racconti: Cartelloni pubblicitari

Cartelloni pubblicitari

Il viaggiatore del tram è lo spettatore ideale dei cartelloni pubblicitari che costellano le vie cittadine. Le fermate sono frequenti, il via vai è intenso e la vecchietta col sacchetto della spesa ci mette un po’ a scendere: deve piegarsi di lato, sollevare un po’ la gonna lunga, trovare un appoggio sicuro e alla fine oplà! Ce l’ha fatta.

Tu però, nel frattempo, sei rimasto al tuo posto. Per la tua fermata manca ancora un po’. E guardi fuori dal finestrino, non tanto perché realmente interessato a ciò che c’è al di là del doppio vetro, quanto piuttosto perché te ne stai lì seduto, occupando uno dei quindici posti disponibili, a scapito di tanti altri che soffrono in piedi, magari anziani, magari con bambini in braccio, stretti come sardine, e (ammettilo!) te ne vergogni un po’. Potresti alzarti e far accomodare qualcuno al tuo posto ma non sei così altruista, nonché un po’ claustrofobico. Così resti lì: seduto, con l’ipod nelle orecchie, la borsa sulle gambe, il naso spiaccicato nel finestrino e lo sguardo, studiatamente indifferente, verso il fuori.

È così che scorgi quel provvidenziale cartellone pubblicitario che ti autorizza in qualche modo a non badare alle nuove vecchiette che salgono e rimangono in piedi. In piedi mentre tu te ne stai comodamente seduto. Che vergogna! Ma tu non te ne sei accorto. Quel cartellone ti ha rapito. E dopo un po’ è così davvero: lo slogan, la vignetta, il testimonial che conosci ma di cui non ricordi il nome (e la scritta che lo riporta è troppo piccola, nonostante tu ci veda benissimo), e persino l’asimmetria dei parati che deformano la fotomodella o il calciatore di turno.

Ne diventi un appassionato e un esperto, al punto da farne un passatempo. Geniale poi la scelta di piazzarli per lo più in corrispondenza delle fermate del bus. Non tutti però. Alcuni, infatti, li trovi dislocati per le vie cittadine, o accanto a semafori che però non funzionano mai per cui l’autista, prepotente e forte della stazza del suo mezzo, riesce sempre ad avere la meglio sugli altri veicoli e tu, povero spettatore, in quel caso sei costretto a lanciare solo uno sguardo di sfuggita senza mai riuscire a cogliere del tutto il messaggio nel suo complesso.

Ma il pendolare è uno che per antonomasia non si arrende, lotta, escogita. Tu che sei pendolare hai imparato a limarti le unghie alla fermata senza mai perdere di vista ogni singolo mezzo a quattro ruote, a tracciare grafici e tabelle con gli orari dei mezzi di trasporto e a calcolare statisticamente la percentuale di ritardo delle linee urbane. Per cui tu che sei pendolare non ti arrendi e escogiti un sistema per aggirare l’ostacolo: memorizzi cioè il punto in cui si trova il cartellone oggetto del tuo studio e ti predisponi ad analizzarlo a pezzi, frazionandolo, di modo da coglierne ogni giorno un singolo dettaglio ma ogni volta un dettaglio in più, nell’ideale progetto di ricostruirlo un po’ per volta, nella mente, come un puzzle.

Diventa un po’ un appuntamento, un rito. E diventano giorni persi quelli in cui rimani in piedi, lontano dal finestrino, o quei giorni in cui piove a dirotto e non si vede un’acca. Del tipo che maledici puntualmente per tutta la corsa il traffico che ti fa arrivare in ritardo a lavoro ma, incoerente (non del tutto), te lo auguri in quel determinato incrocio.

Finché arriva un giorno, o meglio il giorno, in cui hai programmato che, con un po’ di fortuna, coglierai l’ultimo tassello. Sei tutto occhi e aspettativa, ti lisci un po’ la giacca per l’occasione e cominci ad essere un po’ agitato approssimandoti all’incrocio. Ma, ahimè, quella mattina il contratto è scaduto. Così, quando il tram svolta l’angolo, al posto del tuo ormai affezionato compagno di carta, ti ritrovi lì due operai, armati di colla e parati, pronti ad affiggere una nuova pubblicità: un nuovo slogan, una nuova vignetta, un nuovo testimonial. Qualcosa si intravvede ancora sotto; non la parte che interessava a te, ovviamente. Sospiri. Pazienza. E in cuor tuo sai che, anche stavolta, almeno uno dei parati non combacerà con gli altri due.

Antonietta Molinaro

racconti: Quei baffi

Quei baffi

Din. Din. Din. Luce rossa. Faticosamente la sbarra a strisce si abbassa. Sento la rabbia degli automobilisti che si accaniscono contro il caso che gli farà perdere tempo. Perdere tempo. Mi trovo in macchina, frequento le scuole medie, c’è mio padre alla guida che mi sta accompagnando a scuola, è tardi ed il passaggio a livello si è chiuso davanti ai nostri occhi. Io frequento le scuole medie, vivo quell’età in cui è labile la consapevolezza che ognuno ha di sé, si mescola liberamente con aspirazioni e sogni di altri; volevo diventare una pittrice, ora dipingo con le parole. Mio padre dipinge quadri, copia quadri di altri, sono appesi a tutte le pareti di casa e sin da piccola li osservo.  All’inizio non sapevo fossero copie, con il tempo l’ho scoperto ed ho amato uno solo di questi, un particolare solo. Il quadro ritrae un uomo barbuto che rivolge le spalle ad un paesaggio, si sposta dietro un muro, è buio, cerca di accendere la sua pipa, io adoro l’ombra che la pipa disegna sulla sua barba, sembra così sbagliata.

Siamo fermi, è tardi. Accade qualcosa, il tempo rallenta, il lamento degli automobilisti sospeso, sono in una bolla. C’è un uomo, un venditore di bolle di sapone, il suo volto è scuro come i suoi occhi, inespressivi, stanchi. È mio padre a farmelo  notare, guarda i suoi baffi, folti e neri, mi racconta che in quei baffi c’è la storia di quell’uomo, la sua virilità.

