Giallo limone

È una caldissima giornata di giugno. Giulia arriva a Palermo da sola, non voleva che ci fosse qualcuno con lei, a corroborare i suoi primi respiri in quella città. Ha messo da parte i soldi per il trasferimento per circa tre anni ed era decisa a iniziare l’università ad ogni costo, anche se aveva incontrato, sulla sua strada, solo chi non faceva altro che sfiduciarla, cercando invano di convincerla che per lei fosse troppo tardi. Giulia è testarda, non le interessa quello che pensano gli altri, lo sa benissimo che ha 28 anni e alla sua età dovrebbe trovarsi un lavoro “serio”, non certo dedicarsi ancora a questa fissa per la geologia. Prima non aveva potuto però, non se lo poteva permettere di trasferirsi in quella terra che amava tanto, visitata da bambina, piena di rocce carbonatiche e di piccole insenature disseminate sul Monte Pellegrino.

È una caldissima giornata di giugno e Giulia sta cercando casa.  In realtà le basterebbe una stanza in cui trascorrere i prossimi anni di studio.  Aveva salutato i suoi amici, annunciando che una stanza sarebbe stata solo il punto di partenza e, se avessero accettato la sua candidatura a quel quiz di Rai 1, quello che piace tanto a sua nonna, lei avrebbe sicuramente vinto, potendosi permettere di comprare subito una casa a Palermo. I suoi amici, ogni volta che Giulia esordiva con qualche teoria sul futuro, pensavano semplicemente che fosse folle e scuotevano la testa. Tranne Pietro, il proprietario del locale per cui ha fatto da cameriera da quando aveva 15 anni: si godeva la scena dei suoi discorsi pieni di futuro soddisfatto da dietro al bancone. Lui la conosceva bene, sapeva che Giulia ci credeva davvero in quello che diceva, e se realmente lo avesse voluto, lo avrebbe fatto, non lasciava mai le cose a metà. Certo, vivere con delle matricole a quasi 30 anni secondo lui sarebbe stato frustrante, ma lei era positiva: alla fine che sarà mai? Alcol, festini e ragazzi in mutande per casa non la spaventavano, anzi.

Quando entra nell’appartamento che affaccia su Fontana Pretoria, l’avvolge un profumo di zenzero e limone fortissimo. A guidarla è la padrona di casa, una signora con degli occhi grandi, neri come la pece, ma che sapevano di anima buona. La signora le preannuncia prima di entrare: “La stanza secondo me è bellissima, non perché è casa mia, si intende, però è tutta gialla, e non me la sono sentita di ridipingerla. La ragazza che era qui la teneva come una bomboniera, e diceva che le dava una sensazione di benessere questo colore. In realtà chiunque entra qui dentro, è pervaso da tutta questa luce.” Giulia entra e non se la sente di fare domande. La stanza è realmente come la descrive la signora: tutte e quattro le pareti sono gialle, un grande letto matrimoniale è posto lungo il perimetro della prima parete sulla destra, di fronte al quale c’è la scrivania. Su quest’ultima ci sono delle candele gialle che profumano di zenzero e limone (possibile che provenisse da quelle candele il profumo?) e dei quaderni, ancora gialli, vicino a un portapenne con evidenziatori di tre gradazioni di giallo. Giulia inizia a pensare che la ragazza che avrebbe sostituito, aveva una sorta di mania, ma continua a tacere, pensando che in fondo realmente si sentiva bene tra quelle cose e che probabilmente le sarebbero state utili. Probabilmente il suo viso tradiva un misto di stupore e dubbio, la signora aggiunge: “Puoi pensarci se vuoi, e fare quattro chiacchiere con le ragazze di là per avere qualche informazione per la gestione della casa.” Giulia annuisce e inizia a girare tra le stanze di quella che già immaginava, sarebbe diventata casa sua.

In cucina, incontra Teresa e Rosalia davanti a una ceneriera piena e due caffè. La squadrano da testa a piedi e finalmente le sorridono. Teresa è minuta, bionda, con lo sguardo duro che si scioglie quando sorride, Rosalia ha il corpo di una donna e il viso di una bambina. Dopo una serie di convenevoli, di semplici presentazioni e di dinamiche di casa, Giulia si riserva di pensare ancora un po’ a cosa fare.

Quando arriva in albergo, si chiede chi fosse la ragazza che abitava lì, perché è tutto intatto e perché tutto questo giallo. Inizia a fantasticare su chissà quale storia, poi pensa che la deve smettere di farsi sempre così tanti film. Probabilmente si sarà semplicemente trasferita, sarà stata una stanza di passaggio come per tanti, la più banale delle considerazioni insomma, ma non se la sentiva di chiedere oltre, eppure qualcosa le diceva che non era una vicenda così semplice come appariva. Avvia Spotify e si addormenta. Il giorno successivo, decide di tornare in Piazza della Vergogna e di prendere la stanza. Seduta sul letto, decide di sistemare un po’ delle cose che aveva portato con sé, togliere un po’ di polvere. Intanto fantasticava su quello che avrebbe fatto in quella stanza, sulle mattonelle del bagno che avrebbe cambiato quando l’avrebbe comprata, se fosse il caso di lasciare tutto quel giallo. In un angolo della scrivania nota una mattonella del pavimento sollevata, a cui ieri non aveva fatto caso. Prima di reclamare con la proprietaria, pensa si tratti di un dettaglio, non si nota così tanto. Poi la alza. Trova un diario, ovviamente giallo. La deontologia le dice di non aprirlo, ma la curiosità è troppo forte.

«Hi guys, qui è Caterina che vi scrive, che a 24 anni ha ancora rigurgiti adolescenziali come l’uso del diario. Caterina è felice, perché oggi 20 aprile 2014 ha sconfitto il suo tumore e stravolgerà casa della signora Albano dipingendo tutto di giallo. Sono pronta a tutto! Anche a sentire Teresa lamentarsi di tutto il casino che farò per casa, mentre Rosalia mi preparerà caffè per sostegno morale. Ragazzi la vita è un ossimoro gigante: meraviglia e tragedia. I casi umani di cui ho fatto collezione fino ad ora, qualcosa me l’hanno insegnata. È inutile dare spiegazioni o cercarne, quando l’altro non è pronto a mettersi in discussione, ma soprattutto, come ho letto da qualche parte, “le querce non fanno limoni” (evidenziato con le tre gradazioni di giallo evidenziatore che ieri Giulia aveva visto sulla scrivania) la natura delle persone si rivela sempre, sebbene tentiamo di migliorarci, cambiarci, ci sforziamo, forziamo la mano, non facciamo altro che diventare bombe ad orologeria pronte a scoppiare da un momento all’altro, e mostrare al mondo la tragedia che abbiamo dentro. Ok ci sono le eccezioni, ma io adoro generalizzare e adesso esisto solo io e il mio Dio e quindi mi sia concesso di giudicarci tutti dall’alto del mio piedistallo di errori. Ora devo andare a comprare un po’ di cancelleria e la pittura, però la cosa non finisce mica qui eh!»

