LA MELODIA DEL PASSATO

LA MELODIA DEL PASSATO

Era l’ora del crepuscolo quando Jenny cominciò ad incamminarsi lentamente verso casa. Non aveva fretta di tornare, nessuno l’aspettava, né un familiare, né un viso amico, era completamente sola in quel piccolo quartiere della periferia di Dublino dove si era trasferita ormai da tempo. Viveva con i suoi vecchi e polverosi libri di fiabe, scoloriti, sbiaditi a causa del tempo e pochi altri oggetti, memorie della sua infanzia che custodiva gelosamente come se fossero preziose reliquie. Erano trascorsi molti anni dall’ultima volta in cui qualcuno le aveva raccontato una fiaba, un’infinità … e nel frattempo Jenny era cambiata. Lo scorrere inesorabile della clessidra del tempo le aveva quasi pietrificato l’anima, la fanciulla spensierata e sognatrice non esisteva più e dal mondo fatato e dorato delle fiabe si era immersa in una realtà che era la proiezione del suo stato d’animo interiore: un mondo angoscioso, grigio e solitario. La nuova Jenny si era creata attorno a sé un’alta cortina di ferro e ogni qualvolta qualcuno cercava di avvicinarsi quella barriera per contrasto si innalzava ancor di più. Quella sera Jenny era più malinconica del solito, aveva avuto un diverbio con il suo capo e aveva bisogno di sbollentare la rabbia. Decise così di percorrere la stradina che conduceva al vecchio borgo del paese, convenendo che una passeggiata all’aria aperta l’avrebbe aiutata a dimenticare o per lo meno ad accantonare i dispiaceri di quella che era stata una giornata emotivamente impegnativa e che finalmente stava per volgere al termine. Dopo aver vagato per un bel po’ senza meta alcuna, avvertendo la stanchezza, si fermò e si sedette su uno scalino. Era ormai buio, c’era solo un chiarore che proveniva dall’alto. La fanciulla alzò gli occhi al cielo e si accorse che quella sera la luna era estremamente vicina alla terra e le sembrò che la stesse osservando con compassione, che volesse vegliare su di lei e che le stesse sussurrando qualcosa. Nella sua perpetua e spaventosa solitudine sentì il bisogno immotivato, illogico di parlarle, di trovare in essa conforto, come se si trovasse davanti ad una creatura umana, un essere in carne ed ossa con cui poter instaurare un dialogo. Il silenzio regnava sovrano e faceva quasi percepire quella processione di pensieri e sensazioni che si stavano palesando l’uno dopo l’altro nella mente di Jenny. Lì in quell’assenza assoluta di suoni e rumori in quel cantuccio provvisorio che si era creata, proprio come un bambino impaurito che cercando rifugio si nasconde in un piccolo spazio per non essere trovato dai fantasmi della notte, Jenny cercava riparo spogliandosi della sua dura corazza per mostrare l’essenza della sua interiorità a lungo occultata, negata e liberando la sua anima dalle catene di quelle angosce che l’avevano resa schiava e cominciò a sentirsi leggera, rigenerata, in pace con sé stessa. Improvvisamente nel silenzio della sera quel platonico colloquio con la luna fu interrotto da un suono proveniente da una finestra aperta. Era il suono di un pianoforte, qualcuno stava suonando una melodia che per Jenny era dolorosamente familiare. La percezione di quelle note  provocò nell’animo ferito della fanciulla un sussulto, il cuore cominciò a batterle all’impazzata e il respiro le venne meno: non era una semplice melodia ma la melodia, quella stessa che suo padre era solito suonarle ogni sera come una sorta di ninna nanna prima di consegnarla nelle braccia di Morfeo. La piccola Jenny non vedeva l’ora che giungesse quel momento della sera e non appena vedeva il padre dirigersi verso il pianoforte correva in salone con in braccio il suo orsacchiotto preferito e si posizionava accanto a lui. Jenny amava profondamente suo padre e quel momento della giornata era per lei magico ed esclusivo, il padre suonava solo per lei e nessuno poteva partecipare a quello spettacolo, nemmeno la mamma, nessuno aveva diritto d’ingresso in quella sorta di mondo ovattato che il padre era in grado di creare sfiorando dolcemente i tasti del vecchio pianoforte. Quella melodia come un lungo flash back  la riportò indietro nel tempo  a quell’ infanzia spensierata e per un attimo si rivide bambina mentre dalla sua postazione osservava devotamente il padre che suonava per lei. Poi ad un tratto la felicità e la gioia di quell’idillio fanciullesco si infranse definitivamente come uno specchio che cade a terra e si frantuma in mille pezzi. La serenità di Jenny fu inghiottita da un terribile buco nero senza uscita in quella maledetta notte quando il destino decise di prendersi il suo amato padre. Fu quella l’ultima volta in cui aveva sentito suonare quella melodia, l’ultima in cui il padre dandole sulla fronte il tanto atteso bacio della buonanotte le si era congedato con “ A domani bambina mia!”. Ma quel domani non venne mai… Ed ora sotto quella luce lunare quel suono fioco fu in grado di portare a galla tutto un mondo interiore, un passato che si era sopito ma che Jenny non aveva mai dimenticato, quei ricordi tanto dolorosi le si materializzarono nella mente per quanto aveva cercato di soffocare, di chiuderli nella cassaforte della sua anima perché rappresentavano una ferita profonda che in fondo non si era mai rimarginata. Tornò a casa con una tempesta di sentimenti contrastanti in atto, i ricordi le giravano vorticosamente nella testa, quella melodia aveva risvegliato in lei il desiderio e la nostalgia di un passato ormai perduto. Corse in soffitta e prese una vecchia scatola di latta piena di foto, lettere ed altri oggetti appartenuti a suo padre, frammenti della sua esistenza che la legavano all’unico periodo felice della sua vita dal quale aveva deciso di scappare nel vano tentativo di dimenticare e nella speranza di ricominciare altrove una nuova vita. Nonostante il dolore e la sofferenza per la prima volta  Jenny provò una sensazione ignota, ebbe l’impressione di non essere sola, abbandonata a sé stessa, come se qualcuno vegliasse su di lei e quella sera era lì a proteggerla e confortarla. Così dopo un pianto liberatorio si addormentò sul divano abbracciata a quell’orsacchiotto a cui era tanto affezionata con in mente quella melodia  per risvegliarsi lì nel salone della sua casa d’infanzia dove suo padre stava suonando per lei e non appena ebbe terminato la sua esibizione le si avvicinò baciandola sulla fronte sussurrandole dolcemente “A domani bambina mia!”.

Anna Russo

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