 Era un quadro e mio padre avrebbe voluto dipingerlo, lo fece con le parole e fui l’unica a vederlo. I nostri binari quel giorno si incrociarono. Non sono diventata una pittrice. Dipingo con le parole.

Din. Din. Din. La luce si spegne. Faticosamente la sbarra a strisce si alza. La bolla si rompe. Controluce ne conservo il riflesso, sulla mia vita. 

Roberta Angelica  Ruotolo

racconti: Attrazione

Attrazione

Mangiava una pralina dopo l’altra. Sguardo fisso nel vuoto con gesto lento e morbido. Portava il gustoso boccone alle labbra ad un tempo regolare e cadenzato.

Fermava la pralina sulle labbra e la sospingeva tra i denti e lì, alla punta della lingua, la scioglieva.

Sembrava che tutto il corpo gustasse quella bontà; ogni boccone era un momento di piacere assoluto.

Accanto a lei un uomo robusto, sprofondato nella poltrona che dava sul finestrino, leggeva una rivista.

La mano come un pendolo, si muoveva tra il pacchetto dalle scritte rosse e grandi,  contenente le praline a vari gusti di cioccolato, alla bocca.

Di fronte una coppia di donne; una ragazza con un computer portatile davanti a sé e la madre, una donna un po’pienotta ed elegante nei modi e nello sguardo. Aveva negli occhi un sorriso spontaneo, quasi a farsi gioco delle traversie della vita; in qualsiasi condizione.

I colori, nonostante la parentela, erano molto diversi. Rossa la ragazza,  dai toni scuri la donna. Gli occhi della figlia erano azzurri, quelli della madre color nocciola.

Il treno era pieno; vi si avvicendavano, quando non si sovrapponevano, suoni, parole, suonerie telefoniche, risate di bambini. I discorsi, che si sentivano erano i più disparati, famiglia, figli, lavoro e racconti di viaggi, brevi e lunghi. Così come le lingue usate, orientali, dell’Europa dell’est e americana.

A distanza di un paio di poltrone sedeva comodamente un uomo; anche lui utilizzava un personal computer; sembrava intento a scrivere. Col passar del tempo il suo sguardo fu attratto dalla donna che sembrava essere altrove nonostante la variegata umanità che la circondava.

Le osservava dondolare quel braccio in quel movimento ipnotico; sembrava un’oscillazione dovuta ad un moto perpetuo. Un moto incessante e intrinsecamente magnetico; irresistibile.  Come una malia.

Lo sguardo seguiva il moto: dalla mano, alla pralina, alle labbra.

Risalì, da queste, con lo sguardo sul volto assorto; in un tempo senza tempo.

Si allargò agli occhi seguendo la linea delle sopracciglia; non erano foltissime ma il tratto era deciso. Seguiva l’arcata sopraccigliare per poi allontanarsene improvvisamente. Creando, con quel moto repentino, una curva che era molto lontana dall’essere dolce. Eppure attraeva.

Lo sguardo sotto quel segno era più che intrigante, come l’essere che lo portava.

Con il  mento dolcemente pronunciato e l’incarnato che tendeva all’olivastro,  con un naso un po’allungato in punta e lievemente irregolare, ricordava un essere antico, o forse perenne.

I capelli color del legno lunghi e adagiati con morbidezza sulle spalle conferivano alla figura un che di totemico. 

Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Il vederla l’aveva fatto sprofondare negli abissi del tempo.

Non riusciva a recuperare la calma. Cercava di nascondersi dietro al suo note- book, ma poi ritornava a lei.

Scrisse qualcosa sul personal computer, lo lasciò intenzionalmente aperto. Con gesti lenti si alzò, si appoggiò ad ogni passo agli schienali delle poltrone che lo separavano da lei, come per non disperdere il coraggio.

La raggiunse, le si parò di fronte. Le prese la mano. A mezz’aria. Prima che la pralina completasse il tragitto verso quell’antro caldo  e umido..

L’attirò un po’a sé dolcemente, quel tanto che bastava per fare alzare in piedi la giovane e incontrarla occhi negli occhi.

Lo sguardo senza tempo lo fissava ad attendere per capire. Lei sembrava non avere fretta. Le pupille scure lasciavano filtrare la luce e riflettevano la vita palpitante che aveva colpito l’uomo.

Il giovane, sfiorando con tocco leggero le dita della  donna guidò quella mano, invertendo il moto del pendolo, verso le proprie labbra. La pralina color del latte scivolò oltre quella soglia del piacere.

Le mani si arrestarono, decise quelle di lui, arrendevoli quelle di lei.

Assaporò quella prelibatezza raccontandoglielo con lo sguardo dolce e saldo.

Fece scivolare quelle dita, ora libere, sul bordo delle labbra, carnose e  ben disegnate. Le fece apprezzare la lieve gibbosità del naso, e una per una, sentì la pressione delle dita prima su una palpebra poi su un’altra, come una delicata carezza.

La mano guidata, non si ritraeva.

Immobili, nel corridoio di un treno. Il mondo si era fermato e due esseri, un uomo ed una donna ne erano scesi.

Percorrevano una via diversa, una via di percezione dove la sensibilità più sottile aveva ragione di esistere; dove la legge era quella dell’attrazione inesplicabile di corpi e di esseri, dove il corpo era una parte del tutto; e dove corpo, mente, spirito erano tutt’uno.

Accondiscendente, la mano della donna accoglieva quella stretta gentile e decisa. Superò la fronte liscia e si tuffò nei capelli.

Distanziò le dita per penetrarvi al meglio,  e per affondarle nella massa di quei capelli neri, e senza fretta, superando la curva del cranio, cominciò a scendere, seguendo la gravità, fino alla nuca.

Ci fu una pausa. Le dita si intrecciarono quasi a fondersi. Si stringevano e si allentavano sulla nuca, e  piccoli brividi la percorsero.