Giulia è senza parole. Posa tutto, non riesce ad andare oltre. Si siede sul letto e fissa il vuoto inebetita. La risveglia dal torpore, qualcuno che bussa alla porta: Teresa. “Ei, hai bisogno di qualcosa? Se ti va ci prendiamo un caffè e ti spiego un po’ tutto questo giallo.” “No grazie vorrei rimanere un attimo da sola, dopo casomai!”. La porta si richiude, Giulia si chiede dove cavolo sia finita la ragazza. Esce bruscamente, torna in albergo e si richiude in camera, si sente più tranquilla in quelle mura di passaggio, che hanno visto tanti, ma nessuno fermarsi quel tanto in più, da lasciare una traccia così forte. I suoi amici, che avevano studiato in giro per l’Italia, le avevano trovate sempre vuote le stanze, proprio a lei doveva capitare una cosa del genere?

Squilla il telefono della camera, è la reception. “Salve è arrivata una busta per lei.” “Scendo subito, chi l’ha lasciata?” “Una ragazza, ma non le saprei dire di più, aveva un foulard in testa.” Giulia legge una “C.” evidenziata di giallo sul retro della busta e risale in camera, dopo aver ordinato un doppio Campari al bar dell’albergo.

Annachiara Di Brino

Gli insetti

“Aaaah! Che diavolo! Ma cosa mi hai infilato nella maglia? Quanto mi irriti!” – Luca prese ad urlare al bambino.
E quello, l’ometto col moccio che colava sul labbro superiore teso in una smorfia irriverente, ripeteva con aria canzonatoria la sua cantilena preferita – “Ti ho fatto uno scherzo, ti ho fatto uno scherzo!” – la lingua all’insù già in agguato per catturare quel residuo gelatinoso di raffreddore.

“Devi proprio smetterla, Ciro. È proprio ora che tu la faccia finita. Mi devi lasciare in pace. Lo hanno detto anche i dottori, non hai sentito? Ho bisogno di riposare, io.” Più che altro, era un dialogo con sé stesso. Quel lagnoso lì, comunque, non gli avrebbe più dato fastidio e quella vocina acuta, tagliente, aguzza avrebbe smesso di assillare le sue giornate. Assecondando i suoi pensieri, fa per scrollarsi di dosso l’animaletto che gli passeggiava sul petto preso da una crescente furia, agita le gambe come affetto da tarantolismo e con ritmo scandito da scatti rapidi e alternati scaglia calci nel vuoto come a liberarsi da un formicolio. Una sensazione raccapricciante di zampette che ti sfiorano in ogni dove. Intanto con la mano destra prende un lembo della sua polo blu cobalto e la tiene tesa come se volesse evitare che collida sulla sua pelle e le si incolli irrimediabilmente, con l’altra mano intanto comincia a grattarsi ovunque inseguendo quello zampettìo.

“È sicuramente uno di quei tuoi stupidi insetti. Sono così arrabbiato, giuro che ti farò fuori!” – dalle labbra tremanti erompeva nel silenzio della sua stanza una voce profonda e catatonica.

“Luca, ma dài, non è niente! Non è successo niente. Perché non provi ad ignorarlo? Ormai lo conosci, dovresti sapere com’è fatto.” – la donna che si era precipitata nella sua stanza gli porse un bicchiere d’acqua, lo invitò ad accomodarsi sul suo letto e a riprendere lentamente il controllo della situazione promettendo che sarebbe tornata presto.

La porta si chiuse con un suono sordo e Luca fu finalmente solo, ad occhi chiusi sentì il suo respiro diventare leggero e controllato, come la schiuma del mare che si infrange sul bagnasciuga, all’alba, dopo una tempesta notturna. Così Luca si sentiva: brezza di mare, dopo un uragano. E come soffio d’aria i suoi pensieri si soffermavano sulla camera che lo accoglieva, ripercorreva le quattro parenti e le ridipingeva di bianco, ne ricordava le macchie di umido, i pochi quadri quasi dimenticati ai chiodi.

La stanza era enorme, così grande che avrebbe potuto installarci una sala da ballo con vista Vesuvio e con uno dei tramonti più belli a cui era possibile assistere in quella piccola cittadina, punto nevralgico della più grigia zona grigia della provincia. Un immenso agglomerato di case e palazzi e costruzioni e fabbriche dismesse che colmavano chilometri e chilometri di porzione di terra, a perdita d’occhio. E la più consueta delle alzate di spalle: “in fondo non ci possiamo lamentare”. Così Luca non si era lamentato mai in quei cinque anni, nemmeno per gli spifferi di aria gelida che d’inverno si intrufolavano da chissà dove. Orizzonte fisso dalla grande finestra della sua sala da ballo erano i tramonti che scandivano i giorni. Sempre luminosi e malinconici, sempre con pennellate di rosa o di rosso. Sapeva esattamente se il cielo la sera avrebbe indossato il suo trucco migliore o se sciatto e malandato si sarebbe rifugiato dietro

coltri di nubi e grigio velo di nulla. Avrebbe potuto lucrarne, chissà: “Un tramonto e un desiderio, prego fatevi avanti!”. Avrebbe indossato la divisa rossa da circense, il cappellino tondo, la scatola rettangolare legata al collo con snack e dolciumi a costo rincarato come in quel film che aveva visto e rivisto centinaia di volte. Insomma un vero e proprio business. Ne sorrideva persino lui, quando si ritrovava a fantasticarci su. Ma sarebbe stato l’affare dei sogni per Luca, parliamoci chiaro. In provincia si va matti per queste cose qua, abituati come si è alla mestizia e al grigiore. Insomma un pubblico perfetto. Peccato non aver mai avuto doti imprenditoriali e manageriali e pure un certo rifiuto per il rischio.

La dottoressa Nilde, con quel suo fare controllato e fermo, aprì la porta e rientrò nella stanza. “Allora Luca, vogliamo provare a capire cosa sia accaduto ieri sera? Cosa ha fatto stavolta il tuo fratellino?”

“Gli insetti dottoressa, si diverte a ficcarmi degli insettini lungo la schiena. Ma io ne ho paura, ne ho…”. Si accorse quanto il suo tono fosse petulante ed ebbe come una sensazione viva e pungente, non uno dei suoi tanti deliri insomma, che la dottoressa Nilde non ci credesse nemmeno un po’ alla sua guarigione e che nemmeno lui stesso ci sperava. Via! Strappò via il velo dell’immaginazione da tutto quanto, osservò quanto le sue quattro pareti fossero grigie, le tele scolorite e i tramonti variopinti in realtà mera vanità del cielo.

