LE COSE BELLE

“LE COSE BELLE” 

AL SEMINARIO “SCRITTURE IN TRANSITO”  

giovedì 20 Aprile, Aula Piovani (ore 13-15)        


Agostino Ferrente
, regista con Giovanni Piperno, de “Le cose belle
incontrerà i partecipanti al seminario “Scritture in transito tra
letteratura e cinema”, per parlare di un esperimento di cinema-verità
portato avanti per quindici anni e dell’invenzione di una nuova
categoria: quella di “persone-personaggi
”, fondata sulle esistenze di quattro ragazzi, Adele, Enzo, Fabio e
Silvana, che restano condizionati dalla luce di bellezza in cui una
volta si sono specchiati. Accanto al regista, saranno presenti Antonella
Di Nocera
, produttrice del film, Adele Serra ed Enzo della Volpe. Il
Direttore del DSU Edoardo Massimilla introdurrà i lavori. Nel corso
dell’incontro, saranno proiettati i cortometraggi di Chiara Nobis e
Gianluca Della Corte, realizzati per il laboratorio di “Scritture in
transito tra letteratura e cinema”. Roberto P. Ormanni interpreterà una
sua canzone, “Petru (26/05/09)”, dedicata al musicista di strada Petru
Birladeanu.

Incontro del 20 Aprile con i registi de “Le cose belle”, Ferrente e Piperno

“Incontro del 20 Aprile con i registi de "Le cose belle”, Ferrente e Piperno

In vista dell’incontro del 20 Aprile con i registi de “Le cose belle”, Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, saranno raccolte e selezionate delle domande da porre durante le due ore dell’incontro. Con i registi ci sarà Antonella Di Nocera. Abbiamo esteso l’invito anche ai quattro protagonisti, Enzo, Fabio, Adele e Silvana. Il Direttore Edoardo Massimilla introdurrà i lavori. Un narratore, come abbiamo detto, sa porre le domande giuste. E per chi, in direzione ostinata e contraria, realizza un’opera, le domande sono la più alta forma di cortesia.
Le proposte di domande saranno inviate a Michela Iovino (michelaiovinom@gmail.com) e per conoscenza a me (silvia.acocella@unina.it)
sul sito del seminario (http://scrittureintransito.tumblr.com/) stiamo pubblicando del materiale utile a conoscere meglio i registi e la loro visione e ad approfondire la categoria, nuovissima, di personaggio-persona.
Stiamo già selezionando i lavori del laboratorio da presentare il 20 aprile, invitiamo coloro che desiderano far parte attiva di questa giornata a consegnarceli per tempo (le indicazioni sono nell’avviso “laboratorio di Scritture in transito”).
Resto a vostra disposizione, pronta a rispondere alle vostre lettere, come sempre. Intanto, vi auguro un’ottima Pasqua, con una canzone di Vinicio Capossela, “L’uomo vivo” (un inno alla gioia che, a proposito di tracce umane, ci informa che si può risorgere anche a furia di spinte umane verso il cielo)

https://www.youtube.com/watch?v=I8cNG7lIqwY

LE COSE BELLE – INTERVISTA A GIOVANNA PIPERNO

Le cose belle. Intervista a Giovanni Piperno

22 luglio 2014
di Paola Di Gennaro

[Incontro Giovanni Piperno, il regista che insieme ad Agostino Ferrente ha diretto lo splendido film documentario Le cose belle. Un film sulla bellezza triste che le città come Napoli si ostinano a conservare, e che ammutolisce le mani degli spettatori in sala. Questa intervista è giù uscita su «RACNA» (pdg)].

Questo film nasce da un progetto molto particolare, ce lo spieghi?

Nel 1999 la Rai ci commissionò un documentario per la prima serata, e partimmo subito con il casting. Facevamo annunciare in spiaggia e nei parchi acquatici che la Rai cercava ragazzi per un film, e ovviamente tutte la madri ci mandavano i figli a frotte. Impiegammo la maggior parte del tempo a individuare le persone giuste, e ci rimase relativamente poco tempo per fare il film. Avevamo voglia di approfondire le vite dei quattro ragazzini tra i 12 e i 14 anni che alla fine avevamo scelto – Adele, Enzo, Fabio e Silvana – così insegnammo loro a usare la telecamera, e per due o tre anni si filmarono da soli nella vita di tutti i giorni. Nessuno di loro era ed è attore, e ciò che vediamo è come sono loro realmente. Un film che è l’esito della fiducia totale che abbiamo investito l’uno nell’altro; una fiducia che si è mantenuta grazie al rapporto di amicizia che siamo riusciti a instaurare con i ragazzi, e che ci ha permesso di tornare a filmarli dieci anni dopo, nel 2009, quando grazie al cofinanziamento della Regione abbiamo avuto la possibilità di continuare questo progetto, che ormai immaginavamo concluso, per altri quattro anni. Li seguivamo per due, tre, quattro giorni, e poi li lasciavamo alle loro esistenze, che nel frattempo avevano messo nelle nostre mani, così come noi avevamo fatto con le nostre. Questo film è uno specchio della vita, e con esso abbiamo sperato di poter smuovere qualcosa nelle vite di questi ragazzi, anche solo la voglia di scuotersi e uscire dalla paralisi, per dare qualcosa in più sia alla narrazione sia alla realtà. E bisogna dire che nel medio e lungo periodo – il documentario è stato presentato a Venezia già nel 2012 – il film ha fatto bene a tutti.

