Oltre

Oltre

Di lui non conoscevo neanche il nome. Sapevo solo che aveva in affitto la stanza accanto alla mia, in un antico palazzone in via Duomo. Ogni tanto lo vedevo che mi precedeva sulla via che portava all’università, nascosto dal suo berretto nero, con uno strano slogan con scritto “I serial killer non suonano la chitarra” e lo zaino sulle spalle. Lui andava a ingegneria, io mi fermavo a Porta di Massa, alla facoltà di Lettere, mentre lui invece proseguiva verso Piazza Borsa. Napoli, per me diventava sempre più misteriosa e ambigua, ogni volta che vedevo questo mio strano dirimpettaio lasciare la sua stanza per entrare nel mondo sociale. In realtà mi inquietava anche l’immagine del suo “covo”. Non ero mai riuscita a dare una sbirciatina all’interno della sua stanza.  Le poche volte in cui c’eravamo incrociati sul pianerottolo del vecchio palazzo in cui avevamo fittato entrambi una stanza , lui badava bene a chiudere la porta senza che io potessi neanche dare un’occhiata. Per quanto ne sapevo, lì dentro poteva esserci anche la stanza proibita di Barbablù . Era un tipo strano lui , sempre attento al suo zainetto e alle cose che c’erano al suo interno. Fino a quando un giorno, mentre scendevamo insieme dalle scale , lasciò cadere per sbaglio o volutamente , un oggetto alquanto bizzarro. Si trattava di un omino nero , con gli occhi rossi spalancati, fuori dalle orbite, con una specie di motosega in mano e con un sorriso inquietante. Col passare dei giorni, iniziavo sempre di più a preoccuparmi, arrivai a pensare addirittura che questo tipo volesse uccidermi,  poiché mi guardava assiduamente, mi seguiva, si nascondeva dietro gli alberi, per osservare ogni mio spostamento , sembrava quasi uno stalker. In seguito, iniziai anche io ad osservarlo attentamente. Mi incuriosiva quel suo strano modo di mangiare il panino su una panchina a piazzetta del Gesù , mentre leggeva un libro contenente strane formule algebriche, da me completamente sconosciute.  Ricordo la sera del 9 giugno , sentì un suono di chitarra provenire dal pianerottolo, non potevo credere che fosse proprio lui, ma d’altronde c’eravamo solo noi sul pianerottolo . Mossa dalla curiosità, aprì la porta e caso strano lui aveva la porta socchiusa e si era messo in modo da farsi vedere e lì mi accorsi che mentre accordava la chitarra mi lanciava qualche occhiatina.  Era solito passare giornate intere a suonare la chitarra, chiuso nella sua stanza. Ogni volta che cercavo di capire come potesse essere la sua stanza, immaginavo una stanza tetra in cui lui custodiva tutti i suoi beni e nascondeva le sue “vittime”. Per me quel tizio poteva essere un vero e proprio assassino. Questi pensieri negativi erano assidui, erano diventati un tormento per me,  tanto che in quei giorni non riuscivo neppure a mangiare. Volevo scappare, ma allo stesso tempo volevo capire cosa stava succedendo. Ero combattuta non sapevo cosa fare, mi sentivo impotente di fronte a questo tizio che mi trasmetteva angoscia, paura,  tristezza. Nonostante tutto, portavo sempre con me, nella mia borsa, l’oggetto inquietante che il ragazzo aveva lasciato cadere dal suo zaino. Più lo osservavo e più mi convincevo che non c’era nulla di buono in lui. La mia impressione era negativa , non riuscivo proprio a capire quale fosse il significato di quell’omino orribile e per quale motivo il ragazzo l’avesse lasciato cadere. Passavano i giorni e questo ragazzo continuava a fissarmi mentre percorrevamo la strada che porta all’ Università . Fin quando un giorno trovai un bigliettino sulle scale, in cui c’era scritto “ Vai oltre le apparenze, oltre ciò che vedi, vivimi senza paura ” . Ero alquanto lusingata dalle sue attenzioni, dal suo modo di corteggiarmi. Capii che qualcosa in me era sicuramente cambiato, il timore che lui potesse farmi del male era scomparso completamente. Nonostante il suo essere così stravagante, riservato, mi accorsi che c’era qualcosa di bello e unico in lui, a cui non sapevo ancora dare un nome, ma ero sicura che quel “qualcosa” mi piacesse. A volte non riuscivo ad inquadrarlo poiché aveva difficoltà ad approcciarsi a me , ma il suo essere così misterioso e tenebroso mi intrigava , ogni giorno di più . In cuor mio sapevo che dietro questa sua apparente “oscurità” si nascondesse un animo puro, dolce . E poi una sera, improvvisamente caddero tutti i miei dubbi : uscendo da casa mia, decisi di restituirgli il macabro oggetto, ma lo trovai con le braccia incrociate dinanzi alla sua porta di casa, spalancata, da far vedere tutto. Lui mi sorrise , si inchinò prese l’oggetto dalle mie mani e lo buttò giù dal suo balcone dicendo : “ Ha fatto il suo dovere, ora non serve più” .

Nome : Sara

Cognome : Sabatino

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