La sua stanza era solo la numero 469, 4° piano, scala A. Gli era stata assegnata cinque anni prima, quando la madre non era stata più in grado di gestire le crisi di un adolescente un po’ troppo cresciuto e quando un nuovo bambino stava per dare finalmente

gioia alla sua vita. Ma la mamma sarebbe tornata a riprenderselo. Intanto lui doveva starsene lì, buono, buono.
E questa era l’ultima bugia che quella mattina Luca sentì di non doversi più raccontare.

Maria Ferraioli

Visioni di una pulce

È la sensazione che mi preme addosso da sempre: sentirsi una pulce tra giganti. Sembra di vederla la vita, che mi passa dinanzi mentre io, troppo piccola per poterla afferrare, ne assaporo il gusto tra i volti e i gesti di chi invece la vive davvero. È per questo che in treno, compagno infedele degli ultimi anni, nei suoi ritardi perenni, nelle attese logoranti, nei ghirigori di strade sconosciute ho avuto il tempo necessario, quello giusto, di vivere più vite di quelle che avrei avuto il gusto di immaginare, o meglio, il coraggio di affrontare. Non ho bisogno neanche di mettermi in punta di piedi, di chiedere permesso, di spingere per farmi spazio: tutto mi è davanti e non mi resta che procedere.

È un giorno come un altro: sono in ritardo di nuovo e l’ ansia di chi sta perdendo tempo, mi accompagna. La stazione è uguale a quella di ogni mattina: eppure, mi ripeto come un mantra quanto sia diventata poetica. Poi, in gran segreto, ammetto a me stessa, che forse sto semplicemente invecchiando: quello che mi circonda inizia a sembrarmi bello, armonico, a misura per me. Il controllore mi ringrazia per il sorriso che gli rivolgo, viatico per la sua giornata. È un viavai di giovani che attendono di andare a scuola e in quel preciso istante, assonnata e annoiata da quella routine che scandisce anche i movimenti del corpo, inizia la passerella di personaggi che salgono e scendono dalla mente, compagni di viaggio mai più dimenticati. C’è un vecchio, piccolo e tondo, la signora che ogni mattina, pimpante ed energica come se avesse dormito per tre giorni di fila, dà il via al suo sfogo su questo mondo che proprio non va, il gruppetto di ragazzine pronte per andare a scuola. Sono sempre troppo truccate, troppo preparate: ogni attimo potrebbe essere fatale, chissà che a quell’angolo di strada non ci sia ad attenderle qualcuno che già desiderano senza saperlo. Mi ricordo allora del rossetto che velocemente ho messo prima di scendere e mi ripeto nuovamente che sì, è proprio così, sto invecchiando: nessuno più troverò negli angoli delle strade ad aspettarmi. E anche se ci fosse, mi direi che il rossetto è sbavato per non avvicinarmi, o un’altra scusa qualsiasi, pur di defilarmi tra la folla e osservare invece di vivere.

Altra gente sconosciuta si affolla prima della linea gialla, pendolari incostanti che di tanto in tanto affiorano nel mezzo della massa conosciuta e si lasciano guardare per un po’; il tempo di stampare pure loro nel vorticare dei miei giorni. Sembra di vivere in una metropoli: da dove esce tutta questa gente? Da dove sbuca? Dovrei chiedermelo nei pomeriggi di noia, in cui Somma mi appare un deserto senza via d’uscita. Nell’attesa del treno, forzandomi di stare sveglia, inizio ad abbandonare la mia solita pigrizia, ed è lì, nell’osservare il giorno che nasce, che comprendo di essere fortunata: mi restasse anche solo il tempo di osservare nella vita, mi basterebbe. Non lo sanno, ma per tutti ho una storia, non è scritta, troppa fatica per una pigra tendente all’inettitudine, portare a termine ogni cosa pensata, ma la storia c’è, in qualche meandro resiste ancora. Come le vite immaginate dietro le luci accese delle finestre, osservate in autostrada: anche lì, col pensiero, ho passato ore a tesserne le trame.

Il treno finalmente arriva, è in ritardo, o semplicemente si adegua ai suoi passeggeri. In realtà ci conosce, non fa che attenderci. Che noia sarebbe per lui fare un viaggio vuoto, senza i nostri racconti. Stipati come sardine prendiamo posto: il chiacchiericcio intorno è di buon auspicio. La gente è affamata di vita: non si è perduti quando c’è la parola. Da quale lato tenderò l’orecchio? Quale storia mi sembrerà più interessante? Qualcuno odia il suo lavoro, qualcun altro il marito, qualcuno l’università. Routine, routine, routine. È strabiliante notare come l’essere umano si somigli e come la storia della sofferenza umana si ripeti  uguale a se stessa. Lo diceva il mio Adriano nelle sue Memorie, anche quando si saranno alleviate le sofferenze peggiori, resterà vincolata all’uomo, per tenere in esercizio la sua mente, una serie di dolori, anche i più banali, ma vitali. Sempre quelli.  

Sembra interminabile un viaggio quando c’è qualcuno al capolinea: una barba rossa mi tiene compagnia, semi-feticcio dei miei ultimi giorni.  L’attesa me ne fa immaginare i contorni del volto, meno belli di quelli che mi attendono. Assaporo già quello che sarà, troppo impaziente per accettare che il tempo deve pur fare la sua parte. Bambini rom volteggiano nel treno: uno è completamente sfigurato a causa di un incendio. Mi volto dall’altro lato, non mi riesce di guardarlo, come per ogni cosa di questo mondo che non è come avrei voluto. Sguardi diversi mi si stagliano dinanzi, svegli più di prima, incollati  al posto in cui si trovano, ignari che quest’attesa ha qualcosa da dire loro. Quanta parte del nostro cammino fugge via con l’impressione che poco o niente sia stato compiuto, che abbiamo sprecato momenti, ore, minuti: avremmo potuto fare qualcosa in più. Non stiamo a chiederci se pure un posto a sedere in una circumvesuviana fatiscente possa cambiarci la giornata: se quel qualcosa in meno di cui tanto ci rammarichiamo abbia lasciato in noi una briciola di inconsueto. Perder tempo è un lusso che ci è concesso ancora, una culla per viziati e coccolati che non sanno quanto sia prezioso il dono di essere normali. Mi ricordo di Pessoa, del suo eteronimo Bernardo Soares che sceso dal tram aveva il mal di testa: aveva vissuto in quella minuscola porzione tutta la vita ricostruendo la storia del vestito di una sconosciuta, immaginandone l’origine lontana, il tessuto, il lavoro, la scelta.

Scendo anche io: cauta nel destreggiarmi nelle miriadi di vite nelle quali mi sono impigliata. Sfiorandone con gli occhi i rami, anche oggi avrò qualcosa da raccontare.

