Le mani davanti agli occhi di Ciro Fusciello

Hai mai sentito parlare di Mario Righi? No? Eppure sono sicuro che lo avrai vistoalmeno una volta nella vita, potrai anche portarti la mano al cuore e giurarmi ilcontrario, poco importa. Perché? Beh, è ovvio: se ti è mai capitato di godere di un bellissimo panorama, se seimai salito su un qualunque mezzo pubblico, se ti sei mai trovato lungo un corsotrafficato o se, insomma, sei mai sceso di casa per una qualsiasi commissione,allora, stanne pur certo, ti sarà passato sotto agli occhi e tu, ovviamente, nonper tua colpa, l’avrai lasciato scappare. Un vero peccato, ma posso capirlo.Mario Righi, infatti, è la persona che meno di tutte può suscitare un interesse diqualsiasi natura, poiché il suo aspetto è quanto di più ordinario possa capitaredi vedere; volendo descriverlo, purtroppo, posso dirti solo che è calvo e, cometutti, ha un naso, una bocca, due orecchie e due occhi, dei quali non è possibiledire di più perché sarebbe come aggiungere qualcosa a ciò che è stato giàabbondantemente descritto. Per intenderci, ti basterebbe disegnare un volto sultuo pollice col pennarello nero e te lo ritroveresti lì, tra le tue dita, alla streguadella penna che impugno mentre scrivo di lui. E infatti, alla stregua di questapenna, anche a me risulterebbe difficile individuarlo in mezzo ad una folla disuoi simili, nonostante io sia uno dei pochi a conoscerne il nome.Ma di questa sua ordinarietà, che al giorno d’oggi in tanti cercherebbero dirifuggire, lui fece il punto forte della sua arte: quella dello scherzo. Capita fin troppo spesso che ci si imbatta in persone verso le quali si è di primoacchito diffidenti, non perché ci abbiano mai fatto qualcosa, ma perché untratto del loro aspetto, un loro gesto o semplicemente il loro tono di voce, bastaa rievocarci il ragazzo antipatico delle medie oppure il prepotente di turno checol suo fare abusa della nostra pazienza o, più in generale, delle nostre buoneintenzioni e sentimenti. Mario, invece, avrebbe potuto tirarti anche un ceffone:il suo viso era così generico che non avresti potuto caricarlo di nessun altrosentimento, buono o cattivo che fosse. Non che questo lo aiuti in amore o inamicizia, anzi. Eppure, proprio l’anonimato dei suoi lineamenti gli ha permessodi intervenire nelle vite degli altri senza che questi ne abbiano poi avutocoscienza o, addirittura, memoria. Pareva un fantasma, con la sola differenzache i fantasmi, almeno, ci impressionano al punto da provarne terrore e invece,guardando Mario, tutt’al più si poteva essere infastiditi dal fatto che quel tiponon si togliesse di mezzo, quasi come se fosse d’impiccio, poiché, come ho giàavuto modo di dire più volte, è improbabile che l’attenzione di qualcuno possaessere stata catturata intenzionalmente da quest’uomo.Conobbi   Mario   un   pomeriggio   di   Gennaio,   mentre,   passando   per   il   moloBeverello, fui inatteso spettatore di una scenetta buffa, a tratti, potrei dire,surreale: un pover’uomo, riccioluto, mingherlino e con un bel paio di baffi,cercava di difendersi dai colpi impietosi di una signora che si dimenava quasifosse   posseduta;   evidentemente   lui   l’aveva   offesa   in   qualche   modo,   mal’accanimento della donna su quel poveretto mi risultava inspiegabile. Forseperché sono sempre stato un tipo poco perspicace o, molto più probabilmente,mi veniva difficile pensare alla causa di quella baruffa con le lacrime agli occhie i fianchi gonfi per il gran ridere. Ad ogni modo, proprio mentre cercavo didarmi un contegno, sentii la presenza di una mano proprio sopra la mia spalla.Quel tocco mi fece sobbalzare. Ecco: attaccato all’ignota mano vidi per la primavolta Mario, il suo proprietario. Allora ancora non lo conoscevo e, a pensarcibene, non credo che avrei mai avuto modo di conoscerlo o sarei riuscito adaccorgermi, più semplicemente, della sua presenza, se lui non avesse deciso ditoccarmi. Da quanto tempo fosse lì al mio fianco mi è difficile immaginarlo:dieci minuti? Un quarto d’ora? Non saprei.  