Allentarono la stretta e seguirono il bordo delle spalle come a volervi penetrare; scivolando attraverso l’elegante giacca blu arrivarono alla camicia color del vino; si arrestarono all’altezza del petto.

Le mani  ancora strette tra loro sembrarono pulsare al ritmo del cuore; quasi respirandosi l’un l’altra, l’uomo e la donna, si avvicinarono, lei si appoggiò al cuore del giovane con tutto il suo corpo sinuoso e accogliente.

Lui con l’altra mano le cinse la vita e la strinse a sé.

La testa dell’uomo oltre la sua, lo sguardo verso un orizzonte invisibile.

Chiuse gli occhi mentre lei cedette nel suo abbraccio.

I corpi si separarono come calamite che si oppongono alla forza che le attrae naturalmente.

Sembrava impossibile che  potessero riuscire a distaccarsi.

Entrambi mano nella mano, uno di fronte all’altra, indugiarono, sguardo fisso nell’altro.

Le mani si sciolsero. Lentamente, come per attraversare un campo magnetico.

Lui si voltò  e raggiunse impettito, come a convincersi del gesto che stava compiendo, il corridoio.

Lì aprì la porta a spinta, e la chiuse dietro le spalle.

La giovane raccolse le proprie mani sul ventre e si sedette morbidamente nella poltrona dalle tinte azzurrine.

Con sguardo assorto oltre il corridoio prese una pralina dal pacchetto sul tavolino e la portò alle labbra.

Sul note-book su un tavolino poco distante scorreva la frase: È tempo che tutto accada.

 

Giuseppina Dell’Aria

racconti: Cullata

Cullata

Trntrn – trntrn – trntrn – trntrn

Questo ritmo incalzante ritornava a essere più forte nella mia mente, così pian piano ripresi conoscenza e staccai la tempia dal sudiciume del finestrino. In una stretta rassicurante, tenevo in grembo il mio piccolo Forster. Lui era lì, tranquillo e non si lamentava. Aveva molte cose da dire e da dirmi, ma rispettava il mio sonno in un silenzio sacrale. Era il mio compagno di viaggio e sapeva l’effetto che aveva su di me quella culla su rotaie. Potevo avere accanto ballerini nomadi, musicisti, grandi e navigati chiacchieroni, ma ogni volta avrei scelto di abbandonarmi a quello schermo spalancato sul mondo. E quando la pellicola fosse stata satura di immagini, avrei chiuso gli occhi e avrei salvavo il tutto, chiudendolo in uno scrigno: il mio personale tesoro, che forse un giorno un pirata dal cuore tenero avrebbe trovato. Riaprii il libro in corrispondenza del mio dito indice, ero ancora là, non riuscivo ad andare avanti: «La vita non ci dà mai quello che vogliamo nel momento che ci sembra giusto». Ancora una volta non andai oltre quel Gange di parole che scorreva su pagine ingiallite, inclinai nuovamente il capo e vidi che stavamo per entrare. Con delicatezza, come fosse la cosa più naturale del mondo, scivolavamo dentro quel buco nero pronto ad accoglierci. Buio … 

Trntrn – trntrn – trntrn – trntrn

Con la mia vita sospesa su quelle rotaie, sentivo e prendevo decisioni radicali che non sarei riuscita a mantenere quando avrei rimesso piede nella dimensione reale. Facevo scelte azzardate per il mio futuro, recidevo i rami secchi della mia vita, ma puntualmente li ritrovavo come catene strette ai polsi, una volta arrivata a destinazione. Sì, perché questo era uno dei miei problemi fondamentali. Non riuscivo a liberarmi di quelle persone che ponevano limiti alla mia esistenza… Mettendo nero su bianco, per la prima volta, avevo capito il senso. Inconsciamente, tenevo strette queste persone per vivere in uno stato di lotta perenne per la mia libertà. Non l’avevo mai considerata da questo punto di vista. Avrei dovuto ringraziare tutti gli aguzzini della mia anima, le regole del buon costume e della società, perché mi consentivano di mantenere il mio spirito sempre in viaggio. 

Mentre deragliavo dai binari della mia mente, vidi disegnarsi quel paesaggio così familiare. Lo ammirai incantata, così come l’amante osserva il profilo della sua donna distesa sotto il suo sguardo. La velocità decresceva pian piano, e io avvertivo il tempo come se si stesse dilatando e temevo di non abituare immediatamente il mio corpo al nuovo ritmo. Iniziò il sangue a defluire più lentamente, seguito dal battito del mio cuore. Poi le mie palpebre smisero di comportarsi come dei paparazzi impazziti. Era il momento di raccogliere tutte le mie cianfrusaglie, chiusi il libro che avevo tenuto stretto per tutto il tragitto, di cui avevo letto a malapena tre pagine. Aspettai che il mio vicino si alzasse e mi resi conto che non avevo ancora visto il suo volto. Non l’avevo degnato di uno sguardo, neanche quando mi aveva aiutata a tirar giù quella pesante e insensata valigia che mi trascinavo dietro. Sulla sommità di quella maledettissima scaletta che mi avrebbe ricondotto nella vita reale, allungai lo sguardo e sorrisi. Eccolo lì il mio pirata. 

Non aveva un occhio di vetro, solo iridi scure e lucide. Non c’era traccia della classica gamba di legno, al suo posto un ombrello a mo’ di sostegno per le sue stanche gambe. Non correva verso di me, ma mi osservava da lontano, protettivo. Era stata forte la tentazione inconfessata di raggiungermi ai confini del mondo col suo galeone, quell’imponente imbarcazione bianca che mi aveva salvato da tanti naufragi. 

Lui mi amava, e lo capivo perché mi lasciava libera di volare, e di impigliarmi nei rami secchi e di ferirmi, anche. Mi avvicinai, non dissi niente, ero stanca. Ma i nostri cuori comunicavano in un flusso ininterrotto, erano binari perfettamente congruenti. Tutto quello che riuscii a dire fu: «Papà, mangiamo una pizza stasera?». 