Giusy Aliperti

Parole e stelle marine

Parole e stelle marine

Stefano non sa disegnare il silenzio. Nemmeno spiegarlo, neppure sentirlo, anche quando  chiude le orecchie con le mani riconosce ronzii provenienti da quello che lo circonda, e altri rumori. Che siano fuori o dentro di lui, non se lo domanda. I bambini stanno al mondo così, non in allerta solo quando dormono.

Il piccolo impegno lo aspetta, e l’unico più semplice dubbio che un bambino possa avere è quello che lui ha: forse non capisce, forse doveva alzare la mano. Capire, riuscire a capire, prima del tempo, prima delle voci, prima degli altri sembra la primordiale missione che aspetta tutti sin dall’inizio; a tratti gara senza traguardo e a tratti privilegio, vive meglio chi ci riesce di più. Lo sa anche lui senza sapere di saperlo, lo sente sulla pelle e come tutti i bambini si sente intrappolato in quella gabbia-armatura che comincia a stargli stretta. La fine dell’infanzia, la possibilità di avere tutto più chiaro ancora troppo, infinitamente, illimitatamente lontano.

Stefano non fa sempre tutti i compiti ma disegnare gli piace, avrebbe passato in rassegna tutti i silenzi che conosceva per arrivare sempre allo stesso punto, il silenzio è finto e basta concentrarsi di più per ascoltare almeno un rumore. A 10 anni non avrebbe saputo dire quale lo intimoriva di più.

Il pomeriggio si stende sul pavimento di fianco, e incolla la guancia a terra. La mattonella fredda aderisce alla sua pelle e gli dà fastidio, con l’orecchio sente rumori. Sono confusi. Voci e voci e voci, tanti fraintesi, tentativi, l’inettitudine di chi capisce che l’inettitudine è al momento la sua scelta migliore. Anche Stefano muto è inetto senza saperlo, ed è la debolezza della sua età che non offre altre strade.

La domenica mattina sulla strada del ritorno c’è sempre un bambino che all’improvviso gli si butta avanti e lo frena con le sue mani, Stefano se le sente imprimere nella pancia e spingono e un po’ fanno male, vorrebbe un gelato. Non saprebbe dire se è sporco o abbronzato o entrambe, odora di piante vive e sembra un delinquente. Ha capelli che si definirebbero normali e a parte quello che vuole, non sa dire altro. Ecco, il suo è a tratti un silenzio, perché non emette suoni, ma Stefano invece sì, che lo guarda venirgli incontro testardamente e si spaventa, e poi il campanile inizia a suonare il più assordante e fastidioso rumore che conosce e stonato non riesce mai a rispondere più di un no, ma riesce ad allontanarlo. Non vorrebbe incontrarlo più.

Alla fine Stefano non ha disegnato niente, non si può disegnare quello che non si è conosciuto.

Ma ha continuato a pensarci, e ripensarci. Una volta ha creduto di aver finalmente trovato un mondo silenzioso, una dimensione per meglio dire, e ne voleva scoprire ogni segreto, sarebbe anche stato facile rappresentarla. Chi non ha mai sentito il modo di dire muto come un pesce?

Una corsa selvaggia con i piedi che scottano, una mano che tiene chiuso il naso e tuffarsi quanto più sotto possibile, Stefano spera ogni volta di risalire più lentamente, di rimanere con le ginocchia vicino al petto ad ascoltare. In quel perfetto silenzio, come un pesciolino rosso da un acquario, scopre l’assenza di rumori e si riconosce invisibile da tutti, ormai è il suo modo di trascorrere l’intera mattina al mare.

Il suo disegno diventa un insieme di conchiglie e stelle marine volte a decorare le lettere di una frase così espressa: “Silenzio è andare via dai propri occhi in modo volontario, ovattarsi le orecchie di acqua salata. Non c’è dimensione al mondo dove sia possibile rinunciare alla realtà, ma la realtà fa sì che ogni giorno gli adulti scelgano di non vedere. La differenza la fa…la tua vocazione”.  

Non gli piace quello che ha scoperto, ma avrebbe capito solo molto tempo dopo che non poter cambiare il mondo non vuol dire non riuscire a cambiare il mondo di qualcuno. Per adesso, ch’è cresciuto, è il più in gamba volontario di un canile.

Il resto…si vedrà.

Anna Alberta Rosa

Odisse

Odisse

«Odi – mi dicono – tu odi il frinire delle cicale, il rigurgito della belletta al tuffo delle rane, il tumulto dei motori e gli stantuffi dei tubi, l’irruvidirsi dell’asfalto e il rombo dei cumulonembi, lo scrosciare della pioggerellina e il ruggito del mare». Sono stato costretto ad odiare un mondo che ha per i miei sensi il felpato passo di un felino, percepibile ma non udibile. Scorgo invece l’approssimarsi della tempesta, che avverto per l’ombra che divora la silente musica del sole, la cui luce, soltanto, mi rammenta l’avanzare del tempo, in assenza dell’oscillare, lento, del pendolo, o del gallo che per me non ha mai cantato. Ho iniziato presto ad odiare ogni suono che non fosse scritto, ogni parola sillabata da incapaci ventriloqui muti. Solo in quell’orizzonte candido della pagina bianca, solcato da irregolari onde d’inchiostro, potevo finalmente fingermi, negli orecchi della mente, l’idea di un tocco, di una nota, di una sonorità della parola che gli altri definiscono onomatopeica, ma il cui significato posso a malapena intuire. Ogni lettura rappresenta un viaggio dei miei sensi, un imbarcarsi della fantasia non solo verso mondi nuovi ma anche alla ricerca di suoni perduti o, per meglio dire, mai conosciuti.  L’accostarsi delle lettere, dei lemmi, il loro incatenarsi in fiumane leggere di testo mi danno l’illusione di poter ancora captarne la musica, col tono che l’unica voce che io abbia mai udito, rannicchiata timida nell’alcova della mia mente, prova a compitare, immaginando che qualcuno mi stia parlando e che io riesca a sentirlo. Allora quella stessa mia voce s’impelaga su piccole madeleines di carta, a ritroso verso una memoria sonora che non è mai realmente esistita e che ho invece creato da solo. Perché se trattengo nei ricordi l’illusione che un insieme di parole possa intonare una particolare melodia, e m’impegno per farla riaffiorare quando mi trovo a discorrere in soliloquio coi libri in cui ritrovo più o meno i medesimi termini, allora creo un mio, personale passato che ha il suo specifico suono e non mi sento poi più così solo, insonorizzato in me stesso. È una sorta di Odissea dei sensi quella che attraversa le esperienze solitarie delle mie letture, come se ogni riga fosse la corda di una lira che, puntellata dolcemente dal mio compitare, componesse la letteraria sinfonia d’un sordo. Ma è un’illusione che dura il tempo di chiudere la pagina e voltarmi di colpo, guardandomi intorno, per vedere se qualcuno mi si è avvicinato, o gesticola per chiamarmi a modo suo, o se la luce intermittente del telefono picchietta in modo quasi sinestetico i miei occhi. Un po’ alla stregua dell’incanto dell’ariostesco castello di Atlante che s’infrange come quello che dicono essere il rumore del cristallo che cade in pezzi. E per quanto mi sforzi, allora, proprio non riesco a non odiare quel silenzio che al di fuori dei libri mi aggredisce con tutto il suo fragore, e che pare quasi insultarmi nell’andirivieni fagocitante del traffico, nel brulicare insensato della città che continua a muoversi con un ritmo che sembra quasi vomitarmi sugli orecchi tutto il suo trambusto, come se sprezzante non si curasse affatto di me e mi schernisse. Perché, se io non lo sento, non importa: il mondo esiste lo stesso.

