  alberi,  che  con  il loro cinguettio producevano una celestiale melodia; provava una forte gioia mista a una sensazione di libertà ogni volta che una lieve brezza spirava sul suo viso, la paragonava a una voce delicata che sembrava parlarle e tenerle compagnia in quei maestosi silenzi.  

Il  giardino  poi  le  appariva  un  meraviglioso  Eden  allorché,  in  primavera,  si  riempiva  di  delicati  e variopinti fiorellini che lei coglieva felice per adornare la sua cameretta o per regalarli alla sua cara mamma. 

La sera  invece amava contemplare  i cieli  stellati e, nel  vedere svanire  nel  buio della  notte il  flusso vitale, i suoni e i colori che avevano popolato il giorno, provava un senso di inquietudine perché si ritrovava a riflettere sulla fugacità e sulla caducità della vita. Ma poi nel mirare le stelle e la candida luna che illuminavano quella profonda oscurità trovava conforto e pace.  

Nel frattempo la fanciulla cresceva e giunse il tragico 1914, anno in cui il mondo divenne un orrido teatro di guerra.  

L’Italia aveva dichiarato la sua  neutralità  ma tutti gli italiani percepivano dentro di sé che prima o poi anche la loro terra natia sarebbe stata devastata dalla morte e dalla distruzione. 

Cristina  come  tutti  comprendeva  che  la  minaccia  della  guerra  stava  diventando  sempre  più incombente;  decise  di  seguire  un  corso  per  diventare  infermiera  volontaria  della  Croce  Rossa.  La sua decisione non fu accolta con entusiasmo dai genitori che, avvertendo l’avvicinarsi del conflitto, temevano  per  la  sua  vita;  ma  la  giovinetta  mostrò  una  tale  risolutezza  e  determinazione  nel  voler perseguire la sua scelta che alla fine i genitori diedero il loro consenso. 

 Il 24 maggio 1915 ciò che si temeva accadde: l’Italia entrò ufficialmente in guerra. Cristina  in qualità di  infermiera  fu  mandata presso l’ospedale da campo sorto lungo  le retrovie del fronte del Carso. 

La  guerra  imperversava,  numerosi  furono  gli  scontri  e le  battaglie  e  l’ospedale  incominciò  ad affollarsi di soldati feriti. 

Vedendo tante persone ferite e mutilate Cristina si stupiva nel constatare a quale livello di odio e di disumanità  potesse  arrivare  l’uomo.  Non  capiva  come  un  uomo  potesse  uccidere  un  altro  uomo senza alcuna pietà.

 Frattanto la  notte oscura della guerra e della più spietata violenza  veniva rischiarata dalla  mirabile luce della carità e dell’assistenza che l’opera instancabile delle Crocerossine diffondeva.  

Cristina  era  molto  amorevole  nell’assistere gli  ammalati: dava  il  cibo ai soldati  mutilati e a  coloro che  non  potevano  muoversi;  medicava  e  aveva  cura  dei  feriti;  confortava  tutti  quelli  che,  per  gli orrori visti e per le lesioni riportate, erano angosciati e scoraggiati; aiutava i moribondi a prepararsi con  serenità  per  l’ultimo  viaggio  che  li  attendeva.  Fu  amata  da  tutti:  i  soldati  più  anziani  la consideravano una figlia, i più giovani vedevano in lei una dolce sorella o una madre benevola. 

Dopo la disfatta di Caporetto la giovane fu inviata presso l’ospedale civile della città di Udine dove si prodigò nell’assistere premurosamente i feriti, sia civili che militari. In una realtà in cui sembrava svanire  ogni  fiducia  nella  capacità  delle  persone  di  provare  sentimenti  di  amore  e  di  umanità,  i bambini riuscivano ancora a infondere nei cuori il coraggio di andare avanti. Nonostante le stragi, le macerie  e  le  ferite  i  fanciulli  conservavano  una  forte  gioia  di  vivere,  un  vivido  entusiasmo  e  una grande  bontà  e,  grazie  al  loro  sorriso  dolce  e  innocente,  risorgeva  la  speranza  di  una  possibile, migliore alba per l’umanità in frantumi. 

Nel 1918, anno in cui il sanguinoso conflitto mondiale stava per giungere al termine, la ragazza fu trasferita presso l’istituto scolastico “Dante Alighieri” per l’occasione trasformato in ospedale dove venivano portate persone affette da malattie infettive.

 Cristina,  come  una  stella  sfolgorante,  illuminava,  con lo  splendore  della  sua  bontà  e  delle  sue amorevoli  cure,  quei  malati  abbandonati  alla  loro  solitudine  e  alle  loro  sofferenze.  Aveva  una straordinaria  capacità  di  dare  conforto  e  serenità  a  quelle persone  senza  speranza  e,  in  modo particolare, infondeva loro la fiducia in una esistenza migliore dopo la morte. 

Nei primi anni del dopoguerra la giovane donna ormai divenuta una persona matura in seguito alla drammatica  esperienza  dell’orrido  conflitto,  trascorreva  le  sue  giornate  studiando  e  assistendo  i malati negli ospedali.  

Questa dolce,  intensa  luce, dopo aver rischiarato nella sua città natale e sul  fronte di guerra, con il suo esempio gli anni oscuri della Prima guerra  mondiale e, dopo aver donato a tanti cuori  la gioia del sorriso e della speranza, stava per giungere al  suo tramonto. Dopo circa due anni dalla  fine del tragico  conflitto  Cristina  si  ammalò  di  tifo  e,  nel  giro  di  pochi  mesi,  si  spense  come  una  lampada che ormai aveva finito di risplendere. Tutti coloro che erano stati aiutati e assistiti da lei si recarono alla  sua  villa  per  darle  l’estremo  saluto  e  per  vedere  un’ultima  volta  quella  splendida  giovane  che giaceva nel suo letto, calma e serena, col suo dolce sorriso disegnato sul viso. 

 Il 15 settembre 1920 questo meraviglioso angelo, che aveva brillato in terra per il suo candore e per il  suo  amore  verso  il  prossimo,  partiva  dal  mondo.  Aveva  lasciato  un  ricordo  indelebile  nei  cuori che ebbero la  fortuna di  incontrarla; grazie al suo ammirabile  comportamento aveva  insegnato che la barbarie e la violenza non avrebbero mai potuto spegnere completamente i sentimenti di umanit à, amore e solidarietà fraterna; in una piccola parte di umanità sarebbero rimasti per sempre. 

Loredana Cimmino  Numero di matricola: N55/822