Rosanna Fontanarosa

racconti: Convogli

Convogli

Le lucette rosse che squillano l’arrivo del treno sono ben visibili sin dal fondo della piazza. Due occhi di un volto alieno, senza bocca, che urlano di correre più veloce. Occhi muti, eppure quale fracasso producono!

La piazza si rotola come un tappeto fino alle porte della stazione. Mi catapulto ai tornanti. Passo l’abbonamento. Le porte sono bloccate. Passetto indietro, passetto avanti. Si aprono. 

Il primo ballo delle mie giornate è concesso vederlo solo all’inserviente che lava le scale.

Mi sorride scuotendo il capo. Il treno è già partito.

– Scenda piano le scale. È scivoloso.

Come se ci fosse ancora ragione di correre!

La banchina è vuota, spopolata, surreale. Vado a sedermi sull’ultima panchina e chiudo gli occhi. Ancora qualche attimo di pace prima dell’inscatolamento in lattine sottovuoto. Quando mi costringo a riaprirli la stazione fantasma ha apparentemente ripreso vita. La stessa vita che possono avere i trapassati sulle rive dell’Acheronte nel supplicare di essere prima o poi traghettati verso una qualche destinazione.

Sono le 7,35. Tra le anime lunghe che, come arbusti, si tengono in piedi sulla sponda, fisso lo squarcio della galleria, quel buco nero che sputa ogni giorno una speranza. Ieri era una caverna scavata da un fulmine nella roccia, la tana di un drago. Quando il treno fremente è saltato fuori di lì sibilando, dalla bocca ha vomitato anime come fosse lava.

Ora sono le 8,14. La gente si è moltiplicata in modo esponenziale, come le cellule in un embrione, e la galleria non posso più vederla. Eppure gli occhi miei, insieme con gli altri mille, fissano quello stesso punto ideale, nell’attesa curiosa di sapere quale mostro spunterà.

8,21. La panchina vibra. Il Vesuvio, che trema solleticato ai piedi, annuncia l’arrivo del vermiciattolo prima della voce del capo stazione.

Oggi il treno è un bruco. Saturo, grasso. La pesantezza lo rende lento. Sferraglia stridulo a lungo prima di riuscire a fermarsi. Le porte si spalancano esauste, stremate dallo sforzo di trattenere tante bestie. Un muggito diffuso si espande tutto intorno. La stazione sospira all’unisono al pensiero di dimenticare, anche oggi, seppure per poco, la propria umanità.

Si fa coraggio. Dà la carica alla barriera di corpi che bloccano le entrate. La voce della saggezza grida con sguaiata eleganza:

– Entrate nei corridoi, che c’è spazio!

Ma un ringhio feroce la sovrasta, abbaiando improbabili leggi della fisica. Così i tori spingono più forte, pressando le mucche fino all’inverosimile. Quando le porte finalmente si chiudono e il bruco raglia, io sono già sardina.

Sono schiacciata nelle porte e confido nella loro bontà perché non mollino la presa in cammino. Il ragazzino con lo zaino azzurro al mio fianco ha incollato la fronte e le mani pallide e ossute al vetro. Starà spiando il mondo di fuori.

Gli occhi assonnati di pesci rossi, boccheggianti in pochi millimetri d’acqua, si disperano alla vista della prossima fermata. Altra sponda affollata di anime in attesa di collocazione.

– Entrate nel corridoio, strilla l’ultimo venuto.

– Ma nei corridoi non c’è più spazio!

L’osmosi mi trascina verso il centro. Sopra di me un’infinità di dita stringono la barra di ferro orizzontale. Non saprei a quali delle mani appartengono.

Alcune sono pallide, rese esangui dalla posizione e dallo sforzo, altre grosse, rosse, gonfie, alcune sporche, altre rose dal lavoro, altre ancora sono smaltate, o fedeli ai propri anelli, o nude, o spiegazzate dalla vecchiaia. Tutte sono sudate e stanche.

Di un treno da smantellare, io salverei queste sole aste di ferro.

Altra fermata. Chi prima aveva imprecato, ora impreca più forte; chi si era rassegnato, ora ha smesso anche di ascoltare.

L’anziano signore al mio fianco, traendo da riserve insospettabili un’ammirevole dose di energia, inizia uno sproloquio sul malfunzionamento della Circumvesuviana. La signorina di fronte a lui si volta dall’altra parte, probabilmente indispettita dal fatto che, parlando e sbracciandosi a quel modo, il vecchietto stia sottraendo un’abbondante quantità di spazio e ossigeno a tutti i vicini.

– Se ero giovane io, signorina, da mo che avevo iniziato la rivoluzione.

Altre fermate, altre stazioni, altri litigi.

– Entrate nel corridoio!

– Ma quale corridoio e corridoio?! Prendete il prossimo!

– Il prossimo non c’è! – Dobbiamo andare a lavorare tutti quanti!

Avessi sentito mai la mattina di un disoccupato che prende il treno…

Prima di entrare alla Stazione Centrale sono di nuovo schiacciata nelle porte. Il ragazzino con lo zainetto azzurro è ancora incollato con la faccia al vetro. La brusca frenata gli fa perdere appena l’equilibro. Riesco a guardarlo in volto: ha gli occhi chiusi. Starà spiando il mondo che vorrebbe.

Il treno si ferma. 

C’è un momento, solo nella stazione di piazza Garibaldi e in nessun’altra, che dura poche frazioni di secondo. Sono quegli attimi che intercorrono dall’istante in cui si ferma il convoglio a quello in cui le porte si aprono. È un istante interminabilmente lungo. Centinaia e centinaia di persone trattengono il respiro. Ognuno, dopo aver galleggiato sospeso nel nulla, fissa rapidamente nella propria mente la vita che sta per tornare a vivere. Ci si prepara a riprendere il proprio posto nel mondo. I cuori sono pronti a tornare a battere al ritmo degli orologi. 