So, invece, che senza scomporsiminimamente e senza scusarsi per lo spavento che mi aveva procurato, iniziò aspiegarmi il motivo di quella scenetta tutta ceffoni e insulti. Mi disse che circamezz’ora prima, mentre si aggirava per il molo, aveva sentito l’uomo (proprioquello   che   davanti   ai   miei   occhi   le   stava   prendendo   di   santa   ragione)lamentarsi dell’aumento del biglietto per la tratta Napoli-Ischia. Mario, cheallora ancora non sapevo si chiamasse così, con un sorriso beffardo (a cui, inseguito, ebbi modo di abituarmi) mi spiegò che gente di tal fatta, a cui bastacredere che il solo lamentarsi serva a cambiare le cose o ad avere la coscienzaa posto, è gente fin troppo ingenua. Fu proprio questo il motivo che lo spinse adavvicinarsi   a   quell’uomo  simulando,   non   so  come,  una  qualche  specie  diempatia, e fingendo di non saperne il motivo, gli chiese il perché di tantosdegno. Come ebbi modo, poi, di capire dal suo racconto, Mario lo rassicurò dicendoglidi avere la soluzione che faceva al caso suo. Così, prima ancora di renderlopartecipe della buona notizia, adocchiò una signora (sì, proprio quella che di lì apoco avrebbe pestato lo sventurato): le si avvicinò, in silenzio, come suo solito,e le fece una domanda alla quale l’ignara donna non avrebbe potuto fare altroche annuire: “È questo il molo Beverello?”, “Certo!” esclamò lei, mentre Mario stava giàtornando dal tizio che aveva assistito allo scambio di battute senza, però,conoscerne il reale contenuto. Allora Mario spiegò all’uomo che al doppio delprezzo del biglietto avrebbe potuto compiere una buona azione dal valoreinestimabile: pagare il viaggio alla donna alla quale Mario si era avvicinato. Ilsignore, che non aveva nessuna voglia di spendere altri soldi, si vide peròcostretto a ripresentarsi dal bigliettaio a testa bassa poiché la persuasione diMario fu tale che l’uomo si commosse in più punti mentre gli veniva raccontatala  triste  storia di quella signora  che  era  stata  dipinta come  forse la piùsciagurata donna del pianeta: senza genitori, vedova, coi figli tutti tossici,disoccupati e senza amore, costretta a viaggiare e ad andarsene dalla città ilprima possibile perché inseguita da alcuni allibratori, colpa di un fratello troppoincapace per giocare ai cavalli. Ecco perché l’uomo le stava prendendo: perché,una volta preso commiato da Mario e comprato il biglietto alla signora, le si eraavvicinato dicendole una cosa del tipo: “non si preoccupi, è tutto finito. Ora cisono io a prendermi cura di lei”. Quanto   ambigue   possono   essere   queste   parole   se   a   rivolgercele   è   unosconosciuto?Quando   gli   chiesi   il   motivo   per   cui   l’avesse   fatto,   Mario   si   limitò   a   farespallucce; ed è proprio da quel momento che prese avvio la nostra amiciziatutta particolare.Col senno di poi, più volte mi venne da dubitare circa la veridicità delle sueparole: chi poteva garantirmi che quel racconto non fosse altro che uno scherzoal quale abboccai candidamente?In fondo lo presi per buono, nonostante ora, raccontandotelo, mi pare fin troppoassurdo. Nessuno poteva assicurarmi della sincerità di Mario, ma poco importa:da allora ci incontravamo per caso, prima in un bar, poi all’orto botanico, un po’dappertutto, insomma, ma lui fu sempre pronto a raccontarmi le sue bricconatementre io, invece, restai sempre pronto a bermi tutto quanto mi dicesse.Ne aveva fatte di tutti i colori, aveva fatto buscare tanta gente e tanta altra nonne uscì meglio, ma non è questo il motivo per cui ho deciso di parlarti di lui.Non sarei capace di raccontarti le sue avventure con lo stesso pathos, ancheperché molte ormai mi sono poco chiare. Avrei dovuto annotarle, certo, maancora non sapevo né che il tempo le avrebbe a poco a poco confuse, né che ionon avrei più rivisto Mario. L’ultima volta che lo vidi mi pareva quasi come se non fosse più lui, come seavesse perso qualcosa. Stando a quanto mi raccontò, mentre stava tornando acasa con l’autobus e leggeva un libro per passare il tempo, gli si sedette difianco   un   ometto   straniero,   decisamente   bizzarro.   