(Re)spiro

Parigi,  29 settembre 2013

Il fluire grigio del liquido asfalto somiglia, nella sua calma impenetrabile – con quale perfetta corrispondenza- alla vita che ho scelto: pulita e senza il minimo accenno di crepe, d’intoppi nell’agire esteriore come nei moti di dentro. Il sole picchietta come può, distante abbastanza per illuminare il necessario. Il superfluo, d’altronde, è spazzato via come dannosa scoria qui in Rue Saint Jacques e al volgere lo sguardo alla Sorbonne, constato ogni volta in quale miracolo la solida pietra del mio edificio prediletto di Parigi riesca: cementifica lo sciabordare dei miei errori stantii, li tritura in innocui schizzi d’acqua, impotenti contro quelle dure rocce; muti al cospetto di una tale maestà. Il luogo per il quale ho rinunciato a tutto, persino alla mia piccola Sofia. Eppure, con questa luce, tutto mi pare pulviscolo solare. Quasi confusa nel pulviscolo solare, sono felice. 

“…Vittorio, capisci? Sono felice così!”

Sì, felice… Almeno fino al maledetto varco, oserei dire spazio-temporale, circondato da sbarre di ferro, ringhiere che ringhiano pensieri metallici, inodore. Finché non m’immergo nel vortice in cui anche il fiume di calce interrompe il suo corso per far spazio all’ineluttabile, prima volutamente ignorato, lasciato a sonnecchiare mesto, laggiù, nel sottosuolo. È lì che gradino dopo gradino mi addentro nei meandri di ciò che il civile buonsenso che monda i popoli ha confinato le proprie sospensioni del giudizio, i tentennamenti della coscienza e gli scorni paonazzi, perché pretende di sedarne la forza distruttiva. Eccomi, immersa nel mondo del sottosuolo metropolitano: una necropoli vivificata da pensieri rinserrati nel cranio, che ora scalpitano e, ahimé, una stretta allo stomaco saluta anche i miei rimpianti che non riesco a tacitare quaggiù, e solo quaggiù. Saluto ciò che accantono e che mai si sogna di accantonare me, mai. La metrò parigina, efficiente, perfetta nella sua puntualità mi attende. Incredibile come dopo anni dal mio trasferimento nella metropoli più romantica d’Europa, io avverta ancora qualcosa di demoniaco nell’esattezza di ogni inscatolamento. Da circa un ventennio guadagno un’enorme quantità di tempo, la stessa che, triplicata, a Napoli mi veniva sottratta. Eppure, l’unico furto che sento di contestare, ogni sacrosanta volta, è il furto del diritto di perder tempo. Io che ho sempre ripudiato lo spreco.

Devo aver alzato gli occhi al cielo di calce che mi sovrasta. Mi capita sempre,  di farmi largo cogli occhi tra i vagoni, prima di salire a bordo di un vascello che ha perduto ogni poeticità letteraria, di cercarvi un punto di fuga…                                       

È il mio turno. Piede destro sollevato, il sinistro si lascia condurre dall’abitudine alla ricerca di un equilibrio. Quindi, insieme a decine di altri estranei senza volto, immersi nello stesso liquido amniotico, siamo tutti il futuro parto di una gravida madre di sicuro metallo, che avvolge le nostre anime, di contro, incerte e sole, rannicchiate paurose come feti informi. Cosa c’è di peggio? La perdita di prospettiva a vantaggio del buio, a vantaggio di quest’oblio. Odio la mia espiazione quotidiana: io che ho scelto, sempre scelto. Io che quella stessa mattina ho strizzato l’occhio compiacente all’immagine che lo specchio mi ha restituito, alla donna che afferrò i sogni di bambina e ora li vive meravigliosamente, a dispetto di ogni sacrificio… Li vivo, a dispetto di tutti i luoghi che mi son lasciata alle spalle, delle persone essenziali che ho accantonato… Questa sciatteria di braccia che mi sfiorano rudemente per il mancato equilibrio del busto, senza il minimo riguardo per la mia contrazione epidermica, per i miei confini; questo cercarsi indiscreto di occhi distratti, la cui storia mi è aliena, altra, e il partire infine verso mete di cui nulla posso immaginare, mi irrigidiscono. Così, questo spicchio acre di tempo è destinato a un implacabile rintanarmi nei pensieri, mentre a tentoni cogli occhi vado ancora cercando uno spazio bianco, un punto di fuga, di fuga… 