Il treno va in apnea. 

Poi le porte cedono. La moltitudine si riversa a fiotti, fiumi di lava ribollenti, schiuma del mare che si coagula nell’onda per poi riversarsi come olio sulle spiagge strette di Napoli. La folla si muove in blocco, tutta nella stessa direzione e tu ne sei trascinato. Poi fuori si disperde. Fuori dalla stazione, il treno, quella strettoia che addensa corpi e convoglia anime, diventa tante vite.

Stasera prenderò un altro treno e sarà diverso. Non troverò più una massa indistinta, incattivita dall’istinto di sopravvivenza. Stasera prenderò il treno e con me ci saranno persone, un’infinità di persone. Ognuna con la propria storia nascosta dietro i denti, ognuna con la propria giornata caricata sulle spalle e le proprie scelte strette in mano. Le scelte, solo le scelte rendono diversa un’umanità che nasce tutta uguale. Ci svegliamo al mattino tutti allo stesso modo e alla sera siamo il surrogato della giornata, così come l’abbiamo vissuta. Solamente il treno ti mette a nudo questa verità, ti isola le due maniere dell’uomo di essere massa e individuo. 

Le voci che senti nel treno della sera non sono voci di popolo, sono espressione del singolo: telefonate, racconti, conversazioni, resoconti, esami di coscienza. Le mani non si aggrappano più alle umide e attaccaticce aste di ferro: stringono borse, libri, giornali, ombrelli, valigie, chiavi, cappelli, stringono altre mani; non sono più anonime, un mucchio indefinito di dita, ma dicono tante piccole cose. E il silenzio non è quello apatico e sonnecchiante del mattino, il silenzio è ricco di storie taciute. Nelle labbra serrate di una signora ci vedi incagliati i nomi dei suoi figli, e negli occhi delusi di una ragazzina incastrate le ultime lacrime. Qualcuno, rapito, resta chino sulle parole di un libro, qualcun altro pensa alla cena da preparare, al lavoro da finire, al figlio da riabbracciare, al marito con cui litigare. Altri restano con gli occhi fissi sul finestrino e non li staccano un secondo, neanche nelle gallerie, sotto i ponti, nelle squallide zone di periferia, nelle aree industriali, mai. Perché quando è sera e fissi il finestrino, hai il privilegio, che non puoi avere di giorno, di spiare insieme il mondo di fuori e, riflesso, quello di dentro. E nulla è più bello che vedere se stessi sferragliare per il mondo, inscatolati in una lattina, ultima scialuppa che può salvarci dalla schiavitù del tempo. 

La folla mi strattona. Lì, ferma a fissare la vita ancora informe, sono fuori luogo. Torno a lasciarmi trascinare, corro anch’io, io pure spingo. Alienata da questa eterna e sempre ingiustificata fretta che ci grida di andare più veloce, sempre più veloce, ci rende tutti ritardatari, fuori tempo, e infine non ci porta da nessuna parte. 

Ma c’è quel treno, alla sera. Quel treno, in ritardo anche lui, sempre in ritardo. In ritardo perché mi aspetta, in ritardo perché non vuole lasciarsi indietro nessuno. Quel treno, quella placenta buona, madre di oblio, immobilità sempre in cammino. 

CHIARA POLESE

racconti: CON GLI OCCHI CHIUSI

CON GLI OCCHI CHIUSI

-Dove è andato Vincenzo?-

-Oggi ha deciso di prendere un treno-

-Sì? E dove vuole andare?-

-Vuole fare un viaggio.-

Aveva deciso di partire. Per la prima volta aveva deciso qualcosa, aveva sempre rinunciato alle decisioni; erano le campane a decidere per lui, con sei rintocchi ci si sveglia, sei rintocchi e mezzo ci si incammina verso la campagna, dodici rintocchi si mangia seduto sotto la pianta della noce, altri sei rintocchi di nuovo a piedi verso casa. Decidevano per lui il parroco e il santo patrono. Di domenica i rintocchi festosi lo richiamavano a messa, nei giorni di festa lo accompagnavano durante la processione. Quella mattina però aveva deciso lui, senza campane né rintocchi. Da giovane i suoi amici gli avevano proposto un viaggio in treno, il quindici agosto, fino a Roma e gli avevano raccontato che avrebbero potuto anche vedere il mare perché i binari affiancavano la costa. Ma poi non era partito più.

Non aveva nessuna valigia con sé , camminava dritto verso la stazione. La notizia dell’apertura di una nuova stazione a qualche chilometro dal suo paese lo aveva sconvolto a tal punto che aveva deciso di andare a vedere per la prima volta il treno e il mare. Non riusciva proprio a immaginarli. Si chiedeva incessantemente come si guidava un treno e parlottando tra sé diceva: -Non avrà sicuramente un volante perché va sempre dritto sulle rotaie. –

Ad un tratto si arrestò di colpo e vide una sbarra di legno orizzontale che tagliava la strada e al di là dei binari arrugginiti. Si intimorì :- Non posso passare, forse oggi non partono i treni-. 

Vincenzo non sapeva se era possibile oltrepassarla o ritornare indietro. 

Non voleva certo tornare a casa perché sapeva che quando si decide qualcosa bisognava farla. Scansò la barra, calpestò i binari, si fermò, li guardò attentamente, posizionò il piede destro parallelamente a un binario, puntò lo sguardo oltre la punta del piede e si accorse che la linea continuava e proseguiva molto lontano. Alzò lo sguardo, la seguì con occhi, ma il binario sembrava restringersi . Decise di camminare lungo i binari, pensava che gli operai avessero sbagliato a montarli, ma dopo qualche metro allineò il piede destro al binario e si scoprì che la distanza era la stessa tra la linea destra e quella sinistra, allora guardo alle sue spalle e si sorprese di trovare i binari di nuovo ristretti. Ritornò vicino la sbarra orizzontale ma i binari sembrano di nuovo essere perfettamente distanti. Si convisse allora che nei binari c’era un meccanismo capace di aprirsi al passaggio dei treni e delle persone, e di restringersi alle loro spalle. 

