Proche d’elle

“(…)  Ci sei – perciò devi passare.  
Passerai – e in ciò sta la bellezza.  

Cercheremo un’armonia,  
sorridenti, fra le braccia,  
anche se siamo diversi  
come due gocce d’acqua.“
-Wislawa Szymborska

Odore di fumo e pesante vociare tra le stradine che portano da Violette. Quando mi chiama, so già cosa vuole dirmi: la raggiungo nell’appartamento di un palazzo che si trova in via F. ed ogni volta, aperta la porta, ad accogliermi è un disastro di tulle, nastri e scarpette di danza.  
Si scusa per la confusione, mi invita ad entrare.
Il suo appartamento è zeppo di cose, in penombra, umido. C’è una piccola finestra, unica, che affaccia su un muro grigio. Tutto estremamente triste se non fosse per lei; profuma d’arancio e menta ed ha una bellezza eterea, quasi non umana. Le guardo il viso puro ed intoccabile, pulito, le sfioro i boccoli biondi come il miele.
Sensazione strana, terribile: la meravigliosa vista si specchia già in nostalgia e mancanza.
Violette non vuole appartenere a nessuno, non lascia mai né promesse né tutta la sua intera anima a qualcuno. Eppure c’è qualcosa, qualcosa che mi fa dire che con me è diverso: tra noi c’è una sorta di affinità d’anima, un legame empatico fatto di emozioni. E’ riuscita a diventare protezione lì dove prima c’erano soltanto rovine, consentendomi così di scoprire ed  amare una parte di me che non posso far altro che associare a lei. Sembra percepire i miei brividi alla schiena quando temo bombardamenti di cui ormai non si sente neanche più l’eco. Stare con lei è un continuo oscillare tra periodi di festa e neve blu. Quando è ispirata sale sul tavolino e, mentre legge versi di poeti russi, o danza o inscena lotte con i mostri della sua testa. Trattiene addosso un sacco di particolarità e una di queste è proprio danzare e saltellare come una molla con le sue gambe magrissime. Poi cade e cado anch’io, ci abbracciamo forte sul pavimento gelido. Nel suo appartamento la notte è più lunga e fredda. Quando le dita sono gelate giochiamo a fare finta siano ghiaccioli e poi accendiamo piccoli fiammiferi come fossero camini enormi. Parliamo quindi a modo nostro, come piace intendersi a due persone che non hanno bisogno del parlato comune; impossibile descrivere la consistenza insostituibile di questi dialoghi, sembra che la poesia sia entrata dalla finestra che dà sul muro anonimo. Nonostante il mio amare a vuoto, nonostante le nostre distanze abissali.  Io e lei abbiamo una sola cosa in comune: siamo intrappolati nel tempo.  
Il giorno dopo aprire quella porta e andar via da lei è tremendo, come sentirsi amputati. E’ come se lasciassi ogni volta un pezzo di me.  
So bene di doverlo fare. Ogni volta, di dover andar via. Ogni volta, per quelle strade annebbiate e fumose stringo nella mente, come stringessi nelle mani, una sua scarpetta, di quelle piccole e delicate che hanno la sua stessa natura. Ne ricalco con la mente ogni centimetro, ne ammiro ogni dettaglio, come se ricercassi un pezzo di Violette in ogni traccia della sua cura per le cose da lei amate. La stringo quasi per costringere Violette ad essere ancora vicino a me. Continuo a stringere ma, nonostante il vento, mi costringo ad andare via. Il ricordo, la seta delicata, il profumo di aranci, sono in fondo le uniche cose di lei che io realmente possa possedere.

Carmen Lega

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