Ieri ti ho scritto, Vittorio. Non posso credere di averlo fatto. Ti ho spedito una lettera, in memoria di quelle delle cui parole ancora avvertivo l’eco felice, in memoria di quelle che ci scambiammo prima di amarci: ti ho scritto che devo tornare. Anche solo per un giorno. Voglio, desidero rivederla! Quale essere meschino devo sembrarti oggi. Ma cosa dovresti pensare? “Eccola, la reincarnazione di Simon De Beauvoir in persona torna strisciando.” Avrai ricordato con sardonica ironia le mie strampalate idee di emancipazione, la leggerezza con la quale ho abbandonato te e mia figlia. Avrai goduto in anticipo della mia tardiva umiliazione, ne sono certa… No, no… Non sei mai stato così. Basta. Non voglio pensare, ma è così difficile qui… Nel buio di queste anime, trafitte da bagliori artificiali di qualche neon che le sovrasta, avverto una fitta nel punto dove si celava vivo il Neon della Fede, morta in qualche cavità del petto la mattina stessa in cui piansi sui guanciali carnosi della mia piccola; in questo scorrere indistinto di tempo, troppo, troppo tempo inscatolato in troppo poco spazio, in una sproporzione che reca angoscia, pregherei anche Allah, se solo m’acquietasse. La femminista che s’inginocchiò un giorno in quella metrò parigina ad Allah: farei notizia. È una consapevolezza nuova, quella che mi coglie oggi, un dolore dell’intelletto, ma che possiede la stessa consistenza, la stessa intensità di una percezione dei sensi. Quel gelo che leggo tra le rughe dei miei compagni di viaggio non è altro che il riflesso del mio stesso gelo di dentro. La loro vita, pulsante di un irrequieto frastuono volto a mettere a tacere ciò che mai si vuole affrontare è nient’altro che riflesso della mia, piena fino all’orlo di impegni assolti col mio sogno di bambina, che certo mi riappacificano colla mia infanzia, ma mi rendono tremendamente estranea al mio presente, abbarbicata sul vuoto d’affetti, su quello che non ho; che mi manca. Ne ho la certezza: questa, come tutte le illuminazioni improvvise dei solitari, sarebbe diventata ossessione. Perché tutti hanno bisogno di accompagnarsi a qualcosa, sia che possegga due gambe e un cervello e risponda al nome d’uomo o di donna, sia che si regga sulle trame inconsistenti del proprio rimuginare di sottofondo. […] Alzo gli occhi inumiditi verso un uomo intento a fissarsi le scarpe, consumate da graffi che sanno di realtà, non come i miei graffi dell’anima. Lui non mi nota, neppure si volta. Ciò deve aver acuito in qualche modo il mio senso di estraneità. Cerco allora uno squarcio, un punto di fuga in quel perfetto congegno funzionante. Un errore, lo smacco che sarebbe stato sollievo. Nulla. Sospiro e mi appresto a scendere. Oggi parto. Verso la mia bambina: Sofia e il suo morbido sorriso che dalle acque dei ricordi sempre riemerge, mai s’inabissa.