Ormai non voleva più perdere tempo  e scoperta questa storia strana sui binario continuò a camminare. 

La stazione era piccolina, ma tutto gli sembrava perfetto, c’erano delle panchine allineate, dei garofali all’ingresso, degli uomini con i cappelli e delle donne annoiate.

Salvatore, il parroco, dopo la funzione della domenica gli  aveva detto che il biglietto per Roma era aumentato di venti lire e che essendo un viaggio di lavoro, la prossima volta avrebbe richiesto il rimborso alla diocesi. Vincenzo aveva preso tutti i soldi di carta che erano nel cassetto quella mattina e ancora con lo sguardo perso e incantato si avvicinò alla biglietteria, chiedendo un biglietto per Roma. Posò tutti i soldi che aveva sulla mensola davanti al bigliettaio ma questi cominciò a ridere. I soldi non bastavano.

Vincenzo, ormai aveva deciso, sul treno voleva salire e volare salutare il mare, allora chiese un biglietto per il mare e ne ottenne uno per Formia. Il treno era pronto per la partenza. Era agitato aveva paura di inciampare sulle scale della carrozza. Aspettò che prima salissero gli altri passeggeri e poi con molta cautela, poggiando prima il piede destro, salì il primo scalino. Non sapeva proprio dove sedersi, l’importante era scegliere un posto da cui si poteva vedere il mare. C’erano molti posti vuoti. Si fermo, ci penso bene e scelse il lato sinistro, si accomodò e immobile cominciò a fissare l’esterno. Vedeva, riflessi nel vetro, i passeggeri seduti sul lato destro che salutano le persone fuori dal treno.

Puntava dritto lo sguardo all’esterno che quasi non sentiva niente. Piano piano le cose fuori dal treno si muovevano. Si affannava a vedere tutto. Restò ancorato al suo posto con gli occhi che oscillavano da sinistra a destra, come una penna sul foglio, voleva davvero registrare tutto, non perdere il segno. Forse dopo tutte quelle distese di verde, gli alberi , le gallerie, il fiume, i paesi in lontananza sarebbe arrivato il mare…

Il rintocco delle campane lo sorprese. Vincenzo non capiva, non potevano esserci delle campane nel treno. Aprì gli occhi, balzò dal letto. Si era addormentando dopo aver preso la sua decisione. 

Non c’era tempo da perdere , doveva incamminarsi davvero verso il treno, se voleva farsi riempire gli occhi dall’acqua del mare.

Gerarda Pinto

racconti: Immobilità del tempo

Immobilità del tempo

Strascichi di immagini, venute già andate via. Cose che si dilatano, si distendono, qui, davanti agli occhi di chi è seduto. Eppure è lì, dall’altro lato che si affollano. Distanti da me un passo, lontani il solco della mia immobilità
Sono lí. Non io, loro. Le cose ormai senza forma, intendo. Io non so dove mi trovo: se nei canali intestinali della mia città e sto dunque per essere espulso in chissà quale fogna sopra-terra; se semplicemente in metro di ritorno a casa, se nel respiro distratto e pesante del signore seduto da qualche parte in questa giostra noiosa. Non so dove sono. In più mi muovo; involontariamente, però. E senza andare da nessuna parte, sia chiaro. 
Queste rotaie che bestemmiano contro i defunti del fabbro che le ha battute, sono un’illusione, non un direzione: non si sapeva dove andare e ci si è lasciati trascinare, sperando. Niente di che, è chiaro, ma almeno, se non una meta, una strada. Giusto per convincersi almeno, soltanto, di non essersi persi.

Forse non mi trovo da qualche parte.

Piuttosto sono io stesso qualche parte. Un arto, un’asta ritta che tiene insieme il sotto e il sopra. Il sostegno di qualche vecchia cui un giovane screanzato, -mi sembra sia io- ha negato il posto. 
Aspettate, fermi tutti -tranne il treno, logicamente-. 
Quel finestrino. Quel vetro lì, si. Potrei essere lui. Intanto la galleria continua a vomitare se stessa sulle pareti. Ma dicevamo di quel vetro, di me… giusto. 

Quel vetro.
Una membrana ingannevole tra dentro e fuori. Potrei essere lui. Pensandoci in fondo, potrei addirittura non esserci affatto; chissà.
Il procedere delle cose, melmoso e aderente allo sguardo di chi si è perso altrove, nel vuoto, segue. I binari, forse.
Lo fa, dietro quel vetro che soltanto, mi illude. Di essere me, o peggio, di essere all’interno. Dentro. Si, dentro qualsiasi cosa, non necessariamente il vagone; la vita ad esempio, il tempo, forse. Chi lo sa? Chi può dirlo?

Ancora residui di cose, che, scomposti,

mi si accalcano alla soglia degli occhi. Ostinati costellano questo scenario che non può esistere. Da nessuna parte, men che in un posto come questo, un posto che lascia il tempo che trova: pochi istanti di luce che si spengono nel buio, al passaggio di un treno. 
A proposito di lui, comincia ad ansimare questo viscido animale, strisciante sul dorso, che mi porta nel ventre maleodorante per queste carcasse putride sedute accanto a me.

Si dice, le stia portando a casa. Ciascuno alla propria. Ognuno con la risposta pronta “Alla prossima!”

Fermata, intendono. Ma quindi il treno si fermerà; da che ricordi dovrei scendere non appena lo farà. Scenderò

A questo punto, mi pare di capire che non sono né fuori né dentro questo qualcosa che mi incede sotto le scarpe. Gli sono sopra
Quindi scenderò. 
Sono fermo, stavolta insieme alla bestia.
Le cose, ora, sono diverse da come le ho lasciate poco fa; sono arrivato alla stazione successiva, a quella precedente alla prossima; ma almeno qui le cose sono di nuovo, come ho detto, ferme. Il che, però, non so se mi rassicura o mi terrorizza. 

