Un orologio. Un segno del tempo.

“L’uccello sceglie la fuga. Noi non la scegliemmo.
La fuga scelse noi. Per questo siamo qui.
Voi che non foste scelti – eppur libertà avete,
aiutateci a portare il peso della fuga.”
Stig Dagerman

Un tonfo. Un orologio che si rompe. Le lancette scappano dal quadrante: è il tempo che fugge. Lo stesso tempo che crea stanze amate, forgia distanze. C’è un tempo che esce dal tempo. Un tempo che distrugge e uno che raccoglie. C’è uno spazio. Uno spazio senza luogo. Uno spazio che mastica e sputa, ruba e poi restituisce. Come i frammenti di vetro ritrovati in una terra arsa.
C’è la caduta dell’orologio. Una caduta che, come l’eternità, non si misura. Una caduta per cui puoi solo subire. O ascoltare. O ferire. Quando subisci diventi passiva, quando ascolti, sei reattiva. Se ferisci, vedi il sangue altrui riflesso su te stessa e soffri. Se ti ferisci scalci, piangi, ti lamenti, ti fai saltare le corde vocali. E ancora ti lamenti, poi piangi, poi scalci. Vuoi ribellarti. Poi crolli. Ti addormenti. E sogni. Sogni la te bambina ammirare la melodia soave del carillon della tua bambola di pezza preferita. E ti svegli sorridente. Sorridente al punto che abbracceresti il mondo intero.
E allora dove è finita la te ribelle e scontrosa? Forse non è finita. Forse ha solo compreso che la migliore ribellione, a volte, è il sorriso. Quel sorriso che è come un fulmine improbabile, uno scatto improvviso. Uno scatto profumato di riscatto.
Un riscatto effettivo.
E quindi sceglie di esistere per quel tempo rotto, sfaldato, malandato eppure tangibile e vivo che, in qualche modo, che non sai, non ti interessa saperlo, è capitato fra le tue mani. Quel tempo che brucia fino a polverizzarti. Ma la tua cenere resta.
E tu resti anche per quella. Esistere come un seme gettato nella terra. Un seme che non sa se diventerà mai fiore o frutto, o si perderà nei meandri del suo stesso buio senza mai farsi luce. Esistere per perdonare. Perdonare la terra e anche un po’ la vita per la posizione di perenne equilibrio in cui ti ha incastrata.
Perdonare e perdere sono due voci verbali che cominciano allo stesso modo.
Forse perché quando si perdona si perde sempre qualcosa o qualcuno. E quando si perde bisogna sempre perdonare qualcuno, qualcosa e forse, cosa più difficile di tutte, perdonare se stessi.
Sei stanca. Ti senti sfidata dalla cattiva sorte. E cosa vuoi che sia allora il perdono? Forse una punta arguta che segna il proprio territorio, che costruisce un percorso al termine del quale, scorticata e bruciacchiata, non trovi nient’altro se non te stessa. Una terra poco battuta, un mare senza spiaggia. In tempesta continua. Vorresti correre senza affanno, ridere senza doverti proteggere dalle tue stesse risate, mangiare liberamente e non sentire il peso di uno stomaco che sembra ballare rovinosamente.
Ma torniamo al perdono. C’è un ricordo che nonostante tutto ti salva. Il ricordo di un abbraccio.  Non un bacio, una carezza o una notte d’amore, ma un abbraccio. Una salvezza costituita dall’abbraccio. Un abbraccio che è un rastrello pronto a trasportare e trasportarti. Dove? In quel luogo e in quel tempo dove cancellare, eliminare, distruggere il superfluo non è mai peccato. Dove lo spazio e il tempo per il superfluo non esistono. Perché l’essenziale è talmente bello, forte, straordinario nella sua ordinarietà che ti accende una luce nel cuore e negli occhi.
Ma perché ci insegnano a cibarci di rapporti che non hanno porti? La verità è che non solo non hanno porti, non hanno nemmeno mare aperto. Il mare nessuno ancora lo conosce. Conoscono solo il pezzo di terra ipocrita e cattivo, terra piena di ftalati, bisfenolo, diossina, eternit, amianto. Priva di purezza.