Napoli, 1 ottobre 2013

 “Dovevo immaginarlo”, devo aver sbottato spazientita, “Dannata Vesuviana”. E’ un’ora che attendo una corsa. Bel modo di inaugurare il mio primo semestre universitario in assoluto. Il primo della miriade di ritorni, di omerici ‘nostoi’, che il cieco cantore si sarebbe figurato come immaginifici fiotti oceanici contro i quali il suo eroe dal multiforme ingegno sarebbe stato certamente in grado di misurarsi. Ecco, Ulisse per l’appunto. Ma io, che non mi chiamo né Ulisse – al massimo sono stata una “Nessuno”, ma solo grazie alla delicata inventiva onomastica di qualche bulletto alle elementari, né gradirei soste presso una qualsivoglia Calipso, per l’ovvia condizione di vestire panni e orientamenti di donna -, beh, mi ritrovo a dover fronteggiare un nemico ben più temibile di Poseidone: Sua Maestà Sciopero dalla falce affilata. Eppure, ringrazio l’entità benigna che nel 2013 mi permette ancora di appartenere; persino al momento meno opportuno, nel luogo che non si vorrebbe, con una compagnia estranea. D’altro canto, mi viene da pensare, tutto ciò che si rivela di valore giunge quando si desidererebbe tutt’altro. Poi, alla resa delle braccia prima conserte, eccolo manifesto: l’essenziale. Lo intravedo ora, negli sguardi fugaci, nel delinearsi di fusti di uomini e donne, che avverto privi di radici, proprio come me. La solitudine si dissolve e mi sento salva nel mentre volgo gli occhi alle parallele metalliche dei binari che increspano uniformemente questo strano mare della mia personale epica. Mia e di tutti, nel partecipare al classico che con non so quale rassicurante ritualità si compirà ogni giorno, ciclico come il rincontrarsi delle timide o sfrontate occhiate lanciate e talora colte; ciclico come i primi grandi racconti sulle antiche gesta di eroi senza tempo. Siamo tutti uniti da un solido destino invisibile, più reale del resto, lasciato fuori a frantumarsi e spezzettarsi in strade, partiti, ideologie o movimenti che han preteso di colmarne il vuoto dei nostri tempi convulsi. Questo mi ha consolata. Questo mi rincuora: l’appartenenza.

