Le Carezze del Vento di Settembre

Le carezze del vento di settembre

Ecco, è già settembre. L’estate è volata via come il vento e ha portato con sé le nostre giornate,quelle iniziate troppo presto e finite sempre troppo tardi, quelle che ci hanno fatto credere che la notte fosse diventata anche un po’ il nostro giorno. Se n’è andata e si è presa i nostri occhi che si guardavano mentre aspettavano di vedere i primi raggi del sole sorridere tra i buchi delle vecchie persiane, che attendevano avidi di vedere un nuovo giorno, che osservavano la polvere danzare alle primi luci del mattino. Aleggiava quasi ovunque nella casa al mare, quella polvere. La odiavi.

Non ho voluto più toglierla dopo che te ne sei andato: volevo che anche i davanzali, le mensole, la scrivania, tutti gli oggetti su cui avevi tante volte posato lo sguardo partecipassero alla tua assenza e non trovassero più nuova vita ad ogni passaggio di spugna. Se te lo raccontassi mi daresti della matta, ma con un sorriso che adorerei.

Penso, ripenso, ricordo.

Scendo in spiaggia.

Il sole sta tramonando. Sembra dica “Me ne vado”. Impallidisce e scompare pian piano nella gran distesa d’acqua che però non intende ragioni e trattiene su di sé i raggi, moltiplicandoli e riflettendoli in un’ intuile resistenza.

La sabbia è ancora calda, puntellata qua e là da sprazzi colorati di teli e secchielli dei pochi

bambini che ancora cercano di costruire originali castelli di sabbia sotto gli occhi dei genitori un po’ stanchi. L’aria è rimasta la stessa, è ancora la calda brezza che sa di libertà.

Cammino per po’. Gioco con la sabbia che fruscia sotto i miei piedi nudi. Mi siedo su uno scoglio, guardo le acque del mare ferite da una barca che le attraversa prepotente. “Ma il mare è forte”, avresti detto tu, “richiude la ferita subito dopo l’invasione estranea”. Ed è vero: già la quiete è tornata e quella che poco prima era una spia del profondo della sua essenza è di nuovo una sola superficie tremolante.

Vedi, ho imparato a guardare le cose due volte: una per me e una per te, come faccio con questo vento che mi sfiora, quasi timido. In passato l’avrei considerato solo un sollievo alla calura pomeridiana, un delicato messaggero degli odori del mare, ma dopo di te non posso che pensare che sia la tua tenera voce che mi dice che tornerai, così come torna l’estate. L’aspetto.

 

 

Il suono gustoso

Trascorrevo la domenica a casa della nonna quando ero piccola. Ogni mattina mi svegliavo e dopo la tipica preparazione dei giorni di festa trotterellavo giù per le scale stringendo la mano della mamma. Abitavamo al terzo piano e quei gradini in discesa erano già per le mie gambine ancor corte un traballante percorso. La mamma però rallentava e si adattava al mio passo, ai miei saltelli. Non credo di aver mai più provato il senso di protezione che la sua stretta mi dava: una morsa gentile che mai mi avrebbe lasciata. Mi chiedevo sempre perché fosse necessario affrontare quell’inutile caos che per me era la strada, perché non poter approdare direttamente al porto sicuro del soggiorno della nonna evitando una navigazione tumultuosa tra viali alberati, macchine veloci e sconosciuti indifferenti. Ma tant’è, bisognava passarci. Il premio, mi aspettavasul ciglio della porta: la nonna era lì ogni domenica alla stessa ora, con quel sorriso che non si riesce mai a fare per una fotografia, non importa quanto si tenti, quanto impegni ci si metta. Non so perché sia così, forse è l’idea che rimarrà lì immutato ad intimorire, a far smettere di sorridere col cuore per sorridere con le labbra. Nondimeno, la nonna le adorava, le fotografie: ne aveva tante da far temere che presto o tardi gli scaffali avrebbero ceduto sotto il peso di tanti ricordi. Mi piaceva guardarle, anche se erano sempre le stesse: le analizzavo tutte le domeniche e ogni volta mi convincevo di essere riuscita a cogliere qualche nuovo dettaglio.

E poi c’era quell’odore, l’odore del legno dei mobili vissuti da tante generazioni di altre me, un po’ rovinati, gli angoli scalfiti, le ante sporgenti; non per questo erano meno familiari. Passando le dita sui graffi in basso, mi dicevo sempre, “avranno pur il diritto di invecchiare anche loro!” E guardavo la nonna: anche lei aveva le rughe.

E sorridevo, avvicinandomi all’oggetto per me più strano, quello che più mi attirava per il suo profumo e la sua forma: il grande orologio a pendolo del nonno. Suonava un paio di volte al giorno, anche se non ho mai prestato particolare attenzione a quando. Il tempo per me ancora non si scandiva in ore e minuti, ma in base agli avvenimenti della giornata e, se a volte facevo finta di dimenticarmi quando era ora di fare i compiti, sapevo con assoluta certezza che i rintocchi che sentivo ogni pomeriggio mentre la nonna faceva il caffè erano i più dolci di sempre. Era come se l’orologio mi dicesse che potevo smettere di aspettare: di lì a poco papà sarebbe apparso sotto casa pronto a portarmi al solito posto, al nostro chiosco dietro l’angolo, a gustare la nostra coppetta di gelato. Ogni volta papà mi chiedeva che gusti volessi, ridendo, scoprendo i suoi denti bianchi, perfetti, sapendo già che la mia risposta sarebbe stata la stessa: fragola e limone, sempre.

Mai quei due colori, bianco e rosso, sarebbero stati più irrinunciabili. Mangiavo lentamente, pensando che in questo modo la settimana che doveva trascorrere fino al prossimo rintocco d’orologio sarebbe stata un po’ più corta. Non avevo bisogno di sapere perché era una settimana ed un suono amico a separarci, non mi serviva capire per esser triste. Aspettavo soltanto ogni volta quel suono gustoso, come fosse stato il richiamo ad un’abitudine diventata necessità.

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