racconti: CON GLI OCCHI CHIUSI

CON GLI OCCHI CHIUSI

-Dove è andato Vincenzo?-

-Oggi ha deciso di prendere un treno-

-Sì? E dove vuole andare?-

-Vuole fare un viaggio.-

Aveva deciso di partire. Per la prima volta aveva deciso qualcosa, aveva sempre rinunciato alle decisioni; erano le campane a decidere per lui, con sei rintocchi ci si sveglia, sei rintocchi e mezzo ci si incammina verso la campagna, dodici rintocchi si mangia seduto sotto la pianta della noce, altri sei rintocchi di nuovo a piedi verso casa. Decidevano per lui il parroco e il santo patrono. Di domenica i rintocchi festosi lo richiamavano a messa, nei giorni di festa lo accompagnavano durante la processione. Quella mattina però aveva deciso lui, senza campane né rintocchi. Da giovane i suoi amici gli avevano proposto un viaggio in treno, il quindici agosto, fino a Roma e gli avevano raccontato che avrebbero potuto anche vedere il mare perché i binari affiancavano la costa. Ma poi non era partito più.

Non aveva nessuna valigia con sé , camminava dritto verso la stazione. La notizia dell’apertura di una nuova stazione a qualche chilometro dal suo paese lo aveva sconvolto a tal punto che aveva deciso di andare a vedere per la prima volta il treno e il mare. Non riusciva proprio a immaginarli. Si chiedeva incessantemente come si guidava un treno e parlottando tra sé diceva: -Non avrà sicuramente un volante perché va sempre dritto sulle rotaie. –

Ad un tratto si arrestò di colpo e vide una sbarra di legno orizzontale che tagliava la strada e al di là dei binari arrugginiti. Si intimorì :- Non posso passare, forse oggi non partono i treni-. 

Vincenzo non sapeva se era possibile oltrepassarla o ritornare indietro. 

Non voleva certo tornare a casa perché sapeva che quando si decide qualcosa bisognava farla. Scansò la barra, calpestò i binari, si fermò, li guardò attentamente, posizionò il piede destro parallelamente a un binario, puntò lo sguardo oltre la punta del piede e si accorse che la linea continuava e proseguiva molto lontano. Alzò lo sguardo, la seguì con occhi, ma il binario sembrava restringersi . Decise di camminare lungo i binari, pensava che gli operai avessero sbagliato a montarli, ma dopo qualche metro allineò il piede destro al binario e si scoprì che la distanza era la stessa tra la linea destra e quella sinistra, allora guardo alle sue spalle e si sorprese di trovare i binari di nuovo ristretti. Ritornò vicino la sbarra orizzontale ma i binari sembrano di nuovo essere perfettamente distanti. Si convisse allora che nei binari c’era un meccanismo capace di aprirsi al passaggio dei treni e delle persone, e di restringersi alle loro spalle. 

Ormai non voleva più perdere tempo  e scoperta questa storia strana sui binario continuò a camminare. 

La stazione era piccolina, ma tutto gli sembrava perfetto, c’erano delle panchine allineate, dei garofali all’ingresso, degli uomini con i cappelli e delle donne annoiate.

Salvatore, il parroco, dopo la funzione della domenica gli  aveva detto che il biglietto per Roma era aumentato di venti lire e che essendo un viaggio di lavoro, la prossima volta avrebbe richiesto il rimborso alla diocesi. Vincenzo aveva preso tutti i soldi di carta che erano nel cassetto quella mattina e ancora con lo sguardo perso e incantato si avvicinò alla biglietteria, chiedendo un biglietto per Roma. Posò tutti i soldi che aveva sulla mensola davanti al bigliettaio ma questi cominciò a ridere. I soldi non bastavano.

Vincenzo, ormai aveva deciso, sul treno voleva salire e volare salutare il mare, allora chiese un biglietto per il mare e ne ottenne uno per Formia. Il treno era pronto per la partenza. Era agitato aveva paura di inciampare sulle scale della carrozza. Aspettò che prima salissero gli altri passeggeri e poi con molta cautela, poggiando prima il piede destro, salì il primo scalino. Non sapeva proprio dove sedersi, l’importante era scegliere un posto da cui si poteva vedere il mare. C’erano molti posti vuoti. Si fermo, ci penso bene e scelse il lato sinistro, si accomodò e immobile cominciò a fissare l’esterno. Vedeva, riflessi nel vetro, i passeggeri seduti sul lato destro che salutano le persone fuori dal treno.

Puntava dritto lo sguardo all’esterno che quasi non sentiva niente. Piano piano le cose fuori dal treno si muovevano. Si affannava a vedere tutto. Restò ancorato al suo posto con gli occhi che oscillavano da sinistra a destra, come una penna sul foglio, voleva davvero registrare tutto, non perdere il segno. Forse dopo tutte quelle distese di verde, gli alberi , le gallerie, il fiume, i paesi in lontananza sarebbe arrivato il mare…

Il rintocco delle campane lo sorprese. Vincenzo non capiva, non potevano esserci delle campane nel treno. Aprì gli occhi, balzò dal letto. Si era addormentando dopo aver preso la sua decisione. 

Non c’era tempo da perdere , doveva incamminarsi davvero verso il treno, se voleva farsi riempire gli occhi dall’acqua del mare.

Gerarda Pinto

racconto: Montesanto di fantasmi

Montesanto di fantasmi

Oggi sto col culo al ferro ghiacciato del sedile, faccio tutto da seduta, salti immensi, giri, sbuffi, sto strappando vita al tempo.

Spingo un poco quattro storie in mezzo a un libro tutto umano, tragedie ordinarie di un pezzo d’America carveriano, fanno luce dal didentro, vedo bene, come musica, metto a fuoco con l’orecchio.

Mi pare che vedere è un bel verbo. Vediamo di fare, vediamo di dire. Non è come cercare, che è concreto e fa fatica, posso farlo da seduta.

Sta partendo un altro treno. A Montesanto di fantasmi è pieno di monnezza e fa tutto umano. Si aprono le porte a strati, le suole fanno stack sulla plastica semisciolta, mi butto nella calca e ci riversano nella scatola.

Parte. Tuona tutto e poi è stridio frenetico di cinghie impazzite che gridano per fermare i binari.

Aderenze. Sporge dell’ossigeno dal finestrino ed io non avevo idea che si vivesse attaccati, forza di gravità permettendo, ad altro che non fosse il suolo. Stanno tutti in piedi pigiati, chi è seduto sparisce che non è mai esistito.

Col braccio alto come un naufrago in mezzo al mare, sto fra meduse caustiche piene d’indignazione, schiumano se solo le sfioro.

Virginia mi sussurra all’orecchio: «Io non amo il prossimo. Li detesto tutti. Li rasento appena. Lascio che si rompano su di me come gocce di pioggia sporca» – ma per me anche l’aria è come colla e ci sto appiccicata a tutta questa folla senza orme, che non mi conosce, al treno freddo e stridente, al pavimento di gomma che accoglie ogni cosa, come una madre orfana.

Stack stack stack. Sto cercando di tornare a casa.

Martina Salvai