Ma nell’angusta aria che mi soffoca i timpani s’addensano anche potenti, nuovi suoni, inafferrabili come sparuti granuli di neve che, danzando leggeri in tango col vento, si poggiano poi sulla pelle e riaffermano la loro presenza anche senza bisogno della voce. Lei è per me proprio come il nevischio del primo inverno, leggiadro e imprevisto eco d’armonia, il fonema con cui la mia vita cerca di esprimersi oltre le pagine dei romanzi o dei poemi. È lei, dal nome di musica, sia affabile sia austera, ad avermi preso per le orecchie e avermi istruito ad un diverso modo di sentire, con le sue mani che, nel linguaggio dei gesti, disegnano sillabe, le sue labbra che inumidiscono parole, i suoi sorrisi che modellano frasi e i suoi occhi che sussurrano infine, delicatamente, il tono amorevole col quale le pronuncia. Così quel silenzio che tanto m’insordiva d’un tratto non mi piaga più, e poco m’interessa il tambureggiare del suo e del mio cuore quando m’abbraccia, perché sono suoni che, ormai noti, appartengono a tutti. Mi perdo invece ad ascoltare la voce di quelle sue iridi di pace declamanti parole e nenie che solo io posso comprendere. E con lei, tuffandomi nel muggito delle strade, nel pelago del baccano, con lei smetto di disprezzare i borbottii, gli strepitii, i clamori, le gazzarre, il vociare senza senso, le espressioni di grida sui visi dei passanti e i loro sguardi spenti mentre tentano, con le cuffie sugli orecchi, di estraniarsi da quei rumori di fondo che avrei voluto far miei. Ecco che il mio viaggio nei suoni trova il suo approdo ultimo in lei, sirena di un Ulisse senza udito, nei suoi modi di parlarmi e di farmi comprendere ancora come le parole siano in grado di celare diversi, migliori significati. Il medesimo termine possiede così un alternativo valore semantico, che cambia a seconda di chi lo pronuncia o di chi lo recepisce. E proprio dopo averla sentita parlarmi non ho davvero avuto più bisogno di odiare alcunché, ma solo di ascoltarlo.

«Odi – mi dice – tu odi il frinire delle cicale, il rigurgito della belletta al tuffo delle rane, il tumulto dei motori e gli stantuffi dei tubi, l’irruvidirsi dell’asfalto e il rombo dei cumulonembi, lo scrosciare della pioggerellina e il ruggito del mare».

Giuseppe Arace

LA MELODIA DEL PASSATO

LA MELODIA DEL PASSATO

Era l’ora del crepuscolo quando Jenny cominciò ad incamminarsi lentamente verso casa. Non aveva fretta di tornare, nessuno l’aspettava, né un familiare, né un viso amico, era completamente sola in quel piccolo quartiere della periferia di Dublino dove si era trasferita ormai da tempo. Viveva con i suoi vecchi e polverosi libri di fiabe, scoloriti, sbiaditi a causa del tempo e pochi altri oggetti, memorie della sua infanzia che custodiva gelosamente come se fossero preziose reliquie. Erano trascorsi molti anni dall’ultima volta in cui qualcuno le aveva raccontato una fiaba, un’infinità … e nel frattempo Jenny era cambiata. Lo scorrere inesorabile della clessidra del tempo le aveva quasi pietrificato l’anima, la fanciulla spensierata e sognatrice non esisteva più e dal mondo fatato e dorato delle fiabe si era immersa in una realtà che era la proiezione del suo stato d’animo interiore: un mondo angoscioso, grigio e solitario. La nuova Jenny si era creata attorno a sé un’alta cortina di ferro e ogni qualvolta qualcuno cercava di avvicinarsi quella barriera per contrasto si innalzava ancor di più. Quella sera Jenny era più malinconica del solito, aveva avuto un diverbio con il suo capo e aveva bisogno di sbollentare la rabbia. Decise così di percorrere la stradina che conduceva al vecchio borgo del paese, convenendo che una passeggiata all’aria aperta l’avrebbe aiutata a dimenticare o per lo meno ad accantonare i dispiaceri di quella che era stata una giornata emotivamente impegnativa e che finalmente stava per volgere al termine. Dopo aver vagato per un bel po’ senza meta alcuna, avvertendo la stanchezza, si fermò e si sedette su uno scalino. Era ormai buio, c’era solo un chiarore che proveniva dall’alto. La fanciulla alzò gli occhi al cielo e si accorse che quella sera la luna era estremamente vicina alla terra e le sembrò che la stesse osservando con compassione, che volesse vegliare su di lei e che le stesse sussurrando qualcosa. Nella sua perpetua e spaventosa solitudine sentì il bisogno immotivato, illogico di parlarle, di trovare in essa conforto, come se si trovasse davanti ad una creatura umana, un essere in carne ed ossa con cui poter instaurare un dialogo. Il silenzio regnava sovrano e faceva quasi percepire quella processione di pensieri e sensazioni che si stavano palesando l’uno dopo l’altro nella mente di Jenny. Lì in quell’assenza assoluta di suoni e rumori in quel cantuccio provvisorio che si era creata, proprio come un bambino impaurito che cercando rifugio si nasconde in un piccolo spazio per non essere trovato dai fantasmi della notte, Jenny cercava riparo spogliandosi della sua dura corazza per mostrare l’essenza della sua interiorità a lungo occultata, negata e liberando la sua anima dalle catene di quelle angosce che l’avevano resa schiava e cominciò a sentirsi leggera, rigenerata, in pace con sé stessa. Improvvisamente nel silenzio della sera quel platonico colloquio con la luna fu interrotto da un suono proveniente da una finestra aperta. Era il suono di un pianoforte, qualcuno stava suonando una melodia che per Jenny era dolorosamente familiare. La percezione di quelle note  provocò nell’animo ferito della fanciulla un sussulto, il cuore cominciò a batterle all’impazzata e il respiro le venne meno: non era una semplice melodia ma la melodia, quella stessa che suo padre era solito suonarle ogni sera come una sorta di ninna nanna prima di consegnarla nelle braccia di Morfeo. La piccola Jenny non vedeva l’ora che giungesse quel momento della sera e non appena vedeva il padre dirigersi verso il pianoforte correva in salone con in braccio il suo orsacchiotto preferito e si posizionava accanto a lui. Jenny amava profondamente suo padre e quel momento della giornata era per lei magico ed esclusivo, il padre suonava solo per lei e nessuno poteva partecipare a quello spettacolo, nemmeno la mamma, nessuno aveva diritto d’ingresso in quella sorta di mondo ovattato che il padre era in grado di creare sfiorando dolcemente i tasti del vecchio pianoforte. Quella melodia come un lungo flash back  la riportò indietro nel tempo  a quell’ infanzia spensierata e per un attimo si rivide bambina mentre dalla sua postazione osservava devotamente il padre che suonava per lei. Poi ad un tratto la felicità e la gioia di quell’idillio fanciullesco si infranse definitivamente come uno specchio che cade a terra e si frantuma in mille pezzi. La serenità di Jenny fu inghiottita da un terribile buco nero senza uscita in quella maledetta notte quando il destino decise di prendersi il suo amato padre. Fu quella l’ultima volta in cui aveva sentito suonare quella melodia, l’ultima in cui il padre dandole sulla fronte il tanto atteso bacio della buonanotte le si era congedato con “ A domani bambina mia!”. Ma quel domani non venne mai… Ed ora sotto quella luce lunare quel suono fioco fu in grado di portare a galla tutto un mondo interiore, un passato che si era sopito ma che Jenny non aveva mai dimenticato, quei ricordi tanto dolorosi le si materializzarono nella mente per quanto aveva cercato di soffocare, di chiuderli nella cassaforte della sua anima perché rappresentavano una ferita profonda che in fondo non si era mai rimarginata. Tornò a casa con una tempesta di sentimenti contrastanti in atto, i ricordi le giravano vorticosamente nella testa, quella melodia aveva risvegliato in lei il desiderio e la nostalgia di un passato ormai perduto. Corse in soffitta e prese una vecchia scatola di latta piena di foto, lettere ed altri oggetti appartenuti a suo padre, frammenti della sua esistenza che la legavano all’unico periodo felice della sua vita dal quale aveva deciso di scappare nel vano tentativo di dimenticare e nella speranza di ricominciare altrove una nuova vita. Nonostante il dolore e la sofferenza per la prima volta  Jenny provò una sensazione ignota, ebbe l’impressione di non essere sola, abbandonata a sé stessa, come se qualcuno vegliasse su di lei e quella sera era lì a proteggerla e confortarla. Così dopo un pianto liberatorio si addormentò sul divano abbracciata a quell’orsacchiotto a cui era tanto affezionata con in mente quella melodia  per risvegliarsi lì nel salone della sua casa d’infanzia dove suo padre stava suonando per lei e non appena ebbe terminato la sua esibizione le si avvicinò baciandola sulla fronte sussurrandole dolcemente “A domani bambina mia!”.

