poesia: RETROSCENA DI UNA VITA DI SGUARDI

RETROSCENA DI UNA VITA DI SGUARDI

Addossata al vetro
del treno in corsa,
in alcuni giorni 
il mio respiro 

era l’unico movimento 
di un corpo immobilizzato.
Il cuore risuonava cavo

sotto i colpi di 

battiti atrofizzati, 
nemmeno lo sguardo
traeva dal di fuori
un punto d’appoggio.

La mente faceva presa

su qualche dettaglio,

distrattamente. 

Nel vuoto intorno al mio viso
i capelli 
sfilavano al vento 
in fili separati,
qualcuno più ardito
oltrepassava al galoppo 
l’orizzonte del mio occhio:
un mare di rame si dava al mio sguardo

assente,

che non voleva vedere.
Era luce abbagliante.
In quei viaggi
al cielo porgevo più volte 
bocca, naso e ciglia;
le mani alle ginocchia,
in basso,
a sondar coi piedi 
la profondità della terra.

Radici.
Compresi la mendicità del mio corpo,
più ancora l’infecondità del mio animo,
inerme, sfibrato, 

ancorato al passato.

Ricordo i lembi dorati
del diario 
in cui era scritta
la prima parte della mia vita,
allora non immaginavo quel che sarebbe stato poi. 
Il perimetro di quella mia vita 
era abbagliante.

Dopo il tempo 

scorso sui nostri capi, 

che di rughe e precipizi 

ha solcato palme e dorsi di mani,

oggi,

in alcune tratte, 

i miei occhi sembrano ancor somigliare 

ai vetri opachi di un treno sgangherato.

A volte 

ancora visioni di aloni e 

di fumose presenze

intorno e al mio fianco.

ANNA PARTUCCI

racconto: Montesanto di fantasmi

Montesanto di fantasmi

Oggi sto col culo al ferro ghiacciato del sedile, faccio tutto da seduta, salti immensi, giri, sbuffi, sto strappando vita al tempo.

Spingo un poco quattro storie in mezzo a un libro tutto umano, tragedie ordinarie di un pezzo d’America carveriano, fanno luce dal didentro, vedo bene, come musica, metto a fuoco con l’orecchio.

Mi pare che vedere è un bel verbo. Vediamo di fare, vediamo di dire. Non è come cercare, che è concreto e fa fatica, posso farlo da seduta.

Sta partendo un altro treno. A Montesanto di fantasmi è pieno di monnezza e fa tutto umano. Si aprono le porte a strati, le suole fanno stack sulla plastica semisciolta, mi butto nella calca e ci riversano nella scatola.

Parte. Tuona tutto e poi è stridio frenetico di cinghie impazzite che gridano per fermare i binari.

Aderenze. Sporge dell’ossigeno dal finestrino ed io non avevo idea che si vivesse attaccati, forza di gravità permettendo, ad altro che non fosse il suolo. Stanno tutti in piedi pigiati, chi è seduto sparisce che non è mai esistito.

Col braccio alto come un naufrago in mezzo al mare, sto fra meduse caustiche piene d’indignazione, schiumano se solo le sfioro.

Virginia mi sussurra all’orecchio: «Io non amo il prossimo. Li detesto tutti. Li rasento appena. Lascio che si rompano su di me come gocce di pioggia sporca» – ma per me anche l’aria è come colla e ci sto appiccicata a tutta questa folla senza orme, che non mi conosce, al treno freddo e stridente, al pavimento di gomma che accoglie ogni cosa, come una madre orfana.

Stack stack stack. Sto cercando di tornare a casa.

Martina Salvai

racconti: Immobilità del tempo

Immobilità del tempo

Strascichi di immagini, venute già andate via. Cose che si dilatano, si distendono, qui, davanti agli occhi di chi è seduto. Eppure è lì, dall’altro lato che si affollano. Distanti da me un passo, lontani il solco della mia immobilità
Sono lí. Non io, loro. Le cose ormai senza forma, intendo. Io non so dove mi trovo: se nei canali intestinali della mia città e sto dunque per essere espulso in chissà quale fogna sopra-terra; se semplicemente in metro di ritorno a casa, se nel respiro distratto e pesante del signore seduto da qualche parte in questa giostra noiosa. Non so dove sono. In più mi muovo; involontariamente, però. E senza andare da nessuna parte, sia chiaro. 
Queste rotaie che bestemmiano contro i defunti del fabbro che le ha battute, sono un’illusione, non un direzione: non si sapeva dove andare e ci si è lasciati trascinare, sperando. Niente di che, è chiaro, ma almeno, se non una meta, una strada. Giusto per convincersi almeno, soltanto, di non essersi persi.

Forse non mi trovo da qualche parte.

Piuttosto sono io stesso qualche parte. Un arto, un’asta ritta che tiene insieme il sotto e il sopra. Il sostegno di qualche vecchia cui un giovane screanzato, -mi sembra sia io- ha negato il posto. 
Aspettate, fermi tutti -tranne il treno, logicamente-. 
Quel finestrino. Quel vetro lì, si. Potrei essere lui. Intanto la galleria continua a vomitare se stessa sulle pareti. Ma dicevamo di quel vetro, di me… giusto. 