Si sono di nuovo raccolte su se stesse, le cose. Ed io le osservo ricomporsi, come una donna che, pretenziosa, tenta di restituirsi la dignità aggiustandosi la gonna stropicciata.
Ora l’animale sospira e dilata le narici: le porte si sono aperte. Esco, scendo, quel che è, ma mi fermo. Gli sto dando le spalle mentre ispirando con violenza, la bestia dietro di me ottura le sue cavità. Una voce sorda di donna, monotona e neutrale, annuncia: “La porta si chiude”.
Di sobbalzo mi volto e vedo la bestia andare. La vedo per ciò che è, ora: un treno che se ci penso è in ritardo. Sta andando. Oltre. Non solo oltre la mia sagoma, ma oltre il tempo che qualcuno ha scaricato qui, dimenticato in quest’insolita stazione; un tempo esule degli istanti di luce buia della galleria in fondo al tunnel. Preoccupato, mi chiede di loro, degli istanti. Gli rispondo che non ho monete e non so che ora sia. 

Se ci penso ho appena detto al tempo che non ho l’orologio.

Chissà come l’avrà presa.

Comunque sia, ora le cose che sfilano convulsamente davanti a me, sempre al di là di quella vitrea membrana, sono volti. Vite. Storie che ignoro e continuerò ad ignorare anche quando più tardi, ritornato dove devo, penserò solo che qualche idiota tra loro mi ha pestato il piede. Il destro per la precisione. 
I loro sguardi incrociano i miei, ma come a tutti gli incroci ognuno va avanti, dritto. Per la strada delle sue rotaie
Un momento. Lo scorrere sempre più veloce di quelle centinaia di facce riesce, nell’attimo prima di scomparire, ad assemblarmi negli occhi un solo volto dai contorni ombrati. Non è di uomo, né di donna; non ha nome. 
È il volto di Nessuno, una di quelle cose sconvolgenti, che non si dimenticano nemmeno volendo. Lo vedrò d’ora in avanti ogni giorno nello specchio del mio bagno, quando l’alba ancora si strofina gli occhi dal sonno. 
Quel volto sarà per sempre un riflesso familiare ed estraneo. Sarà il mio.
Della metro si ascoltano solo i vagiti e conati in lontananza.
Io, completo la piroetta e faccio per avviarmi quando un uomo, correndo, mi sfiora.
Con uno sbuffo, constata, prima ancora di averlo fatto del tutto, di aver perso la corsa, il treno, poi  l’attimo, la vita. Di nuovo, il tempo.
Lo guardo e penso: “Bisogna sapersi fare i propri conti. Non mi dispiace, ora avrai tempo per pensarci”. Ancora lui, il tempo. In questa trincea dell’esistenza ce n’è davvero in abbondanza.

Saluto il tizio dandogli le spalle.
Ecco le scale e poi il mondo di fuori, di sopra, anzi visto che sono sceso “il mondo di giù”. Il che può avere una sua coerenza, una logica storpia, diciamo. In fondo, mi domando “non siamo tutti sotto il cielo»?

Gionathan Viapiana

racconti: Treni senza metafore

Treni senza metafore

Eccola lì. Questa è già la seconda che mi segue col telefono. Crede di star camuffando bene la cosa, ma si vede benissimo che l’oggetto del suo interesse sono io.

Un’altra ragazzina del corso, non si è accorta che anch’ io frequento quel gruppo di stralunati, mi vede così strambo a leggere uno dei miei libri tristi, e pensa davvero che io possa essere un argomento interessante per le sue riprese metropolitane. 

“Tutto può essere qualcosa di bello, se è degno della vostra attenzione! Qualsiasi sciocchezza, se la riprendete, se la bloccate sullo schermo, può diventare un’opera d’arte”. Così suona di continuo l’insegnamento della prof, ovviamente tutto parafrasato e MOLTO sintetizzato dal sottoscritto.

Ancora lì, che riprende la realtà, che si illude oggi di aver rubato alla grande madre che chiamiamo Reale un piccolo ma significativo figlio. Ritorno immediatamente sulla frase precedente, e mi accorgo che l’ossessione metaforizzante ha contagiato anche me, una terribile, a tratti adorabile, estenuante moda barocchista imperversa nel mondo dei giovani e promettenti scrittori. Un’epidemia. Ed è anche tutto così ingenuo, ricchezza e fantasia nell’esposizione, vero desiderio di abbellire il mondo, e non retorica interessata a colpire il lettore. Gorgia non sarebbe affatto fiero di loro. 

Certo, “grande madre che chiamiamo Reale” suona molto meglio del semplice “realtà”; e di sicuro “piccolo figlio del Reale, che si immette nel vorticoso fiume metallico del divenire alla ricerca della profonda essenza della vita” è preferibile a “un piccolo squallido borghese che prende un grigio squallido treno alla ricerca delle azioni ripetitive di una squallida giornata normale”. Sì, d’accordo, è cacofonica, ma questa è la realtà. Io non significo niente, e così come qualsiasi altro oggetto è inutile riprendermi. Un treno è un treno, e resta un treno. Non si trasforma in un drago, un bruco, il vortice del divenire o qualche altra favola. “Sei un gretto realista, non riesci a vedere le cose con gli occhi della tua interiorità!” gridano gli stralunati, e che la realtà è orribile così come è per me. Beh, mi dispiace, ma è quello che ho sempre rimproverato a Leopardi, e sto parlando di Leopardi. Immaginare e trasfigurare le cose, renderle “vaghe e indefinite” solo grazie alla parola, per sfuggire all’”arido vero”.È tutta illusione, io lo so, e lo sapeva bene anche lui. Un treno. Cosa è un treno? Un treno non è nulla in sé, è solo un mezzo; e in letteratura? Un pretesto. Prendi Pirandello: il treno è il mezzo attraverso il quale la novella può realizzarsi, il punto di svolta, il passaggio tra la forma e l’irruzione della vita, e come rapporto tra due eventi non esiste in sé, da solo. Ebbene, per me il treno non può esistere, perché non vedo alcuna vita al di là del treno, non mi assale alcuna irruzione quando il mostro di ferro ruggisce sferragliando (è inutile resistere, ormai il Barocco è in me). Mi porta solo da una noia all’altra, da un niente all’altro. Un rapporto tra due cose che non esistono, viene necessariamente meno; il treno è come il presente, lo viviamo, ci muoviamo dentro di esso, eppure non esiste.