A Napoli e fuori Napoli dei napoletani si nota spesso l’ironia che accompagna la disillusione e la rassegnazione. Appare anche nel vostro documentario?

L’ironia è una cosa bella, diversa dal fatalismo e dal cinismo, ed è indispensabile all’esistenza. Noi abbiamo cercato di mantenere leggerezza e divertimento all’interno del documentario, anche se rimane un film tosto, molto duro e triste. Soprattutto la seconda parte, quella dei ragazzi adulti. Nelle riprese del ’99 i personaggi erano bambini, e si rideva tanto. Poi tutto è diventato più doloroso. Ma abbiamo sempre evitato che l’autorappresentazione della “napoletanità” in stereotipi avesse la meglio, che i cliché si appropriassero della scena. È stato proprio grazie alla relazione profonda che abbiamo avuto coi protagonisti che qualsiasi rappresentazione falsata o atto inautentico è diventato impossibile. Piuttosto abbiamo dovuto fermare l’irrompere di tutto ciò che era intorno che a volte ha cercato di sfondare la cornice delle inquadrature; e quando è capitato l’abbiamo eliminato dal prodotto finale, non ci interessava.

È molto evidente in tutto il film, ed è forse questa la parte più dolorosa, che i ragazzi hanno una forte consapevolezza dell’immobilità delle loro vite, soprattutto in alcune scene, come nei silenzi lunghi, negli occhi dagli sguardi intensi. Se e come avete consapevolmente costruito questa immobilità?

L’immobilità ce la siamo ritrovata davanti. Nel ’99 però già si stavano gettando i semi per una crescita artistica a Napoli, che ora infatti dà i suoi frutti. In quegli anni sono nati i laboratori teatrali da cui stanno venendo fuori i giovani attori che ora troviamo nelle fiction famose. Per quanto riguarda la musica, Napoli dovrebbe essere la Nashville d’Italia: si dovrebbe creare un’industria per dare giustizia al patrimonio musicale immenso della città. Nessuno pare mettere a sistema tutto questo.

Si parla tanto di bellezza ultimamente. “Bellezza” è un termine che sta tornando di moda – al cinema, con Sorrentino, ma anche in altri campi di arte e letteratura. È un ritorno alla riappropriazione di qualcosa, in maniera molto banale, o c’è dell’altro?

Credo non sia una cosa nuova. In Italia siamo abituati alla bellezza, e c’è sempre stato il desiderio di goderne. Direi che è un caso che la parola “bellezza” appaia in due film italiani degli ultimi anni. A ogni modo già nel 2008 il nostro film aveva questo titolo, che è nato da una battuta particolarmente significativa, il silenzio di una mancata risposta che uno dei protagonisti fa pesare alla fine del film. In fondo ciò che vediamo in questo documentario è vero di molta altra Italia. Abbiamo scelto Napoli perché Napoli è l’Italia al cubo.

CADAVERI E RESURREZIONI

Giovedì 6 aprile, Aula Piovani (ore 13-15)
Il seminario “SCRITTURE IN TRANSITO TRA LETTERATURA E CINEMA”, guidato da SILVIA ACOCELLA (Letteratura italiana contemporanea) con LUDOVICO BRANCACCIO (montatore) e con il supporto di FLAVIA SALERNI e ROBERTO P. ORMANNI, si aggirerà intorno al corpo morto dell’uomo.
Sulla soglia di un cimitero incontrerà Il fu Mattia Pascal, che porterà fiori alla propria tomba. Avere a che fare con la parte viva della morte è il mestiere di ogni imbalsamatore, come il Federico Ruysch di Leopardi con le sue mummie ornate di fiori dalla figlia.
Il respiro dell’uomo ci guiderà tra tombe troppo animate e corpi solo apparentemente senza vita. Parla con lei è l’imperativo che guiderà la cura di una donna in coma, amata oltre ogni limite. E per un bacio Dracula di Bram Stoker passerà tra il volgere dei secoli e delle sorti umane.
Con Il sesto senso di un bambino che “vede i morti” si riempirà lo schermo di “larve luminose”, come Serafino Gubbio chiamava le ombre cinematografiche. “Si fa cinema con i morti” (Morin) e Rosi indugerà sui corpi dei naufraghi, ammassati nelle stive di Fuocoammare, senza volto e senza nome.
Il corpo di Cristo spirato, mantenuto da una madre in piedi, nella Pietà Rondanini, sarà il corrispettivo del respiro ostinato di un Revenant: pneuma, spirito vitale, “anima” per i latini, questo respiro, che farà condensa sulla macchina da presa, è anche l’unico suono percepibile davanti al sepolcro vuoto di Cristo.

IL GIUSTO

Il seminario “SCRITTURE IN TRANSITO TRA LETTERATURA E CINEMA”, guidato da SILVIA ACOCELLA (Letteratura italiana contemporanea) con LUDOVICO BRANCACCIO (montatore) e con il sup- porto di FLAVIA SALERNI e ROBERTO P. ORMANNI, sarà dedicato alla visione del film OLTRE IL GIARDINO e alla figura di Chance Giardiniere, una delle più alte incarnazioni della traccia umana sullo schermo. Quando, nella cella più intima del regno creaturale, “anima, occhio e mano” si congiungono in un unico nesso, “il narratore”, come Benjamin scrive, diventa “la figura in cui il giusto incontra sé stesso”.