Anna Russo

L’invisibile

L’invisibile

Il silenzio è un cumulo di stoffa disteso davanti un portone qualunque in Piazza Bellini.
Che sia quella del decumano o l’angolo di una qualsiasi altra piazza del centro storico, del resto della città o il bordo di un qualunque marciapiede che tutti i giorni calpestiamo coi nostri rumorosi ed affannati tacchi, c’è sempre a farne da contorno quello stesso ciuffo di colori.
La prima volta che l’ho visto prender vita era un giorno di ordinaria frenesia. Una mano spuntava dalle coperte ad afferrare un pezzo di stoffa scappato altrove, un tesoro racchiuso in un cappello o forse, semplicemente, a cercare riparo dai rumori molesti di una città troppo chiassosa per accorgersi del suo silenzio.
Accanto a lui, custodita come fosse un tesoro, una busta.
Rimasi per qualche istante impietrita, era curiosità o forse peggio – che dio me ne salvi – pietà verso quel cespuglio di colori sporchi che per anni aveva abbellito sempre lo stesso portone senza mai destare la mia attenzione.
Iniziai a fantasticare su cosa potesse contenere di tanto prezioso, al punto che quel pezzo di plastica abile a raccogliere le sue scarpe grosse e malandate, quelle poche cose raccattate qua e là nei cassonetti o dalle mani della carità, mi svelarono un mondo. Persa, ossessionata. Quasi a diventarne gelosa.
Io sono ancora lì a pensare a cosa avrei di tanto importante da mettere se avessi un’unica – e bucata – busta di plastica prima di partire, mentre dall’altra parte il cespuglio ha tirato fuori dall’ultimo cartone anche la faccia barbuta.
Resta immobile e si fa guardare. La gente passa e lo guarda con uno sguardo che nega ogni possibilità di esistere, di far rumore. Lui si fa guardare, ma non lo vogliono vedere. Non chiede nulla. Nessuna elemosina, nessuna imprecazione, nulla viene fuori dalla sua bocca serrata, muta. Forse perché essere un “barbone” è l’accettazione e la speranza di non essere riconosciuti, di passare inosservati, di mimetizzarsi tra le mille maschere della gente. Non fa rumore, anche quando vorrebbe urlare.
Eppure, il suo sguardo è più incisivo della musica, la sua bocca più eloquente di una poesia. La parola è incarnata in lui, nella sua pelle rugosa, nel lembo della sua coperta. La parola diventa cosa tra le cose, traccia concreta del suo pensiero. E’ musica. Musica mesta ma fiera.
Incalza la pioggia, intanto, come a battere il tamburo di quella musica che ora suona ancora più forte. La riconosco, è familiare. Suona bene come il canto di una follia d’amore che ti spinge a sfidare qualsiasi esercito. E mentre i Puritani s’affannano intorno a cercarne il silenzio, in piazza risuona quella musica maestosa che in tanti non hanno mai ascoltato e che in Elvira ridestò la ragione.
Poco importa se i due eserciti circondarono gli innamorati, l’unica condanna che sentii pronunciare è quella di sedermi accanto al mio Arturo per cantare.  

I rumori di un’estate

I rumori di un’estate

Non ricordo molto di quella estate, se non rumori. Avevo lasciato ormai indietro, da mesi, il pensiero che quel nero che aveva invaso il tuo seno, ti avrebbe reso polvere. Tutto sembrava andar meglio, stavi bene, sorridevi e quei lunghi capelli biondi che avevi perso un anno prima stavano crescendo.