Ci insegnano tutto questo. E ci insegnano anche che se resti da sola sei una perdente. E allora? Qual è il problema? Voglio avere negli occhi i segni della sconfitta, le occhiaie della sofferenza, l’allegria di chi cade sotto la pioggia e si ciba del rumore dei tuoni. Voglio essere sola. Sola. Sola per ascoltare una folata di vento che porta da mangiare agli uccellini. Sola per ammirare l’ombra del mio riflesso fra gli alberi. Sola per ascoltare l’eco delle onde del mare che si infrangono contro gli scogli. Sola per vedere la luce dentro ogni singola ferita, la pienezza dentro ogni vuoto. E chi merita la mia solitudine meriterà anche la mia compagnia, la mia amicizia, il mio amore. Il mio sangue se servirà, perfino il mio midollo. Ma ora lasciatemi in pace. Lasciatemi vivere nel ricordo di quell’abbraccio che è durato qualche secondo. Vedete il tempo quanto è bugiardo? Dovrei fidarmi di un orologio che dice che un abbraccio dura qualche secondo? Non voglio farlo. Ma poi non devo nemmeno. Mi si è rotto l’orologio, ve l’ho detto, no? Ecco. Io vivo in quell’abbraccio eterno e senza tempo. Vivo in quel rastrello. Sono quel rastrello. Voglio essere quel rastrello che allontana il superfluo. E voglio essere anche un fiore. Voglio provarci almeno. Voglio provare a essere un fiore non trattato, privo di sostanze chimiche e pieno di personalità. Forse potrei essere di quelle erbe cattive e urticanti. E anche se lo fossi, lasciatemelo essere. Voi non lo sapete, ma in quel prurito potrebbe nascondersi un solletico un po’ più forte. Potrei perfino farvi ridere. Potrei essere un fiorellino ai bordi delle strade o degli stagni. Minuscolo, schivo, quasi nascosto e perciò non ammirato, non visto, non raccolto. Forse, così, potrei avere vita più lunga. Forse potrei essere una pianta con radici profonde, abbracciate sotto la terra. Forse, in questo modo, potrei vivere più a lungo.
C’è questa pseudo-regola che proprio non capisco. Si regalano fiori. Qualcuno, arbitrariamente, decide che dei fiori possono essere tagliati, recisi, insomma uccisi. Perché non regalare una pianta? E’ vero, anche chi ha radici profonde può morire. Una pianta può appassire, morire e cadere nell’oblio della dimenticanza.
Ma morire insieme alle proprie radici non è meglio che morire in solitudine?
Potrei essere una quercia, ma sarei troppo grande e mi sento troppo piccola, non sarei all’altezza. Certe responsabilità vanno date a chi sa portarle sulle spalle.
Dunque, non sono cosa sono, né so cosa non sono. So che se fossi rosa, margherita, orchidea, ginestra, quercia, palma o erbaccia mi lascerei comunque accarezzare, abbracciare, baciare da ogni insetto, senza distinzione alcuna.
So che berrei tutta l’acqua disponibile anche se fossa sporca, putrida e fangosa. So che saprei distinguere l’essenziale dal non essenziale. So che imparerei a dire grazie e ad essere grata.
Ma sono solo una ragazza. Non più adolescente. Non ancora donna. E faccio quello che posso. E dico quello che mi sembra più adeguato. Ogni tanto infrango tutti gli schemi, ma dico grazie lo stesso.
Perché la vita, per quanto difficile, complicata, talvolta orribile e senza tempo, rimane l’unico dono che, se non avessi ricevuto, avrei disperatamente chiesto, l’unico paradiso di cui mi sarei cibata nell’inferno della morte.
E direi grazie lo stesso.
Dico grazie lo stesso con l’aiuto e la delicatezza sussurrante del vento e del mare.
Perché pianta o fiore, insetto o persona la gratitudine è e sarà, sempre, ancora e ancora, la base felicemente imperfetta della mia esistenza.
Un tentativo invano di lasciare un segno del tempo e nel tempo.

MILENA DOBELLINI

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