Mario,   che   fino   a   quelmomento non era mai stato disturbato da nessuno e nessuno mai gli avevarivolto per primo la parola, si ritrovò direttamente coinvolto in una discussionedelle più banali, i cui argomenti potevano accomunare chiunque si trovasse suun qualunque mezzo pubblico: il viaggio e il disservizio. Ma solo ciò potevaavvicinare due individui tanto diversi: la volontà di parola di uno e quella dileggere dell’altro dovrebbero lasciar intuire quanta distanza vi fosse stata tra idue, nonostante si toccassero vicendevolmente le reciproche braccia. Mentrel’ometto infastidiva Mario con discorsi di tal fatta, mentre gli raccontava diquanto sporco fosse quel bus (come se non si trovassero entrambi lì sopra),sorte volle, per fortuna di Mario, che l’individuo scocciante si addormentasse dicolpo, con la bocca aperta e gli occhi semichiusi, permettendo a chiunque diintravederne la sclera. Pareva un tossico, ma questo non importava, ancheperché a Mario gli si dava così l’occasione di un altro scherzo, per quantosemplice potesse essere: svegliarlo di colpo tanto per restituirgli il fastidio chegli aveva procurato.Ma a Mario, a cui già pareva surreale il solo fatto che quella conversazioneavesse avuto luogo, non riuscì lo scherzo. Quando decise di svegliare l’uomo,quello,   ancora   nel   pieno   del   suo   sonno,   riuscì   a   ridestarsi   e   a   prendererapidamente coscienza di sé poiché era stato svegliato esattamente un attimoprima della sua fermata. Mentre l’uomo scendeva, non smise un attimo diringraziarlo, mentre Mario si sentì, per la prima volta, lui stesso vittima di unoscherzo. Mi parlò, poi, di quanto ironica fosse la vita, di come storie paradossalicome quella che colpì Jimmy Fixx, l’inventore del jogging morto di infarto, oaddirittura Beethoven, di cui è accertata ormai la sordità, non sono l’eccezioneche conferma la regola, ma la regola stessa; eppure, ciò che realmente loscioccò, fu il fatto che lui fino a quel momento non si rese conto di una cosache lo avrebbe segnato per sempre: i suoi scherzi dovevano gran parte del lorosuccesso alla fortuna. Potevo leggere il peso dell’impotenza nei suoi occhi, ma, senza aspettareneanche che io dicessi qualcosa, lo vidi andare via: le mani davanti agli occhiper schermarmi dal sole, guardai la sua figura confondersi con quella di moltealtre. Da allora non ebbi più modo di incontrarlo. Cercai nei posti dove eravamo solitibeccarci, ma niente e, a chiedere in giro, nessuno ne sapeva nulla, ancheperché a nessuno, credo, importasse di quell’uomo.Mi   piace   pensare   che   questo   sia   solo   un   altro   dei   suoi   scherzi   e   che,all’improvviso, me lo ritrovi davanti, pronto ancora una volta a farmi sorridere,ma purtroppo più passa il tempo e più le mie speranze si affievoliscono, senzaperò morire del tutto. Lo dimostra il fatto che, in alcuni punti del racconto, avreidovuto usare il passato, ma se è certo che io non lo incontri più, è bello credereche lui continui, nonostante tutto, a prendersi gioco di chiunque, perché oggi,che di anni ne sono passati, penso a lui come la mano ironica della vita, quellache insegna a non prendersi troppo sul serio. Strano che, nonostante Mario fosse così dedito alla burla, non fosse statocapace di capire che la lezione che lui stesso dispensava a molti, senzadistinzione alcuna, era la stessa alla quale fu costretto a partecipare quelgiorno, sul bus; ma forse questa non è che un’altra storia paradossale con laquale la vita cerca di farci ridere o, almeno, a farci riflettere sulla sua ironia.Ciro Fusciello, matricola N58001017

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