Finalmente la voce asettica morta in quell’annuncio, probabilmente nell’attesa di un contratto di lavoro migliore, irrompe con limitato fragore nella nostra bolla d’aria viziata e ci informa della disponibilità del treno delle 19.10. Un lungo fischio ci ridesta dalla lunga attesa. Lentamente i vagoni si rendono disponibili ad accoglierci. Io sono grata all’eventualità di sedermi al solito posto nella prima carrozza, quello nel quale si consumavano le interminabili domande rivolte a mio padre nei lunghi viaggi che insieme ci coinvolgevano quando io ero poco più che bambina. Quel suo incessante canticchiare, mormorando, sempre lo stesso motivo. Un classico di Billie Holiday, il brano, seppi poi, preferito dalla mamma. Già, dalla mamma… Mi appresto a salire. Oh… peccato. Il luogo incantato dell’infanzia è occupato. Una donna di mezza età dall’aria fiera e segnata al contempo, lì, al mio posto. L’inconsapevole guastafeste mi lancia un’occhiata intensa, quasi a succhiarmi passato e futuro con una sola folata di ciglia. Ne rimango folgorata e stupita al punto che ci è voluto lo spintone di un moccioso impertinente per scrollarmi dalle catene di quegli strani occhioni verdi – mai colore è stato più ossimorico per occhi che esondano una così fitta disperazione. Prendo posto nel vagone a fianco e l’osservo con la coda dell’occhio. Mi accorgo che di tanto in tanto anche lei lo fa, ma i corridoi affollati hanno pian piano reso impraticabili nuovi incroci di sguardi. Meglio così… Negli occhi di qualunque donna, cerco mia madre; con non so quanto odio, ora riesco ad ammetterlo. La donna che non frappone barriera alcuna fra la sua inestinguibile volontà di potenza e il mondo di fuori. Chissà dov’è oggi la politicante francese, la femminista inarrestabile, filantropa verso quel mondo che la guarda e passa oltre, ma che non si fece scrupoli nell’abbandonare papà e la piccola che il suo corpo tanto odiato – perché fuori dal suo maniacale bisogno di controllo – aveva partorito. E pensare che io per… per non somigliare a lei ho tacitato le mie ambizioni non appena mi son resa conto fossero specchio delle sue. Uno sbuffo nervoso di tosse mi avvisa dell’aria inquieta che devo aver assunto: il treno ti sbatte in faccia la verità, comunicandotela nel modo più brutale: con la tua immagine trapunta per riflesso nei finestrini o nella pupilla dello sconosciuto di fronte. Mi perdo tra i vetri oscurati dal cielo serale, già mi figuro il buio della serratura di casa e la danza di mio padre col ricordo di lei: la sua danza felice, col passato che non più tornerà… ma il graffio della voce della Holiday si dilegua dalle orecchie dell’immaginazione e ripiombo in modo crudo nella realtà. Il richiamo m’è dato dalla disperazione di un altro; eccole: voci, paure presenti, vicine. Un uomo si fa largo negli angusti corridoi e, armato di coltello, ci minaccia tutti, poi si dirige proprio dalla donna dagli occhi verdi. Quell’uomo minaccia la custode del sedile che anni prima era riservato a me e a mio padre. “Che deve fare uno come me?” grida: “Come fa a campare una persona onesta, che so’ quattro anni, quattro!, che non trova lavoro!”… E io riesco solo ad avvertire un senso di colpa irrazionale, a dirmi: Avrei dovuto sedermi io lì! Poverina. La tiene stretta che quasi soffoca! Poi, un fioccare di invocazioni, preghiere che risuonano potenti, quasi a una voce, composte da diversi timbri: un’armonia solidale. Nel panico più intenso, dopo forse un’ora, quella stessa potente armonia ha abbattuto la volontà del pover’uomo che… infine si ricompone, ovvero torna al livello di disperazione socialmente accettabile, quello che produce sola autodistruzione e, per lo meno, preserva gli altri dal tuo fitto, singolare dolore solitario. Qualcuno lo accompagna altrove e scompare dalla mia visuale. La donna è circondata da visi empatici, mani sorelle. Tuttavia, l’eroina reclama solo silenzio e lo ottiene, con una volontà sorprendente; torna in sé. Si siede e si volta, non ci credo, proprio verso di me. Stavolta un lieve sorriso le appiana i segni dello spavento. Non ci penso due volte e mi accosto a lei. Ho dovuto sembrarle impacciata e ampiamente indiscreta gettando lì un “Mi dispiace davvero molto” mormorato e malsicuro. Un nuovo sorriso disteso, riappacificato, che non so come riesce a guarirmi, è ciò che cancella le mie insicurezze. Ha appena toccato con mano, e in parte io con lei, la possibilità della morte, la possibilità, insomma, della cessazione assoluta di ogni possibilità. Questo ci ha unite, in qualche modo. Addirittura, mi pare di leggere un che di familiare tra quelle rughe, ma scelgo di fossilizzarmi sul nuovo slancio che mi ha regalato quell’esperienza. È come se una sconosciuta  fosse sgusciata dal nulla, si fosse sobbarcato il mio destino, espiandolo lei per me, purificandolo di ogni bruttura, restituendomi fiducia. Sì, fiducia. Persino la mia donna degli addii, la regina degli abbandoni, mia madre, adesso, mi sembra inondata di luce. E io sono libera, libera dalla paura di diventare lei. Posso tornare a casa e dire a mio padre che avevo preso una cantonata scegliendo di rintanarmi dalla vita anche nella mia impersonale scelta universitaria. Finalmente posso perdonargli persino l’amore che continua ostinatamente a provare per quel fantasma parigino di donna. Sorrido come mai ho sorriso. Il treno frena bruscamente. È quasi il momento di salutare la donna mandata dal caso, il caso benigno che fa ritardare, mette in sciopero tutti i treni di Napoli per far sì che ciò che conta, ciò che resta di realmente Umano ci colga, puntuale, in pieno petto. Poi la mia eroina mi tiene delicatamente le mani, abbassa gli occhi e sussurra commossa: “Perdonami” e ancora:“Potrai mai perdonarmi? Perdonami”. La sua voce è spezzata. Deve essere ancora scossa, penso, ma scelgo di annuirle. In fondo, quanto devo a questa strana donna, ai ritardi, a questi vagoni napoletani, che mi ricordano ciò che conta, quanto sembra che abbia smarrito ogni senso. 

Andrò a casa e abbraccerò papà. Gli spiegherò, finalmente, senza paura chi sono. 