Quel vetro.
Una membrana ingannevole tra dentro e fuori. Potrei essere lui. Pensandoci in fondo, potrei addirittura non esserci affatto; chissà.
Il procedere delle cose, melmoso e aderente allo sguardo di chi si è perso altrove, nel vuoto, segue. I binari, forse.
Lo fa, dietro quel vetro che soltanto, mi illude. Di essere me, o peggio, di essere all’interno. Dentro. Si, dentro qualsiasi cosa, non necessariamente il vagone; la vita ad esempio, il tempo, forse. Chi lo sa? Chi può dirlo?

Ancora residui di cose, che, scomposti,

mi si accalcano alla soglia degli occhi. Ostinati costellano questo scenario che non può esistere. Da nessuna parte, men che in un posto come questo, un posto che lascia il tempo che trova: pochi istanti di luce che si spengono nel buio, al passaggio di un treno. 
A proposito di lui, comincia ad ansimare questo viscido animale, strisciante sul dorso, che mi porta nel ventre maleodorante per queste carcasse putride sedute accanto a me.

Si dice, le stia portando a casa. Ciascuno alla propria. Ognuno con la risposta pronta “Alla prossima!”

Fermata, intendono. Ma quindi il treno si fermerà; da che ricordi dovrei scendere non appena lo farà. Scenderò

A questo punto, mi pare di capire che non sono né fuori né dentro questo qualcosa che mi incede sotto le scarpe. Gli sono sopra
Quindi scenderò. 
Sono fermo, stavolta insieme alla bestia.
Le cose, ora, sono diverse da come le ho lasciate poco fa; sono arrivato alla stazione successiva, a quella precedente alla prossima; ma almeno qui le cose sono di nuovo, come ho detto, ferme. Il che, però, non so se mi rassicura o mi terrorizza. 

Si sono di nuovo raccolte su se stesse, le cose. Ed io le osservo ricomporsi, come una donna che, pretenziosa, tenta di restituirsi la dignità aggiustandosi la gonna stropicciata.
Ora l’animale sospira e dilata le narici: le porte si sono aperte. Esco, scendo, quel che è, ma mi fermo. Gli sto dando le spalle mentre ispirando con violenza, la bestia dietro di me ottura le sue cavità. Una voce sorda di donna, monotona e neutrale, annuncia: “La porta si chiude”.
Di sobbalzo mi volto e vedo la bestia andare. La vedo per ciò che è, ora: un treno che se ci penso è in ritardo. Sta andando. Oltre. Non solo oltre la mia sagoma, ma oltre il tempo che qualcuno ha scaricato qui, dimenticato in quest’insolita stazione; un tempo esule degli istanti di luce buia della galleria in fondo al tunnel. Preoccupato, mi chiede di loro, degli istanti. Gli rispondo che non ho monete e non so che ora sia. 

Se ci penso ho appena detto al tempo che non ho l’orologio.

Chissà come l’avrà presa.

Comunque sia, ora le cose che sfilano convulsamente davanti a me, sempre al di là di quella vitrea membrana, sono volti. Vite. Storie che ignoro e continuerò ad ignorare anche quando più tardi, ritornato dove devo, penserò solo che qualche idiota tra loro mi ha pestato il piede. Il destro per la precisione. 
I loro sguardi incrociano i miei, ma come a tutti gli incroci ognuno va avanti, dritto. Per la strada delle sue rotaie
Un momento. Lo scorrere sempre più veloce di quelle centinaia di facce riesce, nell’attimo prima di scomparire, ad assemblarmi negli occhi un solo volto dai contorni ombrati. Non è di uomo, né di donna; non ha nome. 
È il volto di Nessuno, una di quelle cose sconvolgenti, che non si dimenticano nemmeno volendo. Lo vedrò d’ora in avanti ogni giorno nello specchio del mio bagno, quando l’alba ancora si strofina gli occhi dal sonno. 
Quel volto sarà per sempre un riflesso familiare ed estraneo. Sarà il mio.
Della metro si ascoltano solo i vagiti e conati in lontananza.
Io, completo la piroetta e faccio per avviarmi quando un uomo, correndo, mi sfiora.
Con uno sbuffo, constata, prima ancora di averlo fatto del tutto, di aver perso la corsa, il treno, poi  l’attimo, la vita. Di nuovo, il tempo.
Lo guardo e penso: “Bisogna sapersi fare i propri conti. Non mi dispiace, ora avrai tempo per pensarci”. Ancora lui, il tempo. In questa trincea dell’esistenza ce n’è davvero in abbondanza.

Saluto il tizio dandogli le spalle.
Ecco le scale e poi il mondo di fuori, di sopra, anzi visto che sono sceso “il mondo di giù”. Il che può avere una sua coerenza, una logica storpia, diciamo. In fondo, mi domando “non siamo tutti sotto il cielo»?

Gionathan Viapiana