Quando scopristi di essere stata “invasa” da quell’orco prendesti la tua bacchetta magica, la tua fede, per combatterlo, per sconfiggerlo. La tua forza era la mia forza, quella dei tuo figli , di tuo marito, ciò che dava a tutti noi la speranza che avresti vinto tu. Continuavi ad utilizzare quel profumo di fiori d’arancio, quel rossetto rosso che tanto mi piaceva ma anche un foulard, un accessorio nuovo, per coprire la testa calva che non volevi. Maria era piccola, appena tre anni e ricordo come fosse ieri, i suoi grandi occhi marroni che sorpresi guardavano il tuo nuovo taglio di capelli; corti, troppo per lei, che li cercava con quelle manine paffute. Poi il foulard di un rosa antico perché ormai non c’era più nulla. A lei piacevi di più. Non era molto il tempo che riuscivi a passare con Maria, né con gli altri tuoi figli, ma quando ci riuscivi, la casa profumava di te, dei tuoi prelibati piatti, di pulito, di normalità. Stavi combattendo, la tua bacchetta stava avendo la meglio. Mi sembrava di sentire i colpi sferrati con forza che infliggevi a quel mostro, quel nero, perché così lo immaginavo; una macchia nera che bruciava peggio dell’acido. La musica che accompagnava la mia immaginazione era quella tipica dei film d’animazione. Eri una fata, la più bella e la più potente e nulla poteva sconfiggerti; nemmeno quel nero, l’orco che voleva distruggere il tuo regno. Ma qualcosa andò storto.

Giunse l’estate, quella che fu l’ estate dei rumori.

Un piano, solo un piano divideva i nostri appartamenti, ma era come vivere insieme. Sentivo tutto, ogni rumore, ogni tuo dolore. Ogni giorno era più caldo per me e per te più nero, perché più nero era il tuo corpo. Le urla, le sedie gettate a terra, la tua paura si era rivelata, la tua fede sopraffatta. Salivo le scale con i timore di dire la cosa sbagliata, arrivavo alla tua porta, il suono di un campanello e poi tu. Ti asciugavi le lacrime, perché nessuno sapesse, nessuno vedesse. Eri sola a casa e in quella occasionale solitudine lasciavi cadere il tuo mantello della forza. Ti guardavo e sentivo un nodo alla gola, poi la normalità. Tu mostravi la normalità. L’estate sembrava interminabile, e i rumori aumentavano ogni giorno di più. La tua bacchetta si era spezzata e il tuo mantello era bruciato. Erano circa le 6, il sole pronto a sorgere. Qualche cinguettio, poi un cane che abbaiava , poi un grido disperato, gente che correva. Mi alzai, sentivo i piedi pesanti, quasi non avevo la forza di salire ancora quelle scale, per paura di scoprire ciò che i rumori raccontavano. La porta era completamente aperta, c’era gente, tanta, troppa. Tuo figlio era nella sua stanza; siamo cresciuti insieme, è come un fratello. Mi guardava, non sapevo che dire. Poi un boom. Aveva dato un pugno al muro. La mano rossa, gonfia e piangeva ma non per il dolore fisico. Soffriva. Mi abbracciò forte, tanto che scoppiai in lacrime con lui. Eri diventata polvere. Il nero aveva vinto, non c’eri più.

Alessia Romano

Gruppo Di Virgilio

Il vento nella grotta

Il vento nella grotta

Provava un senso di tristezza e di frustrazione, mentre l’ultimo raggio di sole venne sopraffatto dal tiepido crepuscolo. La tempesta si era placata. Il vento le strusciava il viso, come quella carezza che non avrebbe avuto mai più. Si dice che la morte ha un profumo particolare e intenso, come l’odore agrodolce dei limoni o quello sottile dei ciliegi in fiore. Per Elisa, fu simile al vento. Galleggiava sulla superficie di smeraldo, leggera come la foglia che si lascia cadere nostalgicamente dal suo albero. Quel corpo, quella foglia, non erano mai stati così liberi. Gli occhi di Elisa si fecero brillanti, vitrei, coperti da un nebbia trasparente. Socchiuse con fatica le palpebre, sospirando, abituandosi alla corrente che fischiava nella spelonca, teneri sussurri di quiete. La grotta le stava parlando, rassicurandola. Abbandonò il capo all’indietro, immergendosi nelle acque plumbee.

Era un pomeriggio di maggio…, iniziò un soffio che si levò da un antro, facendo eco nell’intera caverna fin dentro al suo orecchio galleggiante. Elisa sorrise; udì la brezza che sfregava i granelli di sabbia, come le cicale mentre si abbandonano agli amorosi canti. In lontananza, un vecchio treno barcollava sui binari arrugginiti, scomparendo nella montagna spaccata. Elisa aveva scoperto la grotta in una giornata di solitudine: la spiaggia, le pagine di un libro colpite dal vento, la malinconia oltre l’orizzonte…mentre un sibilo la chiamava dalla montagna, potente come una calamita. L’ululato impercettibile del vento contro gli scogli penetrava nel suo cervello, sotto forma di parole ben distinte. La grotta aveva le sembianze di una bocca socchiusa, che sorrideva beffarda dietro gli arbusti, come se conoscesse l’arcano. Elisa si tuffò e in poche bracciate raggiunse la cavità nella montagna. Tastando le pareti rocciose e umide, si fece strada nell’aria rarefatta della grotta. Improvvisamente, una folata di vento la avvolse. Fu un abbraccio appassionato, il più tenero della sua vita. Procedeva a passi lenti, spostando la sabbia bagnata con i piedi, mentre il tintinnio delle sue dita sulle labbra della grotta si perdeva nel vuoto. Il fruscio dell’acqua si fece più energico contro le sue ginocchia ed Elisa capì di doversi fermare: al centro della grotta una conca d’acqua profonda rifletteva la flora del soffitto. Uno sbuffo più leggero le accarezzò la fronte; sei a casa, disse. La vera casa è dove l’uomo si sente come è veramente. Una capanna, una strada, una grotta. Il vento fu per lei una epifania dell’esistenza: per la prima volta Elisa percepì il colore della luce nell’acqua, quello del mare e del cielo sopra di esso; le ombre allungarsi alla fine del giorno e il sole diventare di fuoco e morire nelle acque. Il vento nella grotta le aveva restituito ciò che non ebbe mai: la libertà di vedere senza occhi. Fino a quel momento Elisa aveva disegnato nella sua mente un mondo incompleto. Non aveva

conosciuto ciò che vive al di là della melodia di un pianoforte dentro una stanza vuota: il picchiettare delle dita sulla tastiera fondersi con il battito del cuore e il respiro irregolare di una emozione. La primavera non era che il cinguettare insistente degli uccelli sui rami; Elisa, invece, aveva scoperto che ogni fiore che sboccia regala all’universo un vagito. La pioggia l’aveva sempre riconosciuta dall’odore acre del terreno, dalle gocce che grattano i vetri freddi durante una tempesta; ora la pioggia mormorava come le cascate disperse nelle montagne più alte.