Ciò che esiste, cara ragazza-cameraman,  è tutto fuori del treno, quando i vagoni sono in movimento. Ma devi guardare ora…ora! Adesso…ora! oppure te lo perdi. Quel magma indistinto che vedi là fuori, che puoi anche filmare con le più sofisticate tecnologie più superlative e futuristiche, ma non riuscirai mai a bloccare, a dargli forma e significato. Tu sei lì a perdere tempo filmando ciò che è già filmato, bloccando ciò che è già bloccato, questo confuso fluire che è la vita imprigionato nella mia coscienza, la mia maledizione, che tende sempre a essere qualcuno, e cambia ogni giorno anelando sempre alla immobilità, alla forma. 

Ti prego, non pensare più a me o al treno, guarda fuori.

Voltati.

Giancarlo Riccio

racconti: Ricordi ferrati

Ricordi ferrati

La prima cosa sono i ricordi.
La galleria fino a Vico Equense, la luce, il buio e i neon arancioni. Quella città che resta immobile sotto e non fa più caso all’ammasso di fili che si muove sulla sua testa.
Cinque minuti di galleria e saremo in un’altra stazione, un netto cambio di scenario. Dal finestrino sono spariti i bambini nelle piscine gonfiabili, le giostre improvvisate, le mamma vigili sui bordi delle strada e dei miei occhi. Arriverà il tiepido contegno della Penisola Sorrentina; signore vestite bene, silenziose cariatidi con gli occhi quasi sempre chiari. Paesaggi dei primi anni di scuola.

Non ricordo quasi nulla dei treni di Parigi. Ricordo l’odore delle metro di Berlino; quel viaggio pieno di colori accesi e vecchi, veloce, senza nemmeno il tempo di pensare, senza nemmeno il tempo di ricordare.
Qualche anno dopo appare il treno per Bratislava e tutta campagna intorno. Alzai gli occhi e c’era una pioggia forte e sconosciuta che mi faceva venire voglia di perdere tutti gli altri treni.

Un passo avanti.

Stazione di Via Nocera: un cane, Napoleone, sempre attento ai viaggiatori e una foto che gli scattai pensando a De Andrè: potevo chiedere come si chiama il vostro cane, il mio è un po’ di tempo che si chiama libero. Quella foto di quel cane che non so più dove sia, ha la fissità di una statua gigantesca. La stessa fissità di mio padre fermo, immobile, nel letto che non mi riconosce più. Un treno bloccato in stazione, un guasto a qualche cavo; non resta che portarlo in deposito.
La morte, i binari morti di molte stazioni. Anni di immobilità anche se quei treni, seppure in ritardo, li vedevo passare, ma io non c’ero mai. Metropolitane sporche, ci piove dentro e le stazioni che vomitano rumori, tentare un’altra strada, una strada con il mare, una strada piena di azzurro, lenta. Ma io non ho spazio per tutta quell’acqua, e così inizia a piovere anche dentro di me; mai più le Ferrovie dello Stato.

Due passi avanti.

Il tram. Poggioreale, la mattina chiara per arrivare al lavoro e quella ragazza che piange per qualcuno chiuso fuori dalla città, in quel castello di errori che corre, corre, corre, dietro i finestrini del tram. Che a lui non gli importa degli avvocati che fremono, e nemmeno della ragazza che piange. Scende e attraversa a testa bassa e il peso delle colpe all’ingresso del castello degli errori. Lo sa che io ho perduto tre figli, signora lei è una donna piuttosto distratta.

Tre passi avanti.

Autostrade annoiate, un abbonamento stampato su un cartellino rosa ed una porta aperta davanti il cancello di casa. E poi di nuovo, tutto si ferma: “tua mamma ha smesso di soffrire, finalmente”. Dicono loro. E a me non resta che andare. Treni, autobus, metropolitane sempre più caldi e sempre più pieni. Nuove facce, che mi permettono un’indigestione di vite non mie, che rimuovono quel chiasso misterioso che solo l’assenza sa generare. Ascoltare le chiamate, preoccuparsi di tutti i figli al doposcuola, di tutti i fidanzati che non rispondono, di tutti gli amici che non hanno ancora organizzato per la sera. Ho una voglia terribile di inseguirli ovunque, di vedere dove finiscono i fili invisibili delle loro chiamate, di vedere le loro case e le loro storie prendere vita.
Uno sprazzo di luce… potevo attraversare litri e litri di corallo per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci. Un’altra storia presa al volo di una fidanzata troppo stanca per uscire. Immagino la casa, pochi oggetti e un tavolo piccolo, del cibo stanco come la fidanzata e la televisione di sottofondo che fa rumore “poi domani facciamo quello che vuoi tu, però stasera veramente non me la sentivo”.
Immagino l’amica al telefono della signora con i capelli rossi, che ha dato via tutto, i soldi, la dignità, la casa delle vacanze ad un uomo che non si meritava nulla. Ma ora è giunto il momento di aiutare anche lei, ci vuole un bonifico e qualcuno che la tiri fuori da quella situazione. Allora guardo la signora con i capelli rossi e vorrei dirle che forse è il caso che andiamo a prendere la sua amica, e che la riportiamo a Castellammare, starà meglio insieme a lei che lì, in quel posto lontano che però non ho capito dov’è.

Ma la porta dell’autobus si apre di fronte il cancello di casa. Ho tempo solo per i ricordi.

Anna Giordano