Parigi, 4 ottobre 2013

Da quando ho conosciuto direttamente il tepore delle sue mani ancora vellutate, da quando il loro tocco deciso e volitivo, proprio quale fui io alla sua età, non riesco a scacciare dai ricami arrischiati che si cuciono irrefrenabilmente in quel mattatoio che è diventata la mia scatola cranica la percezione della sua diffidenza. Ho creduto di scorgerla nei suoi gesti per un attimo, l’attimo prima che mi notasse nel vagone adiacente al mio. Come una cieca sfiducia nel mondo, la mia sfiducia dell’oggi. Non ho potuto non ravvisare in tutti i buchi, in tutte le voragini dell’anima della mia piccola Sofia, il mio nome. Ogni scomparto desolato del suo io portava inciso il mio marchio genetico con una discriminante, tuttavia: aveva mutuato da suo padre, presumo, quello slancio verso il caso, quel che di risoluto, nonostante gli ineludibili urti della vita. Che sollievo saperti salva, Sofia. Come sempre per merito di Vittorio, non mio. Sei immune da tua madre, che non fa che tormentarsi ora. Sono giorni, ormai che i fondali salati dei miei colpevoli rimorsi mi accendono ferite che non faccio altro che sfregare. Non esiste conforto alcuno, né carezza amica. 

Naturale che sia così. Sono stata al mondo, ora lo percepisco con chiarezza, con l’unica cura dell’epurazione di ogni scoria affettiva, ruscelli in piena che avrebbero abbattuto le mie barriere di sempre, fluendo incontrastati a suon di pretese languide. Chi l’avrebbe detto: proprio ora che avrei desiderato di gravarlo, questo ventre sterile, di un peso diverso dal solito dolore del dover ricordare e non volerlo fare… A un tempo solo, mi dice: “Potevi essere madre, eri incinta” e da bravo medico mentre io, prestando per nulla attenzione ai tempi verbali, già cercavo di figurarmi la felicità scomposta di Marco, l’uomo che oggi mi è compagno, nei panni di futuro papà, aggiunge: “Dev’essere stato lo spavento in quel vagone a farti perdere…” s’interrompe. L’ho guardato col gelo negli occhi e l’impronunciabile, l’ho fatto espiare alla mia voce: “Il bambino… A farmi perdere il bambino”. Il senso delle cose, l’ho perduto con quelle ultime battute gettate lì.

Un altro innocente, stavolta è stato espulso da quel congegno feroce che dev’essere il mio corpo, strutturato per purgare tutto ciò che vita è, in favore del vuoto. 

Che strano… Mi sono ritrovata quasi condotta dai miei stessi passi qui, in stazione. C’è vento nell’aria stasera. Un venticello gentile, che mi pare ancora più atroce per la sua estraneità alle mie vicende rudi e scolorite. Inspiegabilmente sto tentando con uno sforzo d’immaginazione di riprodurre il fischio del treno di una novella pirandelliana letta molto tempo fa, ma non mi riesce. Questa ferraglia parigina, che fluttua nei vicoli angusti di un tempo senza poesia, non partorisce nessuna delle grandi illuminazioni del secolo scorso…

Lo so, non ho più bisogno d’immaginare. Ho trovato il mio squarcio imperfetto in tanta reiterabile quanto fastidiosa perfezione, il mio spazio bianco. La luna me l’ha illuminato, laggiù: negli ampi fiati che separano un vagone dall’altro. Un narratore in qualche vagone di una metropoli, magari proprio a Napoli, deve aver afferrato la mia storia nell’aria. Avverto le parole tracciare sottili cicatrici lungo l’epidermide. Ecco il momento: un fischio meccanico e reale, stavolta. È la mia fermata. Il piede sinistro non dovrà più sforzarsi per equilibrare il mio baricentro. Domani, al lavoro mi avrebbero attesa a lungo. Il primo ritardo sui tempi della vita, proprio quando, con quale malsana ironia, quella stessa avrebbe smesso di appartenermi. 

Sofia sorride nella mia mente, l’aria è serena e i germogli strappati in me non sanguinano oltre. Solo un vagito, remoto e irreale, frantuma il mio cielo. Cala la notte.

Non appena l’uomo conquistò l’efficienza tese a misconoscerla complicandone i meccanismi, o, pur di rinnegare lei, a sabotare se stesso. Il marchio dell’umano risiede nello spreco, nella perdita, nell’errare o nell’errore. Solo così ciò che è umano prende piede, respira.

Matilde Miriam Cavezza

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