Una volta la grotta, fischiando in una serata tempestosa, le suggerì di immergere la testa nel mare. Il vento zufolava mentre la burrasca agitava le nuvole come violini irrequieti. Le onde si scontravano incessantemente, soffocando gli scrosci della pioggia torrenziale. Elisa si immerse lentamente, lasciandosi sopraffare dai flutti imponenti. Pian piano il suo corpo scomparve nella spuma annerita dal cielo. Il concerto della tormenta si placò alle sue spalle. Sott’acqua era tutta un’altra musica! Il mare agitava i granelli di sabbia sul suo volto come maracas; le sembrò quasi di toccare la polvere scintillante. Una prateria di posidonia danzava sinuosa, uno stormire frivolo, morbido, che le ricordò la nenia di sua madre. Forse la vide sorridere tra quei ciuffi azzurrini e le parve finalmente felice. Riconobbe i capelli dorati allungarsi come una mano tesa verso di lei. Le bolle di acqua sbuffavano mentre Elisa cercava invano di afferrare quei fili inesistenti. Le sue gambe si fecero pesanti, ogni passo rimbombava come i tuoni della tempesta sopra la sua testa. La seguì e scomparve tra i coralli, che diventarono più alti, più bui. L’aria cominciò a mancarle improvvisamente. Agitò le braccia, poi il respiro si fece regolare, cheto, un alito di vento.

Si dice che la morte è quel tragico profumo che conosci solo alla fine. Elisa batté le palpebre come fanno i gabbiani mentre lottano contro il vento che li trascina. Poi spalancò gli occhi, con il sorriso beffardo della grotta all’angolo della bocca. L’acqua della conca si gelò. La grotta la rese libera dall’indifferenza, dalle barriere sociali, dalla cecità. Elisa si alzò, guardò il corpo inerme e fischiettando raggiunse il mare.

Giovannina Molaro

Il canto della sirena

Il canto della sirena

Non saprei dire di preciso quando l’ho sentita, nei miei ricordi si confondono le volte in cui il suo dannato suono ha interrotto il mio sonno, o mi ha scosso dal torpore dei miei pensieri notturni.

È soprattutto di notte, che il suo richiamo risuona da luoghi lontani, ma familiari, percorre fulmineamente la distanza fino alla finestra della mia stanza all’ultimo piano, il quinto, mi penetra le orecchie e rimbomba nei timpani come un martello pneumatico; scuote i sensi: dapprima, ovviamente, l’udito, poi la vista, degli occhi che si aprono di scatto a rincorrere le ombre vaghe e multiformi, che la luce dei lampioni o dei fari delle auto in corsa proietta sul soffitto.

Si scuotono gli arti, il tatto reclama il suo primato: le mani stritolano il cuscino, si aggrappano avidamente alla consapevolezza della vita, di essere lontane da quel suono foriero di sventure ormai  consumate.

L’olfatto e il gusto si accontentano, sfortunati cadetti della sensuale progenie, di assaporare l’aria gravida di pioggia acre.

Stavolta invece no, il suono ora è vicino: lo sento sulla pelle, sotto i vestiti, nelle tasche dei jeans, sulle panchine del parchetto in fondo alla strada, testimone silenzioso e complice di giochi, risse e baci rubacchiati, nei giorni che non sono più.

C’è il sole, stavolta.

Le nuvole dell’inverno sono state soffiate via con virile eleganza da un primaverile vento tenue, tiepido messaggero di un’estate ancora lontana dal venire.

Quando le sirene suonano il loro canto di notte, pochi accorrono al loro richiamo, che viaggia più veloce e libero nell’aria, fino a disperdersi in luoghi dove la luce non arriva, si infrange sugli ostacoli che l’uomo ha eretto a barriera fra sé e il mondo esterno, dove si illude di essere al sicuro, lontano dalla giungla di violenza che brulica sotterranea alla quiete apparente delle nostre città.

Il suono riesce allora a prendersi rivincita della luce, che viaggia incomparabilmente più veloce, ma si arresta e cede il passo all’etereo passeggio del primo, che corre, si arrampica, scavalca i palazzoni e le vette più alte, e stupra i padiglioni auricolari degli uomini a riposo, li strappa al loro giusto sonno, e gli ricorda con violenza che il mondo fuori dalle loro abitazioni vive, e muore senza mai fermarsi un istante.

Non così di giorno, quando Partenope confonde il suo lamento nel brusio di fondo che accompagna senza sosta il corso della vita quotidiana, ora frenetica, ora rilassata: uno sciame di api operai, impiegate, commesse, studentesse, malandrine, artiste, bottegaie, precarie, casalinghe, canterine e camorriste, e chi più ne ha, più ne metta, nell’eterno calderone umano che ribolle del sangue di chi ha edificato queste strade e queste mura, di chi depone speranze e illusioni nell’urlo lancinante di una lampeggiante arpia.

Mi sento adesso come un punto nero che vaga in uno sconfinato spazio bianco, una grumosa macchia d’inchiostro su di un infinito foglio bianco, una macchia scura, anzi rossa, che spargendosi sporca il candore di un luogo sconosciuto e perfetto, in cui non sono mai stato, ma che in qualche strano modo non mi è nuovo, e non mi spaventa, mi consola addirittura.

La sensazione dura poco.

I sensi, prepotenti, riprendono le redini dell’esistenza, di quel che ne rimane.

Gli occhi, spalancati, ammiccano al sole del mattino; le orecchie percepiscono i rumori della strada: le voci della gente accorsa ad indagare la scena dell’incidente, spettatori non paganti del grand guignol, i singhiozzi dell’automobilista che imprecando si dispera.

La lingua e le narici sono occluse dalla morte, assaporano il sangue che ha invaso luoghi che non gli appartengono.

Il corpo intero, nei punti in cui ancora scorre un po’ di vita, percepisce l’asfalto inondato di sangue; la mano stringe istintivamente la tasca, a cercare il cellulare, in un gesto ormai meccanico, che si riempie di un significato nuovo, originale e reale.

Finalmente la materia si è accordata col pensiero; il corpo collabora con la mente, o almeno vorrebbe.

Vorrebbe comporre il suo numero, e dirle che non importa più il passato, ma solo il presente e il futuro; che non importano più i litigi, il dolore, i pianti, le urla e le ansie, ma solo il suo sorriso, i suoi sguardi timidi, il suo corpo stretto al mio, al punto da diventarne parte integrante.

Vorrebbe urlare a squarciagola che il tempo che resta a entrambi, lungo o breve che sia, vorrebbe trascorrerlo al suo fianco.

Vorrebbe, ma non può…

Matteo Napolitano