racconti: Attrazione

Attrazione

Mangiava una pralina dopo l’altra. Sguardo fisso nel vuoto con gesto lento e morbido. Portava il gustoso boccone alle labbra ad un tempo regolare e cadenzato.

Fermava la pralina sulle labbra e la sospingeva tra i denti e lì, alla punta della lingua, la scioglieva.

Sembrava che tutto il corpo gustasse quella bontà; ogni boccone era un momento di piacere assoluto.

Accanto a lei un uomo robusto, sprofondato nella poltrona che dava sul finestrino, leggeva una rivista.

La mano come un pendolo, si muoveva tra il pacchetto dalle scritte rosse e grandi,  contenente le praline a vari gusti di cioccolato, alla bocca.

Di fronte una coppia di donne; una ragazza con un computer portatile davanti a sé e la madre, una donna un po’pienotta ed elegante nei modi e nello sguardo. Aveva negli occhi un sorriso spontaneo, quasi a farsi gioco delle traversie della vita; in qualsiasi condizione.

I colori, nonostante la parentela, erano molto diversi. Rossa la ragazza,  dai toni scuri la donna. Gli occhi della figlia erano azzurri, quelli della madre color nocciola.

Il treno era pieno; vi si avvicendavano, quando non si sovrapponevano, suoni, parole, suonerie telefoniche, risate di bambini. I discorsi, che si sentivano erano i più disparati, famiglia, figli, lavoro e racconti di viaggi, brevi e lunghi. Così come le lingue usate, orientali, dell’Europa dell’est e americana.

A distanza di un paio di poltrone sedeva comodamente un uomo; anche lui utilizzava un personal computer; sembrava intento a scrivere. Col passar del tempo il suo sguardo fu attratto dalla donna che sembrava essere altrove nonostante la variegata umanità che la circondava.

Le osservava dondolare quel braccio in quel movimento ipnotico; sembrava un’oscillazione dovuta ad un moto perpetuo. Un moto incessante e intrinsecamente magnetico; irresistibile.  Come una malia.

Lo sguardo seguiva il moto: dalla mano, alla pralina, alle labbra.

Risalì, da queste, con lo sguardo sul volto assorto; in un tempo senza tempo.

Si allargò agli occhi seguendo la linea delle sopracciglia; non erano foltissime ma il tratto era deciso. Seguiva l’arcata sopraccigliare per poi allontanarsene improvvisamente. Creando, con quel moto repentino, una curva che era molto lontana dall’essere dolce. Eppure attraeva.

Lo sguardo sotto quel segno era più che intrigante, come l’essere che lo portava.

Con il  mento dolcemente pronunciato e l’incarnato che tendeva all’olivastro,  con un naso un po’allungato in punta e lievemente irregolare, ricordava un essere antico, o forse perenne.

I capelli color del legno lunghi e adagiati con morbidezza sulle spalle conferivano alla figura un che di totemico. 

Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Il vederla l’aveva fatto sprofondare negli abissi del tempo.

Non riusciva a recuperare la calma. Cercava di nascondersi dietro al suo note- book, ma poi ritornava a lei.

Scrisse qualcosa sul personal computer, lo lasciò intenzionalmente aperto. Con gesti lenti si alzò, si appoggiò ad ogni passo agli schienali delle poltrone che lo separavano da lei, come per non disperdere il coraggio.

La raggiunse, le si parò di fronte. Le prese la mano. A mezz’aria. Prima che la pralina completasse il tragitto verso quell’antro caldo  e umido..

L’attirò un po’a sé dolcemente, quel tanto che bastava per fare alzare in piedi la giovane e incontrarla occhi negli occhi.

Lo sguardo senza tempo lo fissava ad attendere per capire. Lei sembrava non avere fretta. Le pupille scure lasciavano filtrare la luce e riflettevano la vita palpitante che aveva colpito l’uomo.

Il giovane, sfiorando con tocco leggero le dita della  donna guidò quella mano, invertendo il moto del pendolo, verso le proprie labbra. La pralina color del latte scivolò oltre quella soglia del piacere.

Le mani si arrestarono, decise quelle di lui, arrendevoli quelle di lei.

Assaporò quella prelibatezza raccontandoglielo con lo sguardo dolce e saldo.

Fece scivolare quelle dita, ora libere, sul bordo delle labbra, carnose e  ben disegnate. Le fece apprezzare la lieve gibbosità del naso, e una per una, sentì la pressione delle dita prima su una palpebra poi su un’altra, come una delicata carezza.

La mano guidata, non si ritraeva.

Immobili, nel corridoio di un treno. Il mondo si era fermato e due esseri, un uomo ed una donna ne erano scesi.

Percorrevano una via diversa, una via di percezione dove la sensibilità più sottile aveva ragione di esistere; dove la legge era quella dell’attrazione inesplicabile di corpi e di esseri, dove il corpo era una parte del tutto; e dove corpo, mente, spirito erano tutt’uno.

Accondiscendente, la mano della donna accoglieva quella stretta gentile e decisa. Superò la fronte liscia e si tuffò nei capelli.

Distanziò le dita per penetrarvi al meglio,  e per affondarle nella massa di quei capelli neri, e senza fretta, superando la curva del cranio, cominciò a scendere, seguendo la gravità, fino alla nuca.

Ci fu una pausa. Le dita si intrecciarono quasi a fondersi. Si stringevano e si allentavano sulla nuca, e  piccoli brividi la percorsero.

Allentarono la stretta e seguirono il bordo delle spalle come a volervi penetrare; scivolando attraverso l’elegante giacca blu arrivarono alla camicia color del vino; si arrestarono all’altezza del petto.

Le mani  ancora strette tra loro sembrarono pulsare al ritmo del cuore; quasi respirandosi l’un l’altra, l’uomo e la donna, si avvicinarono, lei si appoggiò al cuore del giovane con tutto il suo corpo sinuoso e accogliente.

Lui con l’altra mano le cinse la vita e la strinse a sé.

La testa dell’uomo oltre la sua, lo sguardo verso un orizzonte invisibile.

Chiuse gli occhi mentre lei cedette nel suo abbraccio.

I corpi si separarono come calamite che si oppongono alla forza che le attrae naturalmente.

Sembrava impossibile che  potessero riuscire a distaccarsi.

Entrambi mano nella mano, uno di fronte all’altra, indugiarono, sguardo fisso nell’altro.

Le mani si sciolsero. Lentamente, come per attraversare un campo magnetico.

Lui si voltò  e raggiunse impettito, come a convincersi del gesto che stava compiendo, il corridoio.

Lì aprì la porta a spinta, e la chiuse dietro le spalle.

La giovane raccolse le proprie mani sul ventre e si sedette morbidamente nella poltrona dalle tinte azzurrine.

Con sguardo assorto oltre il corridoio prese una pralina dal pacchetto sul tavolino e la portò alle labbra.

Sul note-book su un tavolino poco distante scorreva la frase: È tempo che tutto accada.

 

Giuseppina Dell’Aria

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